domenica 15 dicembre 2024
80 anni fa la morte in combattimento di Antonio Giuriolo, il Capitan Toni dei Piccoli maestri
mercoledì 8 maggio 2024
Adunata degli Alpini a Vicenza: un'occasione per riscoprire Giuriolo, Meneghello e Rigoni Stern: articolo per "L'altraMontagna"
Vicenza ospiterà la 95esima Adunata Nazionale degli Alpini. Tra le fanfare, la festa, la memoria dei caduti e qualche inevitabile concessione alla retorica, l’Adunata potrebbe anche essere l’occasione per riscoprire tre grandi alpini vicentini, accomunati dal no al fascismo.
Per leggere l'articolo completo, cliccate qui.
domenica 28 aprile 2024
"So di essere fra montagne amiche": articolo per "L'altramontagna"
A fine aprile 1944 un pesante rastrellamento tedesco investiva le formazioni “Giustizia e Libertà” nelle valli del cuneese: la IV banda di Nuto Revelli riusciva però a sganciarsi infliggendo gravi perdite agli attaccanti.
Qui l'articolo completo apparso su "L'altramontagna".
martedì 21 febbraio 2023
A Ravensbrück sui passi di Lidia Beccaria Rolfi
«Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno»
lunedì 26 dicembre 2022
Vacanze di memoria. Alla scoperta di alcuni luoghi della Resistenza piemontese
Può una normale vacanza
trasformarsi in un viaggio a ritroso nel tempo? Sì, se si toccano luoghi in cui
la storia ha lasciato traccia del suo passaggio. E per la storia della
Resistenza in particolare, poche province quanto quella di Cuneo possono
contare memorie tanto numerose e importanti: luoghi, lapidi, monumenti, ma
anche pagine indimenticabili scritte da altrettanti autori e autrici che alla
Resistenza sono legati indissolubilmente. Nomi come quello di Duccio
Galimberti, di Dante Livio Bianco, di Nuto Revelli, di Giorgio Bocca, di Ada
Gobetti, di Lalla Romano per Cuneo e le sue valli alpine, di Beppe Fenoglio per
Alba e le Langhe.
Nata come vacanza “francese”
con Nizza e i suoi musei – e in particolare il meraviglioso museo Chagall –
come meta, la seconda settimana di agosto si è trasformata per me e per una
coppia di cari amici in un viaggio che ha incrociato di continuo le tracce della
Resistenza in terra piemontese. Per alleggerire il viaggio di avvicinamento a
Nizza infatti, in fase di pianificazione decidiamo di pernottare, sia
all’andata che al ritorno, in Piemonte. La prima notte sarà dunque nella zona
di Cuneo. E qui, complici forse le numerose letture resistenziali, lancio agli
amici la proposta: “Vi va qualcosa in valle Stura anziché in centro città?”. Presto
fatto: prenotiamo in un B&B a Gaiola, appena dopo Borgo San Dalmazzo. È
così, quasi senza pensarci, che è iniziato il nostro viaggio nella memoria.
Cuneo
Il primo giorno di vacanza visitiamo Cuneo. È una città sabauda nell’aspetto e nell’impianto, specie nella sua parte più moderna: viali alberati, stemmi reali e facciate Liberty. Sorge alla confluenza delle valli Stura e Gesso ed è il primo centro importante che si incontra scendendo dal confine con la Francia. Una via obbligata per giungere in Italia, dall’antichità a oggi. Ma Cuneo è anche, e soprattutto, città di Resistenza, Medaglia d’oro al valor militare. Così la prima tappa della nostra passeggiata in centro ci porta in corso IV novembre: qui, al civico 8, una lapide ricorda la morte di Sandro Delmastro, ufficiale di marina e partigiano di Giustizia e Libertà, ucciso da un quindicenne della legione “Ettore Muti” mentre tentava di fuggire dopo l’arresto.
La lapide è incastonata fra due finestre di un edificio razionalista dei tempi del regime. E guardandola è difficile non emozionarsi: Sandro era l’amico di arrampicata di Primo Levi, colui che iniziò il futuro scrittore all’alpinismo, vissuto da entrambi come palestra di libertà negli anni bui che precedettero il secondo conflitto mondiale. Di lui Levi ha tracciato uno splendido ritratto nel racconto Ferro, contenuto nel Sistema periodico: «Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda» (P. Levi, Tutti i racconti, Einaudi, Torino 2005, pp. 402-03). Partigiano dopo l’8 settembre, Sandro fu ucciso il 4 aprile 1944. Della sua morte fu testimone Anna, allora fidanzata di Nuto Revelli.
Proseguiamo la nostra visita
guardandoci intorno attentamente. Numerose sono infatti le tracce della
Resistenza in centro, nelle lapidi che punteggiano le strade così come nella
toponomastica, basti pensare che la piazza più grande di Cuneo è dedicata a
Duccio Galimberti, intellettuale antifascista e figura di primissimo piano
della Resistenza. Catturato a Torino nel novembre 1944, Galimberti fu torturato
e sfigurato dai fascisti prima di essere finito a colpi di pistola. Gli saranno
conferiti la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria e, da parte del CLN
piemontese, il titolo di eroe nazionale. Oggi la sua casa è un museo: purtroppo
la troviamo chiusa e non riusciamo a visitarla. Peccato.
Paraloup
Ci sarebbe davvero moltissimo da visitare in queste zone: Borgo San Dalmazzo, per esempio, e più ancora Boves, piccolo centro in cui si consumò, nel settembre 1943, la prima di numerose stragi operate dai nazifascisti in Italia. Dovremo di sicuro ritornare, con più calma e magari con un clima più mite. Fra le mete disponibili, nel pomeriggio, scegliamo come meta Paraloup, un luogo che da anni mi aspettava, il cui nome già da solo basta a evocare suggestioni: Paraloup significa infatti ‘al riparo dai lupi’.
Nata come borgata di pastori, sorge a 1350 metri di quota nel comune di Rittana. Dopo l’8 settembre divenne la base per le formazioni “Italia libera” di Giustizia e Libertà che operavano nelle valli sopra Cuneo. Qui passarono Galimberti, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e Nuto Revelli, che a Paraloup ha dedicato pagine bellissime nel suo La guerra dei poveri. Vera e propria terra libera, qui si discuteva di politica, di società e di futuro. E qui, dopo decenni di abbandono seguiti alla fuga dalle montagne nel dopoguerra, da qualche anno è in atto un progetto di recupero che ha riportato in vita la borgata, restituendole la vocazione a luogo di incontro, di cultura e di scambio di esperienze, anche grazie a un innovativo progetto di restauro. Giovani tornati a vivere in montagna gestiscono un piccolo rifugio e accolgono il visitatore attraverso le baite, spiegando gli usi che esse avevano durante la Resistenza.
A Paraloup arriviamo attraverso
una carrareccia di montagna, dopo mezz’ora di camminata. Nulla di difficoltoso,
ma anche quassù il caldo di questa prima decade di agosto si fa sentire. Eppure
basta un sorso d’acqua alla fontana appena fuori dall’abitato per ristorarci e
immergerci in un mondo che sa di passato e di futuro al contempo. Estraggo
dallo zaino la mia copia de La guerra dei poveri e dopo una foto di rito
cominciamo a passeggiare fra le case accompagnati dalle parole di Revelli: «14
febbraio. La “mensa” e la “sala riunioni” di Paraloup sono nello stesso locale,
nella stalla più grande. In una grangia accanto, la cucina e il magazzino
viveri: nelle altre baite, cinque o sei, i dormitori. È strano, ma queste
povere baite di Paraloup, diroccate, che affondano nella neve, mi riportano a
Belogore, fra le povere isbe dalle pareti nere di fumo e dai tetti sconnessi,
fra le tane scavate sotto terra, sul Don» (N. Revelli, La guerra dei poveri,
Einaudi, Torino 1919, p. 153).
Entriamo in una sala video. Qui un
documentario interattivo presenta la storia della borgata dalle sue origini al
progetto di recupero; il filmato si conclude coi volti dei giovani, ragazze e
ragazzi, che hanno deciso di tornare a vivere in montagna, sulle orme dei loro
avi. E dei partigiani.
Al rifugio chiediamo da bere qualcosa
di tipico. La ragazza che serve al banco ritorna poco dopo con tre pastis, che
sorseggiamo chiacchierando con lei: viene dalla Puglia e ha conosciuto Paraloup
all’Università. È venuta quassù e si è innamorata del posto. Le chiediamo altre
informazioni e lei chiama una sua collega della fondazione Revelli, che ci apre
anche le baite che prima non abbiamo visitato, quella dedicata alle donne e
quella che Revelli chiamava «sala riunioni», oggi centro culturale con tavoli e
biblioteca. Paraloup è un posto davvero magico: quassù si respira un’aria affatto
diversa da quella del mondo di giù. Qui il silenzio e la memoria viva
sovrastano il rumore e le parole vane di un’Italia caciarona e volgare in
perenne campagna elettorale. Ripartiamo a malincuore ma, al contempo,
corroborati e pieni di speranza, come dei pellegrini, con la promessa di
ritornare.
Il confine
Il giorno seguente, dopo una visita a Demonte, patria di Lalla Romano, e al suggestivo santuario di S. Anna di Vinadio, giungiamo in Francia attraverso il Colle della Lombarda, a 1350 metri di quota. Sul confine, che oggi si nota appena per il cambio di lingua sui cartelli, il passato riemerge attraverso i resti delle fortificazioni militari, ruderi di caserme, feritoie scavate nella roccia e bunker che ci scrutano silenziosi. Di qua il “vallo alpino” italiano, dall’altra, appena si comincia a scendere, le fortificazioni francesi.
Fantasmi di un’epoca di confini armati che conduce in un lampo il pensiero al presente e ai suoi nuovi muri, dentro e fuori d’Europa. Osservo le feritoie e la memoria corre a una frase di Mario Rigoni Stern. Nel 1940, quando l’Italia dichiarò guerra a una Francia ormai sconfitta ma che sulle Alpi resistette con valore all’aggressione mussoliniana, Mario si trovava in Valle d’Aosta, all’estremo nord di questa catena di fortificazioni. Era a pochi passi dal confine con un paese in guerra, eppure, come “le montagne erano uguali”.
Prima di scendere verso Nizza passeggiamo
per alcuni minuti sul crinale. Getto lo sguardo a terra, attratto da un
cilindretto di ferro arrugginito. È quanto resta di un bossolo di ferro. Un
brivido mi coglie prendendolo in mano: questo genere di bossoli venne
realizzato nell’ultima parte della guerra, quando ormai nelle industrie
tedesche e italiane scarseggiava il più prezioso ottone. Allora ripenso a
Revelli, a quando, nel suo libro, parla delle offensive estive dei tedeschi per
occupare i valichi alpini, divenuti per loro fondamentali dopo lo sbarco
alleato nel sud della Francia. E sì, anche questo pezzetto di ferro arrugginito
allora può raccontare la storia.
Mondovì
Poi, passeggiando per la piazza, scopro ancora una lapide ai partigiani caduti. E stavolta a tornare alla memoria è la frase che Meneghello in Libera nos a malo getta in faccia al lettore al termine della divertente gara di arrampicata dei brombóli (i maggiolini) sulle pareti del monumento ai caduti della Grande Guerra poco sotto il santuario di Santa Libera: «Ma quanti ne sono morti in questo maledetto paese?».
Alba
L’ultimo giorno, ormai sulla
via del ritorno, facciamo tappa ad Alba, dove giungiamo dopo aver attraversato
le Langhe. Qui di nuovo e per lungo tempo la vista deve sopportare i danni
causati dalla siccità. Nubi di polvere bianca si alzano dai campi dove possenti
trattori arano una terra che sa di polvere. Eccole, oggi, le colline degli
antieroi di Fenoglio, di Johnny e di Milton. E pare impossibile che possano
essere le stesse. Nelle pagine dello scrittore di Alba è onnipresente il fango,
specie nei giorni della leggendaria quanto effimera presa della città da parte
delle forze partigiane, nell’autunno del 1944.
Prima di entrare in centro facciamo tappa al cimitero.
È immenso, strutturato su più sezioni, come pezzi di un puzzle assemblato in tempi diversi. La parte dedicata ai caduti della Resistenza, che scopriamo per caso, tocca il cuore: un recinto interno di ferro scuro, a terra un’erba perfettamente curata, verdissima. E per ciascuna tomba una piccola lapide di granito col nome, il cognome e la dicitura ‘partigiano’. Poco dopo, ancora una volta senza averlo cercato, scopriamo, a ridosso di un muro di cotto ricoperto di intonaco bianco, un monumento che ricorda sei uomini fucilati dai nazifascisti. Sostiamo in silenzio prima di avvicinarci al muro. I fori delle pallottole sono ancora lì. Sotto l’intonaco il rosso-arancio dei mattoni.Curioso, penso: abbiamo iniziato il
nostro viaggio rendendo omaggio a Sandro Delmastro e ora eccoci qua, di fronte
a un altro partigiano. Partigiano e scrittore. Ce ne andiamo in silenzio mentre
in testa risuona una frase, forse la più famosa del Partigiano Johhny: «E
pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina,
guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del
giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno» (B.
Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 2005, p. 392). Quando,
nel primo pomeriggio, risaliamo in macchina sappiamo che in questa settimana
non ci siamo mossi soltanto nello spazio. Abbiamo percorso oltre mille
chilometri, ma il nostro è stato anche un viaggio nel tempo. Nel passato,
certo, ma anche nel presente. Perché a vivere oggi serve la memoria.
Soprattutto per vivere oggi.
sabato 2 luglio 2022
Libri da leggere: i diari di Emanuele Artom
I diari si compongono di due parti: la prima dal gennaio 1940 al settembre 1943, la seconda dal novembre del 1943 al 23 febbraio 1944. Ne emerge il progressivo percorso intellettuale e morale dell'autore, fino alla scelta di aderire alla Resistenza. Vi si trovano fatti ed episodi della vita quotidiana ma anche profonde riflessioni sul significato profondo che l'antifascismo prima e la lotta partigiana poi rappresentano per Artom: uno scontro etico fra un mondo di sopraffazione e la possibilità, attraverso la Resistenza, di costruire una società nuova, fondata su presupposti morali totalmente diversi rispetto al fascismo.
Catturato nel marzo del 1944, Artom morì a seguito delle torture subite; il suo corpo non è mai stato ritrovato.
lunedì 27 giugno 2022
Intervento commemorativo per i Sette Martiri di Valdagno - 26 giugno 2022
cittadine e cittadini e in particolare ragazze ragazzi presenti: a tutte e tutti voi il mio saluto personale e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Invitato dalla sezione di Valdagno, torno dopo pochi anni dalla prima volta, nel 2018, a fare memoria con voi dei nostri “Sette Martiri”. E dico nostri non soltanto per il legame che mi unisce a Valdagno, città medaglia d’argento per la Resistenza e città in cui lavoro; nostri perché quello che i Sette Martiri hanno lasciato è un lascito che travalica i confini e che tuttavia spinge una comunità a riunirsi per ricordarli e per fare proprio il loro messaggio, nel presente e nel futuro da costruire insieme. È questo – non mi stanco mai di ripeterlo – il significato del commemorare; non una cerimonia che si ripete ma un’occasione per ribadirci gli uni con gli altri la direzione da prendere, una direzione orientata da chi, 78 anni fa, affermò con la propria vita la parte della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e della solidarietà.Oggi vorrei rivolgermi in particolare
ai giovani presenti, immaginandoli come gli adolescenti di cui ogni mattina, da
settembre a giugno, incontro gli sguardi, ascolto le voci e scruto i gesti. A voi,
ragazze e ragazzi, vorrei rivolgere le riflessioni a partire dal ricordo dei
sette che oggi commemoriamo e che sono divenuti testimoni – questo il significato
della parola ‘martire’. Sette uomini che furono fucilati dai nazifascisti il 3
luglio 1944 a pochi passi dal monumento davanti al quale è iniziata la nostra
cerimonia.
Ferruccio Baù, di Valdagno, classe
1908, era un commerciante. Si era fatto notare come antifascista nel luglio 1943,
quando aveva gettato dal balcone del municipio la foto di Mussolini, deposto e
arrestato pochi giorni prima;
Virgilio Cenzi, classe 1896, era un militante
del PCI e sostenitore del movimento partigiano: faceva il falegname alla
manifattura della Marzotto;
Antonio Bietolini, classe 1900, era meccanico;
politicamente era un militante comunista di lungo corso, arrestato più
volte nel corso del ventennio e costretto a scontare sette anni di Confino alle
isole Tremiti. Dal febbraio 1944 dirigeva la federazione vicentina del PCI;
Alfeo Guadagnin, classe 1899, era un
socialista bassanese di lunga militanza, di professione noleggiatore d’auto,
animatore della Resistenza nel Bassanese. L’arresto lo colse mentre si trovava a
Valdagno per incontrarsi con l’amico Ferruccio Baù;
Marino Ceccon, classe 1912, comunista,
era operaio agli stabilimenti “Marzotto”;
Pasquale Giovanni Zordan, valdagnese,
soprannominato “Nani Sette”, classe 1908, era anche lui comunista, attivista
nella fabbrica “Marzotto”;
Francesco Rilievo, classe 1919,
operaio alla “Marzotto”, non aveva legami con l’attività politica clandestina
né con la Resistenza, fu arrestato semplicemente perché cognato di Giovanni
Zordan.
A questi sette uomini, come
sappiamo, doveva aggiungersi Raffaele Preto, di 24 anni, di professione calzolaio,
membro della Resistenza, che riuscì invece a scampare alla fucilazione
attraverso una fortunosa fuga e fu poi partigiano. Gli altri furono uccisi
perché antifascisti nel corso di una rappresaglia che aveva il duplice scopo di
colpire l’attività clandestina e terrorizzare la popolazione. Nessuno di loro
aveva a che fare con lo scontro fra tedeschi e partigiani avvenuto il 30 giugno
precedente e che fu addotto a motivazione della rappresaglia. Ma questa era la
prassi dei nazifascisti: la rappresaglia serviva a terrorizzare la popolazione
e a spingerla a rifiutare l’appoggio che essa dava ai partigiani.
Ma fermiamoci a riflettere un
istante sulle parole: nazifascisti, partigiani, antifascisti, rappresaglia sono
infatti parole che ci suonano strane oggi, così distanti dal nostro eterno
presente. Allora cerchiamo di fare insieme un passo indietro per tornare alla Valdagno
di 78 anni fa.
Perché, ragazze ragazzi, 78 anni fa qui come nel resto del nord Italia, non c’era la libertà di cui oggi noi godiamo i frutti, spesso dimenticandoci di chi la conquistò; 78 anni fa anche solo uscire di casa per comperare quel poco che il razionamento dei viveri consentiva era un’azione che poteva costare la vita. Valdagno pullulava di soldati e poliziotti della RSI, lo stato fantoccio che dopo l’8 settembre 1943 era stato costituito da Mussolini per continuare la guerra a fianco della Germania nazista. E tutto ciò avveniva dopo vent’anni di dittatura fascista: una dittatura che aveva abolito la libertà di parola, di stampa, di riunione, che aveva sciolto tutti i partiti tranne quello fascista così come i sindacati, che aveva educato un’intera generazione non a pensare con la propria testa e a sentire col cuore ma a “credere, obbedire e combattere” praticando l’insulto sistematico dell’avversario, propugnando il nazionalismo e il razzismo e affermandosi grazie alla violenza e all’uccisione degli avversari. Nomi che ancora una volta ci sembrano lontani, benché essi siano spesso presenti sui cartelli delle vie nelle nostre città: Piero Gobetti, Antonio Gramsci, don Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, per citarne solo alcuni.
Eppure, nonostante la violenza
che il regime fascista aveva elevato a sistema di potere ci fu chi si oppose. Sei
di coloro che furono fucilati, come avete sentito, partecipavano alla vita
politica clandestina. Si erano interessati, avevano vinto l’indifferenza per
cercare di fare qualcosa. E non soltanto per loro, ma anche per gli altri.
Questa, ragazze e ragazzi, è una grandissima lezione. La libertà per quanti aderirono
alla Resistenza non era soltanto, come spesso oggi la intendiamo, di libertà di
fare e di essere, ma era molto più complessa. I partigiani e le partigiane combattevano
anzitutto per una libertà da: dal fascismo e dall’occupante tedesco; ma
anche una libertà di: cioè di essere, fare, creare, in pace; infine, e
mi preme ricordarlo, la Resistenza propugnava una libertà con: cioè con
gli altri, da vivere e condividere partecipando alla vita della società, attraverso
diritti ma anche doveri, cercando di costruire un mondo, come recita una celebre
canzone scritta da Italo Calvino, più umano, e più giusto, più libero e lieto. Sì,
anche più lieto, intendendo ancora una volta la felicità come traguardo
collettivo, non soltanto individuale.
E dall’altra parte invece? Per cosa
combattevano i nazifascisti? Vi rispondo ancora con le parole di Calvino,
questa volta tratte dal suo romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno.
Le pronuncia Kim, un comandante partigiano:
C’è che noi, nella storia, siamo dalla
parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto,
nessuno sparo, pur uguale al loro […] va perduto, tutto servirà se non a
liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più
rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei
gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero,
perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel
furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe
così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur
sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.
Questo slancio, questo desiderio
di cambiare il mondo è proprio di ogni nuova generazione di giovani, ma nella
generazione che aderì alla Resistenza ha dato frutti che non temo di definire
eccezionali. Ma ci pensate? Erano cresciuti con una sola idea, spesso non
avevano fatto che poche classi a scuola, eppure scelsero, e rischiando la vita.
Erano, utilizzando un’espressione di un grande scrittore vicentino (e partigiano),
Luigi Meneghello, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, «apprendisti italiani».
E noi? Oggi spesso dimentichiamo che la libertà, come la
democrazia, non è una conquista definitiva. Essa va costantemente alimentata. Come?
Attraverso l’interesse, lo studio, la cura, la partecipazione alla vita sociale
e politica. Lo so che è difficile, tanto più oggi. Veniamo infatti da oltre due
anni di pandemia, da una crisi economica che dal 2008 non è mai passata; e ora
persino una guerra alle porte dell’Europa. Sembra davvero difficile sperare e
trovare la forza per contribuire a costruire un mondo migliore. E invece è
proprio adesso che dobbiamo più darci da fare! Ciascuno nel proprio campo, nei
contesti della propria vita: in famiglia, a scuola, nei vari gruppi che
frequentiamo.
Sapete, mi ha molto colpito un
dialogo che tempo fa ho avuto con una mia studentessa: una brava ragazza,
impegnata, attiva, solare. Eppure mi diceva che non sentiva la scuola come vera
vita, questa per lei era soltanto fuori, e quindi a poco valeva impegnarsi. Le
sue parole mi sono rimaste dentro. Certo, possono esserci momenti di sconforto,
ma non possiamo lasciare che le difficoltà ci abbattano. 78 anni fa esse erano
infinitamente più grandi, eppure chi scelse di combattere per la libertà, la
giustizia, la democrazia, la pace, lo fece pensando proprio a noi, al mondo che
sarebbe venuto.
Vorrei davvero che avessimo più
tempo, a scuola e altrove, per leggere gli scritti di quanti, uomini e donne,
fecero parte della Resistenza. Torniamo a leggere, per citarne solo alcuni, il
diario di Ada Prospero Gobetti o di Emanuele Artom, i libri di Calvino, di
Primo Levi, di Rigoni Stern, di Beppe Fenoglio, di cui pure ricorrono i cento
anni dalla nascita, di Luigi Meneghello, o ancora Il manifesto di Ventotene, scritto
nel 1941, nel pieno della Seconda guerra mondiale, da alcuni intellettuali
antifascisti confinati nel carcere di Ventotene; infine torniamo a leggere le Lettere
dei condannati a morte della Resistenza europea così come la nostra Costituzione,
frutto della Resistenza. Allo stesso modo dovremmo tornare sui luoghi, sostare,
meditare di fronte alle lapidi, ai nomi, ai monumenti – pensiamo all’ultima
lapide posta sulla facciata delle scuole elementari, dove sono ancora presenti
le celle in cui i Sette Martiri furono imprigionati. E questo non per restare
inerti a contemplare il passato come una reliquia, ma per trovare motivazione e
coraggio per agire oggi. Perché violenza, guerra, cancellazione dei diritti,
oppressione dei più deboli e altre ingiustizie sono ancora ben presenti nella
società. Lo abbiamo visto, lo vediamo guardandoci intorno come scorrendo i
social, lontano e vicino: pensiamo che solo alcuni giorni fa a Vicenza è stata
imbrattata la sede della CGIL, un sindacato, con metodi simili a quelli che
usavano le squadracce fasciste. E poi ci sono le nuove sfide, prima fra tutti
la difesa dell’ambiente e la costruzione di un futuro ecosostenibile e in cui
le risorse siano distribuite con maggiore equità e con solidarietà.
Insomma, dobbiamo, dovete,
ragazze e ragazzi, darvi da fare. Scriveva Antonio Gramsci nel lontano 1919: «Istruitevi,
perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo
bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di
tutta la nostra forza».
Così faremo vera memoria dei Sette
Martiri come di tutte e tutti coloro che diedero la vita per la causa della
Libertà. E voglio allora salutarvi con le parole di un ragazzo di diciannove
anni, Giacomo Ulivi, partigiano fucilato a Modena il 10 novembre 1944. Scriveva
Ulivi nella sua ultima lettera:
Per questo dobbiamo prepararci. Può anche
bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri.
Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non
volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto
sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi
spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a
quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi
mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso
decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la
responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare
molto.
Responsabilità è la nostra, la
vostra sfida: della memoria viva, che agisca nell’oggi. Ecco il significato del
nostro essere qui, a commemorare i nostri Sette Martiri. Buon lavoro a
tutte e tutti noi. Viva la Resistenza!









