martedì 21 febbraio 2023

A Ravensbrück sui passi di Lidia Beccaria Rolfi

 «Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno»

Lidia Beccaria Rolfi, Taccuini dal lager

Nella fotografia che si trova su wikipedia Lidia Beccaria Rolfi appare sorridente, un sorriso largo, accompagnato da uno sguardo sicuro, che sostiene quello dell'osservatore. Eppure quello sguardo sembra nascondere un velo, appena percettibile, di malinconia, un non detto che interroga chi conosce la sua storia.
Lidia aveva da poco compiuto diciannove anni quando venne arrestata dai fascisti, il 23 aprile 1944. Dal dicembre precedente era staffetta partigiana e operava in provincia di Cuneo. Cresciuta in una famiglia contadina di Mondovì, nonostante l'educazione fascista che l'aveva vista entusiasta sostenitrice del regime durante la prima adolescenza, dopo l'8 settembre, entrata in contatto coi partigiani della XV brigata garibaldina "Saluzzo", aveva compiuto la sua scelta.
Consegnata alla Gestapo, dopo circa due mesi di carcere a Saluzzo e a Torino, venne deportata a Ravensbrück, un campo nazista situato nelle vicinanze di Fürstenberg, a circa 90 chilometri a nord di Berlino. Qui, fra il 1939, anno di apertura del lager, e l'aprile del 1945, furono internati decine di migliaia di prigionieri (alla Liberazione il campo era arrivato a 45.000 deportati ma si stima che le persone che in totale vi transitarono siano state circa 130.000), per la maggior parte donne (almeno 110.000 sul totale), provenienti da tutta Europa. 
Dopo mesi di vita indicibile, il 26 aprile 1945 Lidia, immatricolata con il numero 44140 e il triangolo rosso dei deportati politici, fu evacuata e condotta verso nord. Pochi giorni dopo fu liberata dai soldati sovietici. Iniziò allora un lungo periodo in attesa del ritorno a casa, a Mondovì, compiutosi solo l'1 settembre 1945. Una tregua "solo" un mese e mezzo più breve di quella di Primo Levi e che lei raccontò nel libro L'esile filo della memoria

Con il libro di Lidia nello zaino ho visitato Ravensbrück lunedì 13 gennaio 2023 con le mie studentesse e i miei studenti diciannovenni. L'età che aveva lei quando fu deportata qui. Il campo era una delle mete del progetto "Treno della Memoria", dopo aver fatto tappa a Berlino e prima di procedere verso Cracovia. 
Era una mattina grigia, gelida. E in quel grigiore il campo, avvolto dai boschi e affacciato su un lago oltre il quale si vedeva la cittadina di Fürstenberg, ci è apparso ancor più freddo e vuoto. Abbiamo seguito in silenzio la guida attraverso i luoghi più importanti, cominciando da quelli all'esterno del campo: il piazzale d'arrivo, la villetta del comandante, che viveva qui con la moglie e i figli, e quelle degli ufficiali, le palazzine per il personale femminile. Sì, perché Ravensbrück divenne anche il principale lager di addestramento per le ausiliarie che prestavano servizio ai campi in cui erano internate le donne. 

All''interno del campo, che fu poi utilizzato dai sovietici a guerra finita, non è rimasto molto: le baracche non ci sono più ma il loro perimetro è segnalato sulla ghiaia nera che copre il terreno. Restano gli edifici in pietra: la palazzina comando, che ospita il museo, le carceri, il crematorio... Resta anche il muraglione di pietra che chiude il campo in direzione di Fürstenberg, separata dal campo da un lago che d'estate sarà certo splendido ma che quella mattina non ha fatto altro che sottolineare il gelo di un luogo di sofferenza e morte. 

Conclusa la visita, con tutti gli altri gruppi di studentesse e studenti, circa cinquecento, abbiamo partecipato a una breve cerimonia di ricordo. Prima del pranzo ho ripreso in mano il libro di Lidia. Aprendolo a caso, ho trovato un'annotazione degli ultimi giorni di prigionia. Ho pensato alle e ai diciannovenni che erano con me. A loro spetta l'esile filo di questa memoria.

«Come dopo un violento temporale viene la calma e torna sereno, così anche per me, dopo la sofferenza, i tormenti, il dolore, verrà la calma, la pace e l’oblio, tornerà il sole anche per noi, avremo ancora giorni di serenità e di dolcezza lungi da questo luogo d’orrore e di pena. Di tutto non resterà che un triste, ma ormai lontano ricordo».
Lidia Beccaria Rolfi, Taccuini dal lager, in L’esile filo della memoria, Einaudi, 2021, p. 196.


 


venerdì 6 gennaio 2023

Letture#2023: Ci darà un nome il tempo di Saveria Chemotti

Due donne, due mondi, due vite diverse: da una parte Marta, l’allieva in ricerca che dopo gli studi universitari si ritira in monastero, dall’altra Claudia, la docente in apparenza inaccessibile, dura, provata dalla vita. Due storie e due mondi – le montagne trentine per Marta, il Delta del Po per Claudia – che finiranno per intrecciarsi in questa storia di confronto, di scoperta e di riscoperta di sé. Ne nascerà un’amicizia schietta, autentica, che attraverso il confronto epistolare diverrà incontro fra spiriti capaci di camminare insieme nonostante le profonde differenze. 

Scandito in cinque passi, Ci darà un nome il tempo è dunque la storia di un cammino di avvicinamento, una storia che scava nell’animo umano, e femminile in particolare, delle due protagoniste come di chi leggerà questa storia sospesa fra presente e passato, fra pianura e montagna, fra la solitudine e l’incontro inatteso in grado di sconvolgere la vita e aprire le porte a un futuro imprevisto e inatteso.

sabato 31 dicembre 2022

Il Capodanno di Tönle Bintarn

Il mio augurio di Buon Anno con una delle pagine più belle del libro per me più bello di Mario Rigoni Stern.

«A mezzanotte la Schola Cantorum della parrocchia cantò durante la messa solenne il coro del maestro Perosi «Al Signor levate, o genti... » , e dopo, quando tutto il popolo e le autorità e gli ufficiali e gli alpini del presidio si riversarono nelle strade e nelle piazze si diede il via, dall'alto della Gaiga, ai grandi fuochi pirotecnici che spaventarono tutti i cani dei dintorni e le cincie, i cuffolotti, i tordi nelle case degli uccellatori.
Ma Tônle non poteva essere con tutti gli altri compaesani. Perché avrebbe dovuto farsi arrestare proprio in quella notte di gran baldoria? E perché solo lui non doveva partecipare alla festa di cui tanto si era parlato nelle lunghe sere schiarite dal lumino tra il fruscio dei mulinelli e degli aspi? Nel pomeriggio era salito sul monte Katz, poi dal bosco del Gharto aveva trascinato sulla neve, poco sotto la croce, un grande mucchio di rami secchi tagliati dalle piante in piedi, e aspettò il grande evento seduto su un tronco davanti alla hutta dei Runz. Da lassù udiva le fanfare suonare a tutto fiato e il brusio del popolo. Dopo la fantasmagoria dei fuochi, e dopo che l'eco dei botti si spense per le montagne e i cani smisero di latrare, allora accese il suo fuoco solitario e bevette un sorso di grappa da una bottiglietta che aveva portato con sé. Laggiù in paese più di uno vide il suo fuoco e i nostri della contrada, che erano scesi a far festa con tutti gli altri, ammiccavano tra loro, allegri».

Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle, Einaudi, Torino 1978, pp. 35-36.

lunedì 26 dicembre 2022

Vacanze di memoria. Alla scoperta di alcuni luoghi della Resistenza piemontese

Care lettrici e cari lettori,
dopo mesi davvero intensi torno a scrivere per augurarvi serene festività natalizie. Lo faccio con un racconto di viaggio scritto per il periodico dell'ANPI provinciale di Vicenza qualche mese fa, al rientro da una stupenda vacanza fra il Piemonte, la Francia e la Liguria. Spero di trasmettervi almeno in parte quanto ho provato ripercorrendo i passi della Resistenza in quelle terre.

Può una normale vacanza trasformarsi in un viaggio a ritroso nel tempo? Sì, se si toccano luoghi in cui la storia ha lasciato traccia del suo passaggio. E per la storia della Resistenza in particolare, poche province quanto quella di Cuneo possono contare memorie tanto numerose e importanti: luoghi, lapidi, monumenti, ma anche pagine indimenticabili scritte da altrettanti autori e autrici che alla Resistenza sono legati indissolubilmente. Nomi come quello di Duccio Galimberti, di Dante Livio Bianco, di Nuto Revelli, di Giorgio Bocca, di Ada Gobetti, di Lalla Romano per Cuneo e le sue valli alpine, di Beppe Fenoglio per Alba e le Langhe.

Nata come vacanza “francese” con Nizza e i suoi musei – e in particolare il meraviglioso museo Chagall – come meta, la seconda settimana di agosto si è trasformata per me e per una coppia di cari amici in un viaggio che ha incrociato di continuo le tracce della Resistenza in terra piemontese. Per alleggerire il viaggio di avvicinamento a Nizza infatti, in fase di pianificazione decidiamo di pernottare, sia all’andata che al ritorno, in Piemonte. La prima notte sarà dunque nella zona di Cuneo. E qui, complici forse le numerose letture resistenziali, lancio agli amici la proposta: “Vi va qualcosa in valle Stura anziché in centro città?”. Presto fatto: prenotiamo in un B&B a Gaiola, appena dopo Borgo San Dalmazzo. È così, quasi senza pensarci, che è iniziato il nostro viaggio nella memoria.


Cuneo

Il primo giorno di vacanza visitiamo Cuneo. È una città sabauda nell’aspetto e nell’impianto, specie nella sua parte più moderna: viali alberati, stemmi reali e facciate Liberty. Sorge alla confluenza delle valli Stura e Gesso ed è il primo centro importante che si incontra scendendo dal confine con la Francia. Una via obbligata per giungere in Italia, dall’antichità a oggi. Ma Cuneo è anche, e soprattutto, città di Resistenza, Medaglia d’oro al valor militare. Così la prima tappa della nostra passeggiata in centro ci porta in corso IV novembre: qui, al civico 8, una lapide ricorda la morte di Sandro Delmastro, ufficiale di marina e partigiano di Giustizia e Libertà, ucciso da un quindicenne della legione “Ettore Muti” mentre tentava di fuggire dopo l’arresto.


La lapide è incastonata fra due finestre di un edificio razionalista dei tempi del regime. E guardandola è difficile non emozionarsi: Sandro era l’amico di arrampicata di Primo Levi, colui che iniziò il futuro scrittore all’alpinismo, vissuto da entrambi come palestra di libertà negli anni bui che precedettero il secondo conflitto mondiale. Di lui Levi ha tracciato uno splendido ritratto nel racconto Ferro, contenuto nel Sistema periodico: «Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda» (P. Levi, Tutti i racconti, Einaudi, Torino 2005, pp. 402-03). Partigiano dopo l’8 settembre, Sandro fu ucciso il 4 aprile 1944. Della sua morte fu testimone Anna, allora fidanzata di Nuto Revelli.

Proseguiamo la nostra visita guardandoci intorno attentamente. Numerose sono infatti le tracce della Resistenza in centro, nelle lapidi che punteggiano le strade così come nella toponomastica, basti pensare che la piazza più grande di Cuneo è dedicata a Duccio Galimberti, intellettuale antifascista e figura di primissimo piano della Resistenza. Catturato a Torino nel novembre 1944, Galimberti fu torturato e sfigurato dai fascisti prima di essere finito a colpi di pistola. Gli saranno conferiti la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria e, da parte del CLN piemontese, il titolo di eroe nazionale. Oggi la sua casa è un museo: purtroppo la troviamo chiusa e non riusciamo a visitarla. Peccato.   

 

Paraloup

Ci sarebbe davvero moltissimo da visitare in queste zone: Borgo San Dalmazzo, per esempio, e più ancora Boves, piccolo centro in cui si consumò, nel settembre 1943, la prima di numerose stragi operate dai nazifascisti in Italia. Dovremo di sicuro ritornare, con più calma e magari con un clima più mite. Fra le mete disponibili, nel pomeriggio, scegliamo come meta Paraloup, un luogo che da anni mi aspettava, il cui nome già da solo basta a evocare suggestioni: Paraloup significa infatti ‘al riparo dai lupi’.


Nata come borgata di pastori, sorge a 1350 metri di quota nel comune di Rittana. Dopo l’8 settembre divenne la base per le formazioni “Italia libera” di Giustizia e Libertà che operavano nelle valli sopra Cuneo. Qui passarono Galimberti, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e Nuto Revelli, che a Paraloup ha dedicato pagine bellissime nel suo La guerra dei poveri. Vera e propria terra libera, qui si discuteva di politica, di società e di futuro. E qui, dopo decenni di abbandono seguiti alla fuga dalle montagne nel dopoguerra, da qualche anno è in atto un progetto di recupero che ha riportato in vita la borgata, restituendole la vocazione a luogo di incontro, di cultura e di scambio di esperienze, anche grazie a un innovativo progetto di restauro. Giovani tornati a vivere in montagna gestiscono un piccolo rifugio e accolgono il visitatore attraverso le baite, spiegando gli usi che esse avevano durante la Resistenza.

A Paraloup arriviamo attraverso una carrareccia di montagna, dopo mezz’ora di camminata. Nulla di difficoltoso, ma anche quassù il caldo di questa prima decade di agosto si fa sentire. Eppure basta un sorso d’acqua alla fontana appena fuori dall’abitato per ristorarci e immergerci in un mondo che sa di passato e di futuro al contempo. Estraggo dallo zaino la mia copia de La guerra dei poveri e dopo una foto di rito cominciamo a passeggiare fra le case accompagnati dalle parole di Revelli: «14 febbraio. La “mensa” e la “sala riunioni” di Paraloup sono nello stesso locale, nella stalla più grande. In una grangia accanto, la cucina e il magazzino viveri: nelle altre baite, cinque o sei, i dormitori. È strano, ma queste povere baite di Paraloup, diroccate, che affondano nella neve, mi riportano a Belogore, fra le povere isbe dalle pareti nere di fumo e dai tetti sconnessi, fra le tane scavate sotto terra, sul Don» (N. Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino 1919, p. 153).

Entriamo in una sala video. Qui un documentario interattivo presenta la storia della borgata dalle sue origini al progetto di recupero; il filmato si conclude coi volti dei giovani, ragazze e ragazzi, che hanno deciso di tornare a vivere in montagna, sulle orme dei loro avi. E dei partigiani.

Al rifugio chiediamo da bere qualcosa di tipico. La ragazza che serve al banco ritorna poco dopo con tre pastis, che sorseggiamo chiacchierando con lei: viene dalla Puglia e ha conosciuto Paraloup all’Università. È venuta quassù e si è innamorata del posto. Le chiediamo altre informazioni e lei chiama una sua collega della fondazione Revelli, che ci apre anche le baite che prima non abbiamo visitato, quella dedicata alle donne e quella che Revelli chiamava «sala riunioni», oggi centro culturale con tavoli e biblioteca. Paraloup è un posto davvero magico: quassù si respira un’aria affatto diversa da quella del mondo di giù. Qui il silenzio e la memoria viva sovrastano il rumore e le parole vane di un’Italia caciarona e volgare in perenne campagna elettorale. Ripartiamo a malincuore ma, al contempo, corroborati e pieni di speranza, come dei pellegrini, con la promessa di ritornare.

 

Il confine

Il giorno seguente, dopo una visita a Demonte, patria di Lalla Romano, e al suggestivo santuario di S. Anna di Vinadio, giungiamo in Francia attraverso il Colle della Lombarda, a 1350 metri di quota. Sul confine, che oggi si nota appena per il cambio di lingua sui cartelli, il passato riemerge attraverso i resti delle fortificazioni militari, ruderi di caserme, feritoie scavate nella roccia e bunker che ci scrutano silenziosi. Di qua il “vallo alpino” italiano, dall’altra, appena si comincia a scendere, le fortificazioni francesi.


Fantasmi di un’epoca di confini armati che conduce in un lampo il pensiero al presente e ai suoi nuovi muri, dentro e fuori d’Europa. Osservo le feritoie e la memoria corre a una frase di Mario Rigoni Stern. Nel 1940, quando l’Italia dichiarò guerra a una Francia ormai sconfitta ma che sulle Alpi resistette con valore all’aggressione mussoliniana, Mario si trovava in Valle d’Aosta, all’estremo nord di questa catena di fortificazioni. Era a pochi passi dal confine con un paese in guerra, eppure, come “le montagne erano uguali”.

Prima di scendere verso Nizza passeggiamo per alcuni minuti sul crinale. Getto lo sguardo a terra, attratto da un cilindretto di ferro arrugginito. È quanto resta di un bossolo di ferro. Un brivido mi coglie prendendolo in mano: questo genere di bossoli venne realizzato nell’ultima parte della guerra, quando ormai nelle industrie tedesche e italiane scarseggiava il più prezioso ottone. Allora ripenso a Revelli, a quando, nel suo libro, parla delle offensive estive dei tedeschi per occupare i valichi alpini, divenuti per loro fondamentali dopo lo sbarco alleato nel sud della Francia. E sì, anche questo pezzetto di ferro arrugginito allora può raccontare la storia.

 

Mondovì

Dopo i tre giorni trascorsi a Nizza e dintorni, anche il viaggio verso casa è segnato dalle tracce della Resistenza. Giungiamo a Mondovì verso sera, attraverso valli inaridite dalla siccità e devastate dagli incendi. Poi il paesaggio cambia quasi di colpo. In confronto al paesaggio semilunare incontrato nell’entroterra ligure la zona di Mondovì, specie la parte delle sue colline meridionali, ci stupisce per il verde rigoglioso dei prati e dei boschi. Pernottiamo nella città alta, in un alloggio che si affaccia su Piazza Maggiore. Restiamo a bocca aperta di fronte alla bellezza del borgo, per di più arricchito da un Festival dell’artigianato che trasforma fino a notte fonda il centro in una grande festa, con stand, visite guidate a chiese e palazzi, concerti, dimostrazioni, bancarelle. Naturalmente mi fiondo su quelle che espongono libri. E ne trovo una che vende testi locali sulla Resistenza riesumati da cantine e magazzini. Non resisto e finisco per farne incetta.
Poi, passeggiando per la piazza, scopro ancora una lapide ai partigiani caduti. E stavolta a tornare alla memoria è la frase che Meneghello in Libera nos a malo getta in faccia al lettore al termine della divertente gara di arrampicata dei brombóli (i maggiolini) sulle pareti del monumento ai caduti della Grande Guerra poco sotto il santuario di Santa Libera: «Ma quanti ne sono morti in questo maledetto paese?».

 

Alba

L’ultimo giorno, ormai sulla via del ritorno, facciamo tappa ad Alba, dove giungiamo dopo aver attraversato le Langhe. Qui di nuovo e per lungo tempo la vista deve sopportare i danni causati dalla siccità. Nubi di polvere bianca si alzano dai campi dove possenti trattori arano una terra che sa di polvere. Eccole, oggi, le colline degli antieroi di Fenoglio, di Johnny e di Milton. E pare impossibile che possano essere le stesse. Nelle pagine dello scrittore di Alba è onnipresente il fango, specie nei giorni della leggendaria quanto effimera presa della città da parte delle forze partigiane, nell’autunno del 1944.

Prima di entrare in centro facciamo tappa al cimitero.

È immenso, strutturato su più sezioni, come pezzi di un puzzle assemblato in tempi diversi. La parte dedicata ai caduti della Resistenza, che scopriamo per caso, tocca il cuore: un recinto interno di ferro scuro, a terra un’erba perfettamente curata, verdissima. E per ciascuna tomba una piccola lapide di granito col nome, il cognome e la dicitura ‘partigiano’. Poco dopo, ancora una volta senza averlo cercato, scopriamo, a ridosso di un muro di cotto ricoperto di intonaco bianco, un monumento che ricorda sei uomini fucilati dai nazifascisti. Sostiamo in silenzio prima di avvicinarci al muro. I fori delle pallottole sono ancora lì. Sotto l’intonaco il rosso-arancio dei mattoni.

Infine, dopo aver chiesto aiuto a una signora che dava da bere ai fiori sulla tomba dei suoi cari, la troviamo. E così anche la delusione per la successiva visita alla città, invasa di gente per il mercato settimanale, e per il Centro studi Beppe Fenoglio trovato chiuso, sfuma di fronte a questo momento, che a buon diritto, nella memoria, resta l’ultima tappa di una vacanza diventata senza volerlo anche pellegrinaggio di memoria. Seguiamo le indicazioni della signora e la troviamo senza difficoltà. Una tomba di famiglia. Lui, Beppe, lo scrittore della Resistenza, è il primo della lapide a sinistra. La foto lo ritrae in giacca e cravatta, lo sguardo rivolto verso destra, il lato sinistro del viso appena in ombra. Sotto il nome le date di nascita e di morte, 1922-1963. Fra il nome e le date, due parole, «scrittore e partigiano».

Curioso, penso: abbiamo iniziato il nostro viaggio rendendo omaggio a Sandro Delmastro e ora eccoci qua, di fronte a un altro partigiano. Partigiano e scrittore. Ce ne andiamo in silenzio mentre in testa risuona una frase, forse la più famosa del Partigiano Johhny: «E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno» (B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 2005, p. 392). Quando, nel primo pomeriggio, risaliamo in macchina sappiamo che in questa settimana non ci siamo mossi soltanto nello spazio. Abbiamo percorso oltre mille chilometri, ma il nostro è stato anche un viaggio nel tempo. Nel passato, certo, ma anche nel presente. Perché a vivere oggi serve la memoria. Soprattutto per vivere oggi.


domenica 7 agosto 2022

Libri da leggere: La morte dei caprioli belli di Ota Pavel

 «Gli occhi del cane e quelli dell’uomo si incontrarono. Si guardarono l’un l’altro a lungo, forse per un’eternità, le luci dentro di loro si spegnevano e si accendevano, e quello che si dissero non lo sapremo ami perché sono morti tutti e due, e anche se fossero vivi, non lo saprebbe nessuno, perché nemmeno loro lo sapevano. Forse imprecavano sulla vita da cani, forse su quella degli ebrei, ma sono tutte supposizioni. Holan si alzò, si stiracchiò e si avviò pigramente come un qualunque cane di traghetto dietro al mio papà, come se gli fosse appartenuto da sempre. Sul viottolo si trasformò in lupo».

Ota Pavel, La morte dei caprioli belli, Keller, Rovereto 2013, p. 61

Ota Pavel (1930-1973), nato Popper, è stato uno scrittore ceco. Il padre era ebreo, la madre cattolica. Sopravvissuto alla Shoah, che vide il padre e due fratelli deportati nei campi nazisti, da cui riuscirono poi a tornare, Pavel fu giornalista sportivo e scrittore. Nel 1964, mentre era inviato sportivo alle Olimpiadi invernali di Innsbruck, si manifestarono i primi segni di una malattia psichica, diagnosticata poco dopo come disturbo bipolare, che condurrà a termine la sua carriera giornalistica e lo costringerà a frequenti ricoveri. Sarà questo però anche il periodo più fecondo a livello letterario. Pavel (aveva cambiato nome nel 1955), morirà nel 1973 per un attacco cardiaco. È sepolto presso il Nuovo cimitero ebraico di Praga, accanto al padre, commesso viaggiatore e indefesso sognatore, protagonista de La morte dei caprioli belli

Nove racconti vanno a comporre un romanzo vivo, pieno di affetto e di ironia, che si snoda fra gli anni Trenta e il secondo dopoguerra. Ci troveremo le storie di affari e fallimenti, di aspirapolvere e acchiappamosche, di beffe ai danni dei tedeschi e di speranze infrante. E di carpe! Storie vere nel significato più profondo. 

Fra tanti libri che passano e scompaiono, magari ben costruiti ma vuoti e freddi come una casa senza vita, ci sono libri piccoli e vivi, che fanno ridere e piangere, sperare e riflettere, palpitare e scrollare la testa al pensiero di com’è la vita. Libri belli e onesti. Ecco, oggi posso dire di averne letto uno più, di questi libri.


lunedì 18 luglio 2022

Libri da leggere: I compagni sconosciuti di Franco Lucentini

Quando sentiamo il nome di Franco Lucentini (1920-2002) il pensiero corre al sodalizio letterario e di amicizia che lo unì a Carlo Fruttero (1926-1912), eppure nel 1951 un giovane Lucentini inaugurava con un racconto lungo "I gettoni" einaudiani diretti da Elio Vittorini.

Ambientato in una Vienna appena uscita dalla Seconda guerra mondiale, fra edifici in macerie e persone che tentano di riprendere a vivere nonostante la bufera che ha travolto ogni cosa, I compagni sconosciuti ci presenta un personaggio che ha deciso di farla finita ma che, proprio sul ponte da cui sta per gettarsi, viene salvato da un soldato russo di guardia. Inizia così, fra compagni sconosciuti, un percorso di relazioni: pochi giorni, ma che hanno l'intensità di una vita intera.

Un libro duro, un racconto quasi senza speranza eppure pervaso di dolcezza e di malinconia narrato con una lingua innovativa, spuria, plurale. 

«Posò il lavoro accanto a sé, sulla cassa del carbone, e si aggiustava la veste sulle ginocchia. Poi si alzò, stava in piedi vicino al letto.
— Nc znaiu, — ripeté. Non lo sapeva. No ja chatiela b… pamòtch... — Ma avrebbe voluto aiutarmi...
— I kak? — E come?
— N... ne znaiu —. Non lo sapeva.
— Ne znaiesc, a? — Ah, non lo sapeva?
— N… net. Ne znaiu... ne znaiu...
Stavo supino sul letto e la guardavo, nella luce che già finiva. Guardavo i capelli scoloriti, la faccia nell'ombra. Poi guardavo la vecchia giacca che portava, i bottoni arrugginiti alla cintola, la veste pesante che cadeva diritta sulle ginocchia. Volevo parlare, ma non potevo parlare. Mossi una mano sulla coperta e stesi piano il braccio, le toccai l'orlo della veste, le ginocchia. Lei stava ferma, non si muoveva, sentivo con la mano le gambe che tremavano. Di sotto era vestita anche pili povera, pure io tremavo e tenevo gli occhi chiusi. Quando li aprii vidi che piangeva, le lagrime le rotolavano sulla faccia.
La mano mi ricadde e le tenevo solo l'orlo della veste; poi lasciai pure quello, mi voltai contro il muro. La sentii che si sedeva di nuovo sulla cassa e piangeva.
Pianse piano, piano, per un pezzo, poi non so se ancora piangeva, si sentiva solo respirare. Io guardavo la parete scrostata, vicino al cuscino, e ogni tanto muovevo un dito, premevo con l'unghia sul calcinaccio che veniva via».

Franco Lucentini, I compagni sconosciuti, Einaudi, Torino 1951, p. 58.




sabato 2 luglio 2022

Libri da leggere: i diari di Emanuele Artom

«Siamo figli della nostra generazione: riusciremo a rinnovarci senza invecchiare? (p.148)».

I diari di Emanuele Artom (1915-1944), partigiano ebreo piemontese, sono un testo che tutti dovremmo leggere. E non soltanto per il già di per sé straordinario il percorso spirituale di Artom, intellettuale antifascista e poi partigiano col ruolo di commissario politico per il P.d'A. in Val Pellice e in Val Germanasca; li dovremmo leggere per l'onestà con cui, a partire dalla propria esperienza, Artom racconta prima l'evoluzione di una generazione e quindi la Resistenza, una Resistenza per niente mitizzata ma da lui vissuta con altissimo senso morale.

I diari si compongono di due parti: la prima dal gennaio 1940 al settembre 1943, la seconda dal novembre del 1943 al 23 febbraio 1944. Ne emerge il progressivo percorso intellettuale e morale dell'autore, fino alla scelta di aderire alla Resistenza. Vi si trovano fatti ed episodi della vita quotidiana ma anche profonde riflessioni sul significato profondo che l'antifascismo prima e la lotta partigiana poi rappresentano per Artom: uno scontro etico fra un mondo di sopraffazione e la possibilità, attraverso la Resistenza, di costruire una società nuova, fondata su presupposti morali totalmente diversi rispetto al fascismo. 

Catturato nel marzo del 1944, Artom morì a seguito delle torture subite; il suo corpo non è mai stato ritrovato.