Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Resistenza. Mostra tutti i post

domenica 15 dicembre 2024

80 anni fa la morte in combattimento di Antonio Giuriolo, il Capitan Toni dei Piccoli maestri

Giovedì 12 dicembre scorso ricorrevano gli 80 anni dalla morte del grande Antonio Giuriolo. Un mio articolo per L'AltraMontagna ne tratteggia la figura e le circostanze della morte.

    Qui il link.



mercoledì 8 maggio 2024

Adunata degli Alpini a Vicenza: un'occasione per riscoprire Giuriolo, Meneghello e Rigoni Stern: articolo per "L'altraMontagna"

Vicenza ospiterà la 95esima Adunata Nazionale degli Alpini. Tra le fanfare, la festa, la memoria dei caduti e qualche inevitabile concessione alla retorica, l’Adunata potrebbe anche essere l’occasione per riscoprire tre grandi alpini vicentini, accomunati dal no al fascismo.

 Per leggere l'articolo completo, cliccate qui.

domenica 28 aprile 2024

"So di essere fra montagne amiche": articolo per "L'altramontagna"

A fine aprile 1944 un pesante rastrellamento tedesco investiva le formazioni “Giustizia e Libertà” nelle valli del cuneese: la IV banda di Nuto Revelli riusciva però a sganciarsi infliggendo gravi perdite agli attaccanti.

Qui l'articolo completo apparso su "L'altramontagna".


martedì 21 febbraio 2023

A Ravensbrück sui passi di Lidia Beccaria Rolfi

 «Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno»

Lidia Beccaria Rolfi, Taccuini dal lager

Nella fotografia che si trova su wikipedia Lidia Beccaria Rolfi appare sorridente, un sorriso largo, accompagnato da uno sguardo sicuro, che sostiene quello dell'osservatore. Eppure quello sguardo sembra nascondere un velo, appena percettibile, di malinconia, un non detto che interroga chi conosce la sua storia.
Lidia aveva da poco compiuto diciannove anni quando venne arrestata dai fascisti, il 23 aprile 1944. Dal dicembre precedente era staffetta partigiana e operava in provincia di Cuneo. Cresciuta in una famiglia contadina di Mondovì, nonostante l'educazione fascista che l'aveva vista entusiasta sostenitrice del regime durante la prima adolescenza, dopo l'8 settembre, entrata in contatto coi partigiani della XV brigata garibaldina "Saluzzo", aveva compiuto la sua scelta.
Consegnata alla Gestapo, dopo circa due mesi di carcere a Saluzzo e a Torino, venne deportata a Ravensbrück, un campo nazista situato nelle vicinanze di Fürstenberg, a circa 90 chilometri a nord di Berlino. Qui, fra il 1939, anno di apertura del lager, e l'aprile del 1945, furono internati decine di migliaia di prigionieri (alla Liberazione il campo era arrivato a 45.000 deportati ma si stima che le persone che in totale vi transitarono siano state circa 130.000), per la maggior parte donne (almeno 110.000 sul totale), provenienti da tutta Europa. 
Dopo mesi di vita indicibile, il 26 aprile 1945 Lidia, immatricolata con il numero 44140 e il triangolo rosso dei deportati politici, fu evacuata e condotta verso nord. Pochi giorni dopo fu liberata dai soldati sovietici. Iniziò allora un lungo periodo in attesa del ritorno a casa, a Mondovì, compiutosi solo l'1 settembre 1945. Una tregua "solo" un mese e mezzo più breve di quella di Primo Levi e che lei raccontò nel libro L'esile filo della memoria

Con il libro di Lidia nello zaino ho visitato Ravensbrück lunedì 13 gennaio 2023 con le mie studentesse e i miei studenti diciannovenni. L'età che aveva lei quando fu deportata qui. Il campo era una delle mete del progetto "Treno della Memoria", dopo aver fatto tappa a Berlino e prima di procedere verso Cracovia. 
Era una mattina grigia, gelida. E in quel grigiore il campo, avvolto dai boschi e affacciato su un lago oltre il quale si vedeva la cittadina di Fürstenberg, ci è apparso ancor più freddo e vuoto. Abbiamo seguito in silenzio la guida attraverso i luoghi più importanti, cominciando da quelli all'esterno del campo: il piazzale d'arrivo, la villetta del comandante, che viveva qui con la moglie e i figli, e quelle degli ufficiali, le palazzine per il personale femminile. Sì, perché Ravensbrück divenne anche il principale lager di addestramento per le ausiliarie che prestavano servizio ai campi in cui erano internate le donne. 

All''interno del campo, che fu poi utilizzato dai sovietici a guerra finita, non è rimasto molto: le baracche non ci sono più ma il loro perimetro è segnalato sulla ghiaia nera che copre il terreno. Restano gli edifici in pietra: la palazzina comando, che ospita il museo, le carceri, il crematorio... Resta anche il muraglione di pietra che chiude il campo in direzione di Fürstenberg, separata dal campo da un lago che d'estate sarà certo splendido ma che quella mattina non ha fatto altro che sottolineare il gelo di un luogo di sofferenza e morte. 

Conclusa la visita, con tutti gli altri gruppi di studentesse e studenti, circa cinquecento, abbiamo partecipato a una breve cerimonia di ricordo. Prima del pranzo ho ripreso in mano il libro di Lidia. Aprendolo a caso, ho trovato un'annotazione degli ultimi giorni di prigionia. Ho pensato alle e ai diciannovenni che erano con me. A loro spetta l'esile filo di questa memoria.

«Come dopo un violento temporale viene la calma e torna sereno, così anche per me, dopo la sofferenza, i tormenti, il dolore, verrà la calma, la pace e l’oblio, tornerà il sole anche per noi, avremo ancora giorni di serenità e di dolcezza lungi da questo luogo d’orrore e di pena. Di tutto non resterà che un triste, ma ormai lontano ricordo».
Lidia Beccaria Rolfi, Taccuini dal lager, in L’esile filo della memoria, Einaudi, 2021, p. 196.


 


lunedì 26 dicembre 2022

Vacanze di memoria. Alla scoperta di alcuni luoghi della Resistenza piemontese

Care lettrici e cari lettori,
dopo mesi davvero intensi torno a scrivere per augurarvi serene festività natalizie. Lo faccio con un racconto di viaggio scritto per il periodico dell'ANPI provinciale di Vicenza qualche mese fa, al rientro da una stupenda vacanza fra il Piemonte, la Francia e la Liguria. Spero di trasmettervi almeno in parte quanto ho provato ripercorrendo i passi della Resistenza in quelle terre.

Può una normale vacanza trasformarsi in un viaggio a ritroso nel tempo? Sì, se si toccano luoghi in cui la storia ha lasciato traccia del suo passaggio. E per la storia della Resistenza in particolare, poche province quanto quella di Cuneo possono contare memorie tanto numerose e importanti: luoghi, lapidi, monumenti, ma anche pagine indimenticabili scritte da altrettanti autori e autrici che alla Resistenza sono legati indissolubilmente. Nomi come quello di Duccio Galimberti, di Dante Livio Bianco, di Nuto Revelli, di Giorgio Bocca, di Ada Gobetti, di Lalla Romano per Cuneo e le sue valli alpine, di Beppe Fenoglio per Alba e le Langhe.

Nata come vacanza “francese” con Nizza e i suoi musei – e in particolare il meraviglioso museo Chagall – come meta, la seconda settimana di agosto si è trasformata per me e per una coppia di cari amici in un viaggio che ha incrociato di continuo le tracce della Resistenza in terra piemontese. Per alleggerire il viaggio di avvicinamento a Nizza infatti, in fase di pianificazione decidiamo di pernottare, sia all’andata che al ritorno, in Piemonte. La prima notte sarà dunque nella zona di Cuneo. E qui, complici forse le numerose letture resistenziali, lancio agli amici la proposta: “Vi va qualcosa in valle Stura anziché in centro città?”. Presto fatto: prenotiamo in un B&B a Gaiola, appena dopo Borgo San Dalmazzo. È così, quasi senza pensarci, che è iniziato il nostro viaggio nella memoria.


Cuneo

Il primo giorno di vacanza visitiamo Cuneo. È una città sabauda nell’aspetto e nell’impianto, specie nella sua parte più moderna: viali alberati, stemmi reali e facciate Liberty. Sorge alla confluenza delle valli Stura e Gesso ed è il primo centro importante che si incontra scendendo dal confine con la Francia. Una via obbligata per giungere in Italia, dall’antichità a oggi. Ma Cuneo è anche, e soprattutto, città di Resistenza, Medaglia d’oro al valor militare. Così la prima tappa della nostra passeggiata in centro ci porta in corso IV novembre: qui, al civico 8, una lapide ricorda la morte di Sandro Delmastro, ufficiale di marina e partigiano di Giustizia e Libertà, ucciso da un quindicenne della legione “Ettore Muti” mentre tentava di fuggire dopo l’arresto.


La lapide è incastonata fra due finestre di un edificio razionalista dei tempi del regime. E guardandola è difficile non emozionarsi: Sandro era l’amico di arrampicata di Primo Levi, colui che iniziò il futuro scrittore all’alpinismo, vissuto da entrambi come palestra di libertà negli anni bui che precedettero il secondo conflitto mondiale. Di lui Levi ha tracciato uno splendido ritratto nel racconto Ferro, contenuto nel Sistema periodico: «Vedere Sandro in montagna riconciliava col mondo, e faceva dimenticare l’incubo che gravava sull’Europa. Era il suo luogo, quello per cui era fatto, come le marmotte di cui imitava il fischio e il grifo: in montagna diventava felice, di una felicità silenziosa e contagiosa, come una luce che si accenda» (P. Levi, Tutti i racconti, Einaudi, Torino 2005, pp. 402-03). Partigiano dopo l’8 settembre, Sandro fu ucciso il 4 aprile 1944. Della sua morte fu testimone Anna, allora fidanzata di Nuto Revelli.

Proseguiamo la nostra visita guardandoci intorno attentamente. Numerose sono infatti le tracce della Resistenza in centro, nelle lapidi che punteggiano le strade così come nella toponomastica, basti pensare che la piazza più grande di Cuneo è dedicata a Duccio Galimberti, intellettuale antifascista e figura di primissimo piano della Resistenza. Catturato a Torino nel novembre 1944, Galimberti fu torturato e sfigurato dai fascisti prima di essere finito a colpi di pistola. Gli saranno conferiti la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria e, da parte del CLN piemontese, il titolo di eroe nazionale. Oggi la sua casa è un museo: purtroppo la troviamo chiusa e non riusciamo a visitarla. Peccato.   

 

Paraloup

Ci sarebbe davvero moltissimo da visitare in queste zone: Borgo San Dalmazzo, per esempio, e più ancora Boves, piccolo centro in cui si consumò, nel settembre 1943, la prima di numerose stragi operate dai nazifascisti in Italia. Dovremo di sicuro ritornare, con più calma e magari con un clima più mite. Fra le mete disponibili, nel pomeriggio, scegliamo come meta Paraloup, un luogo che da anni mi aspettava, il cui nome già da solo basta a evocare suggestioni: Paraloup significa infatti ‘al riparo dai lupi’.


Nata come borgata di pastori, sorge a 1350 metri di quota nel comune di Rittana. Dopo l’8 settembre divenne la base per le formazioni “Italia libera” di Giustizia e Libertà che operavano nelle valli sopra Cuneo. Qui passarono Galimberti, Dante Livio Bianco, Giorgio Bocca e Nuto Revelli, che a Paraloup ha dedicato pagine bellissime nel suo La guerra dei poveri. Vera e propria terra libera, qui si discuteva di politica, di società e di futuro. E qui, dopo decenni di abbandono seguiti alla fuga dalle montagne nel dopoguerra, da qualche anno è in atto un progetto di recupero che ha riportato in vita la borgata, restituendole la vocazione a luogo di incontro, di cultura e di scambio di esperienze, anche grazie a un innovativo progetto di restauro. Giovani tornati a vivere in montagna gestiscono un piccolo rifugio e accolgono il visitatore attraverso le baite, spiegando gli usi che esse avevano durante la Resistenza.

A Paraloup arriviamo attraverso una carrareccia di montagna, dopo mezz’ora di camminata. Nulla di difficoltoso, ma anche quassù il caldo di questa prima decade di agosto si fa sentire. Eppure basta un sorso d’acqua alla fontana appena fuori dall’abitato per ristorarci e immergerci in un mondo che sa di passato e di futuro al contempo. Estraggo dallo zaino la mia copia de La guerra dei poveri e dopo una foto di rito cominciamo a passeggiare fra le case accompagnati dalle parole di Revelli: «14 febbraio. La “mensa” e la “sala riunioni” di Paraloup sono nello stesso locale, nella stalla più grande. In una grangia accanto, la cucina e il magazzino viveri: nelle altre baite, cinque o sei, i dormitori. È strano, ma queste povere baite di Paraloup, diroccate, che affondano nella neve, mi riportano a Belogore, fra le povere isbe dalle pareti nere di fumo e dai tetti sconnessi, fra le tane scavate sotto terra, sul Don» (N. Revelli, La guerra dei poveri, Einaudi, Torino 1919, p. 153).

Entriamo in una sala video. Qui un documentario interattivo presenta la storia della borgata dalle sue origini al progetto di recupero; il filmato si conclude coi volti dei giovani, ragazze e ragazzi, che hanno deciso di tornare a vivere in montagna, sulle orme dei loro avi. E dei partigiani.

Al rifugio chiediamo da bere qualcosa di tipico. La ragazza che serve al banco ritorna poco dopo con tre pastis, che sorseggiamo chiacchierando con lei: viene dalla Puglia e ha conosciuto Paraloup all’Università. È venuta quassù e si è innamorata del posto. Le chiediamo altre informazioni e lei chiama una sua collega della fondazione Revelli, che ci apre anche le baite che prima non abbiamo visitato, quella dedicata alle donne e quella che Revelli chiamava «sala riunioni», oggi centro culturale con tavoli e biblioteca. Paraloup è un posto davvero magico: quassù si respira un’aria affatto diversa da quella del mondo di giù. Qui il silenzio e la memoria viva sovrastano il rumore e le parole vane di un’Italia caciarona e volgare in perenne campagna elettorale. Ripartiamo a malincuore ma, al contempo, corroborati e pieni di speranza, come dei pellegrini, con la promessa di ritornare.

 

Il confine

Il giorno seguente, dopo una visita a Demonte, patria di Lalla Romano, e al suggestivo santuario di S. Anna di Vinadio, giungiamo in Francia attraverso il Colle della Lombarda, a 1350 metri di quota. Sul confine, che oggi si nota appena per il cambio di lingua sui cartelli, il passato riemerge attraverso i resti delle fortificazioni militari, ruderi di caserme, feritoie scavate nella roccia e bunker che ci scrutano silenziosi. Di qua il “vallo alpino” italiano, dall’altra, appena si comincia a scendere, le fortificazioni francesi.


Fantasmi di un’epoca di confini armati che conduce in un lampo il pensiero al presente e ai suoi nuovi muri, dentro e fuori d’Europa. Osservo le feritoie e la memoria corre a una frase di Mario Rigoni Stern. Nel 1940, quando l’Italia dichiarò guerra a una Francia ormai sconfitta ma che sulle Alpi resistette con valore all’aggressione mussoliniana, Mario si trovava in Valle d’Aosta, all’estremo nord di questa catena di fortificazioni. Era a pochi passi dal confine con un paese in guerra, eppure, come “le montagne erano uguali”.

Prima di scendere verso Nizza passeggiamo per alcuni minuti sul crinale. Getto lo sguardo a terra, attratto da un cilindretto di ferro arrugginito. È quanto resta di un bossolo di ferro. Un brivido mi coglie prendendolo in mano: questo genere di bossoli venne realizzato nell’ultima parte della guerra, quando ormai nelle industrie tedesche e italiane scarseggiava il più prezioso ottone. Allora ripenso a Revelli, a quando, nel suo libro, parla delle offensive estive dei tedeschi per occupare i valichi alpini, divenuti per loro fondamentali dopo lo sbarco alleato nel sud della Francia. E sì, anche questo pezzetto di ferro arrugginito allora può raccontare la storia.

 

Mondovì

Dopo i tre giorni trascorsi a Nizza e dintorni, anche il viaggio verso casa è segnato dalle tracce della Resistenza. Giungiamo a Mondovì verso sera, attraverso valli inaridite dalla siccità e devastate dagli incendi. Poi il paesaggio cambia quasi di colpo. In confronto al paesaggio semilunare incontrato nell’entroterra ligure la zona di Mondovì, specie la parte delle sue colline meridionali, ci stupisce per il verde rigoglioso dei prati e dei boschi. Pernottiamo nella città alta, in un alloggio che si affaccia su Piazza Maggiore. Restiamo a bocca aperta di fronte alla bellezza del borgo, per di più arricchito da un Festival dell’artigianato che trasforma fino a notte fonda il centro in una grande festa, con stand, visite guidate a chiese e palazzi, concerti, dimostrazioni, bancarelle. Naturalmente mi fiondo su quelle che espongono libri. E ne trovo una che vende testi locali sulla Resistenza riesumati da cantine e magazzini. Non resisto e finisco per farne incetta.
Poi, passeggiando per la piazza, scopro ancora una lapide ai partigiani caduti. E stavolta a tornare alla memoria è la frase che Meneghello in Libera nos a malo getta in faccia al lettore al termine della divertente gara di arrampicata dei brombóli (i maggiolini) sulle pareti del monumento ai caduti della Grande Guerra poco sotto il santuario di Santa Libera: «Ma quanti ne sono morti in questo maledetto paese?».

 

Alba

L’ultimo giorno, ormai sulla via del ritorno, facciamo tappa ad Alba, dove giungiamo dopo aver attraversato le Langhe. Qui di nuovo e per lungo tempo la vista deve sopportare i danni causati dalla siccità. Nubi di polvere bianca si alzano dai campi dove possenti trattori arano una terra che sa di polvere. Eccole, oggi, le colline degli antieroi di Fenoglio, di Johnny e di Milton. E pare impossibile che possano essere le stesse. Nelle pagine dello scrittore di Alba è onnipresente il fango, specie nei giorni della leggendaria quanto effimera presa della città da parte delle forze partigiane, nell’autunno del 1944.

Prima di entrare in centro facciamo tappa al cimitero.

È immenso, strutturato su più sezioni, come pezzi di un puzzle assemblato in tempi diversi. La parte dedicata ai caduti della Resistenza, che scopriamo per caso, tocca il cuore: un recinto interno di ferro scuro, a terra un’erba perfettamente curata, verdissima. E per ciascuna tomba una piccola lapide di granito col nome, il cognome e la dicitura ‘partigiano’. Poco dopo, ancora una volta senza averlo cercato, scopriamo, a ridosso di un muro di cotto ricoperto di intonaco bianco, un monumento che ricorda sei uomini fucilati dai nazifascisti. Sostiamo in silenzio prima di avvicinarci al muro. I fori delle pallottole sono ancora lì. Sotto l’intonaco il rosso-arancio dei mattoni.

Infine, dopo aver chiesto aiuto a una signora che dava da bere ai fiori sulla tomba dei suoi cari, la troviamo. E così anche la delusione per la successiva visita alla città, invasa di gente per il mercato settimanale, e per il Centro studi Beppe Fenoglio trovato chiuso, sfuma di fronte a questo momento, che a buon diritto, nella memoria, resta l’ultima tappa di una vacanza diventata senza volerlo anche pellegrinaggio di memoria. Seguiamo le indicazioni della signora e la troviamo senza difficoltà. Una tomba di famiglia. Lui, Beppe, lo scrittore della Resistenza, è il primo della lapide a sinistra. La foto lo ritrae in giacca e cravatta, lo sguardo rivolto verso destra, il lato sinistro del viso appena in ombra. Sotto il nome le date di nascita e di morte, 1922-1963. Fra il nome e le date, due parole, «scrittore e partigiano».

Curioso, penso: abbiamo iniziato il nostro viaggio rendendo omaggio a Sandro Delmastro e ora eccoci qua, di fronte a un altro partigiano. Partigiano e scrittore. Ce ne andiamo in silenzio mentre in testa risuona una frase, forse la più famosa del Partigiano Johhny: «E pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina, guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno» (B. Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 2005, p. 392). Quando, nel primo pomeriggio, risaliamo in macchina sappiamo che in questa settimana non ci siamo mossi soltanto nello spazio. Abbiamo percorso oltre mille chilometri, ma il nostro è stato anche un viaggio nel tempo. Nel passato, certo, ma anche nel presente. Perché a vivere oggi serve la memoria. Soprattutto per vivere oggi.


sabato 2 luglio 2022

Libri da leggere: i diari di Emanuele Artom

«Siamo figli della nostra generazione: riusciremo a rinnovarci senza invecchiare? (p.148)».

I diari di Emanuele Artom (1915-1944), partigiano ebreo piemontese, sono un testo che tutti dovremmo leggere. E non soltanto per il già di per sé straordinario il percorso spirituale di Artom, intellettuale antifascista e poi partigiano col ruolo di commissario politico per il P.d'A. in Val Pellice e in Val Germanasca; li dovremmo leggere per l'onestà con cui, a partire dalla propria esperienza, Artom racconta prima l'evoluzione di una generazione e quindi la Resistenza, una Resistenza per niente mitizzata ma da lui vissuta con altissimo senso morale.

I diari si compongono di due parti: la prima dal gennaio 1940 al settembre 1943, la seconda dal novembre del 1943 al 23 febbraio 1944. Ne emerge il progressivo percorso intellettuale e morale dell'autore, fino alla scelta di aderire alla Resistenza. Vi si trovano fatti ed episodi della vita quotidiana ma anche profonde riflessioni sul significato profondo che l'antifascismo prima e la lotta partigiana poi rappresentano per Artom: uno scontro etico fra un mondo di sopraffazione e la possibilità, attraverso la Resistenza, di costruire una società nuova, fondata su presupposti morali totalmente diversi rispetto al fascismo. 

Catturato nel marzo del 1944, Artom morì a seguito delle torture subite; il suo corpo non è mai stato ritrovato.

lunedì 27 giugno 2022

Intervento commemorativo per i Sette Martiri di Valdagno - 26 giugno 2022

Signora Assessore, parenti delle vittime, autorità civili e militari, amici del complesso strumentale,
cittadine e cittadini e in particolare ragazze ragazzi presenti: a tutte e tutti voi il mio saluto personale e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Invitato dalla sezione di Valdagno, torno dopo pochi anni dalla prima volta, nel 2018, a fare memoria con voi dei nostri “Sette Martiri”. E dico nostri non soltanto per il legame che mi unisce a Valdagno, città medaglia d’argento per la Resistenza e città in cui lavoro; nostri perché quello che i Sette Martiri hanno lasciato è un lascito che travalica i confini e che tuttavia spinge una comunità a riunirsi per ricordarli e per fare proprio il loro messaggio, nel presente e nel futuro da costruire insieme. È questo – non mi stanco mai di ripeterlo – il significato del commemorare; non una cerimonia che si ripete ma un’occasione per ribadirci gli uni con gli altri la direzione da prendere, una direzione orientata da chi, 78 anni fa, affermò con la propria vita la parte della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e della solidarietà.

Oggi vorrei rivolgermi in particolare ai giovani presenti, immaginandoli come gli adolescenti di cui ogni mattina, da settembre a giugno, incontro gli sguardi, ascolto le voci e scruto i gesti. A voi, ragazze e ragazzi, vorrei rivolgere le riflessioni a partire dal ricordo dei sette che oggi commemoriamo e che sono divenuti testimoni – questo il significato della parola ‘martire’. Sette uomini che furono fucilati dai nazifascisti il 3 luglio 1944 a pochi passi dal monumento davanti al quale è iniziata la nostra cerimonia.

Ferruccio Baù, di Valdagno, classe 1908, era un commerciante. Si era fatto notare come antifascista nel luglio 1943, quando aveva gettato dal balcone del municipio la foto di Mussolini, deposto e arrestato pochi giorni prima;

Virgilio Cenzi, classe 1896, era un militante del PCI e sostenitore del movimento partigiano: faceva il falegname alla manifattura della Marzotto;

Antonio Bietolini, classe 1900, era meccanico; politicamente era un militante comunista di lungo corso, arrestato più volte nel corso del ventennio e costretto a scontare sette anni di Confino alle isole Tremiti. Dal febbraio 1944 dirigeva la federazione vicentina del PCI;

Alfeo Guadagnin, classe 1899, era un socialista bassanese di lunga militanza, di professione noleggiatore d’auto, animatore della Resistenza nel Bassanese. L’arresto lo colse mentre si trovava a Valdagno per incontrarsi con l’amico Ferruccio Baù;

Marino Ceccon, classe 1912, comunista, era operaio agli stabilimenti “Marzotto”;

Pasquale Giovanni Zordan, valdagnese, soprannominato “Nani Sette”, classe 1908, era anche lui comunista, attivista nella fabbrica “Marzotto”;

Francesco Rilievo, classe 1919, operaio alla “Marzotto”, non aveva legami con l’attività politica clandestina né con la Resistenza, fu arrestato semplicemente perché cognato di Giovanni Zordan.

A questi sette uomini, come sappiamo, doveva aggiungersi Raffaele Preto, di 24 anni, di professione calzolaio, membro della Resistenza, che riuscì invece a scampare alla fucilazione attraverso una fortunosa fuga e fu poi partigiano. Gli altri furono uccisi perché antifascisti nel corso di una rappresaglia che aveva il duplice scopo di colpire l’attività clandestina e terrorizzare la popolazione. Nessuno di loro aveva a che fare con lo scontro fra tedeschi e partigiani avvenuto il 30 giugno precedente e che fu addotto a motivazione della rappresaglia. Ma questa era la prassi dei nazifascisti: la rappresaglia serviva a terrorizzare la popolazione e a spingerla a rifiutare l’appoggio che essa dava ai partigiani.

Ma fermiamoci a riflettere un istante sulle parole: nazifascisti, partigiani, antifascisti, rappresaglia sono infatti parole che ci suonano strane oggi, così distanti dal nostro eterno presente. Allora cerchiamo di fare insieme un passo indietro per tornare alla Valdagno di 78 anni fa.

Perché, ragazze ragazzi, 78 anni fa qui come nel resto del nord Italia, non c’era la libertà di cui oggi noi godiamo i frutti, spesso dimenticandoci di chi la conquistò; 78 anni fa anche solo uscire di casa per comperare quel poco che il razionamento dei viveri consentiva era un’azione che poteva costare la vita. Valdagno pullulava di soldati e poliziotti della RSI, lo stato fantoccio che dopo l’8 settembre 1943 era stato costituito da Mussolini per continuare la guerra a fianco della Germania nazista. E tutto ciò avveniva dopo vent’anni di dittatura fascista: una dittatura che aveva abolito la libertà di parola, di stampa, di riunione, che aveva sciolto tutti i partiti tranne quello fascista così come i sindacati, che aveva educato un’intera generazione non a pensare con la propria testa e a sentire col cuore ma a “credere, obbedire e combattere” praticando l’insulto sistematico dell’avversario, propugnando il nazionalismo e il razzismo e affermandosi grazie alla violenza e all’uccisione degli avversari. Nomi che ancora una volta ci sembrano lontani, benché essi siano spesso presenti sui cartelli delle vie nelle nostre città: Piero Gobetti, Antonio Gramsci, don Giovanni Minzoni, Giacomo Matteotti, i fratelli Carlo e Nello Rosselli, per citarne solo alcuni.

Eppure, nonostante la violenza che il regime fascista aveva elevato a sistema di potere ci fu chi si oppose. Sei di coloro che furono fucilati, come avete sentito, partecipavano alla vita politica clandestina. Si erano interessati, avevano vinto l’indifferenza per cercare di fare qualcosa. E non soltanto per loro, ma anche per gli altri. Questa, ragazze e ragazzi, è una grandissima lezione. La libertà per quanti aderirono alla Resistenza non era soltanto, come spesso oggi la intendiamo, di libertà di fare e di essere, ma era molto più complessa. I partigiani e le partigiane combattevano anzitutto per una libertà da: dal fascismo e dall’occupante tedesco; ma anche una libertà di: cioè di essere, fare, creare, in pace; infine, e mi preme ricordarlo, la Resistenza propugnava una libertà con: cioè con gli altri, da vivere e condividere partecipando alla vita della società, attraverso diritti ma anche doveri, cercando di costruire un mondo, come recita una celebre canzone scritta da Italo Calvino, più umano, e più giusto, più libero e lieto. Sì, anche più lieto, intendendo ancora una volta la felicità come traguardo collettivo, non soltanto individuale.

E dall’altra parte invece? Per cosa combattevano i nazifascisti? Vi rispondo ancora con le parole di Calvino, questa volta tratte dal suo romanzo d’esordio, Il sentiero dei nidi di ragno. Le pronuncia Kim, un comandante partigiano:

C’è che noi, nella storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va perduto, nessun gesto, nessuno sparo, pur uguale al loro […] va perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. L’altra è la parte dei gesti perduti; degli inutili furori, perduti e inutili anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro per restarne schiavi.

Questo slancio, questo desiderio di cambiare il mondo è proprio di ogni nuova generazione di giovani, ma nella generazione che aderì alla Resistenza ha dato frutti che non temo di definire eccezionali. Ma ci pensate? Erano cresciuti con una sola idea, spesso non avevano fatto che poche classi a scuola, eppure scelsero, e rischiando la vita. Erano, utilizzando un’espressione di un grande scrittore vicentino (e partigiano), Luigi Meneghello, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, «apprendisti italiani».

E noi? Oggi spesso dimentichiamo che la libertà, come la democrazia, non è una conquista definitiva. Essa va costantemente alimentata. Come? Attraverso l’interesse, lo studio, la cura, la partecipazione alla vita sociale e politica. Lo so che è difficile, tanto più oggi. Veniamo infatti da oltre due anni di pandemia, da una crisi economica che dal 2008 non è mai passata; e ora persino una guerra alle porte dell’Europa. Sembra davvero difficile sperare e trovare la forza per contribuire a costruire un mondo migliore. E invece è proprio adesso che dobbiamo più darci da fare! Ciascuno nel proprio campo, nei contesti della propria vita: in famiglia, a scuola, nei vari gruppi che frequentiamo.

Sapete, mi ha molto colpito un dialogo che tempo fa ho avuto con una mia studentessa: una brava ragazza, impegnata, attiva, solare. Eppure mi diceva che non sentiva la scuola come vera vita, questa per lei era soltanto fuori, e quindi a poco valeva impegnarsi. Le sue parole mi sono rimaste dentro. Certo, possono esserci momenti di sconforto, ma non possiamo lasciare che le difficoltà ci abbattano. 78 anni fa esse erano infinitamente più grandi, eppure chi scelse di combattere per la libertà, la giustizia, la democrazia, la pace, lo fece pensando proprio a noi, al mondo che sarebbe venuto.

Vorrei davvero che avessimo più tempo, a scuola e altrove, per leggere gli scritti di quanti, uomini e donne, fecero parte della Resistenza. Torniamo a leggere, per citarne solo alcuni, il diario di Ada Prospero Gobetti o di Emanuele Artom, i libri di Calvino, di Primo Levi, di Rigoni Stern, di Beppe Fenoglio, di cui pure ricorrono i cento anni dalla nascita, di Luigi Meneghello, o ancora Il manifesto di Ventotene, scritto nel 1941, nel pieno della Seconda guerra mondiale, da alcuni intellettuali antifascisti confinati nel carcere di Ventotene; infine torniamo a leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea così come la nostra Costituzione, frutto della Resistenza. Allo stesso modo dovremmo tornare sui luoghi, sostare, meditare di fronte alle lapidi, ai nomi, ai monumenti – pensiamo all’ultima lapide posta sulla facciata delle scuole elementari, dove sono ancora presenti le celle in cui i Sette Martiri furono imprigionati. E questo non per restare inerti a contemplare il passato come una reliquia, ma per trovare motivazione e coraggio per agire oggi. Perché violenza, guerra, cancellazione dei diritti, oppressione dei più deboli e altre ingiustizie sono ancora ben presenti nella società. Lo abbiamo visto, lo vediamo guardandoci intorno come scorrendo i social, lontano e vicino: pensiamo che solo alcuni giorni fa a Vicenza è stata imbrattata la sede della CGIL, un sindacato, con metodi simili a quelli che usavano le squadracce fasciste. E poi ci sono le nuove sfide, prima fra tutti la difesa dell’ambiente e la costruzione di un futuro ecosostenibile e in cui le risorse siano distribuite con maggiore equità e con solidarietà.

Insomma, dobbiamo, dovete, ragazze e ragazzi, darvi da fare. Scriveva Antonio Gramsci nel lontano 1919: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».

Così faremo vera memoria dei Sette Martiri come di tutte e tutti coloro che diedero la vita per la causa della Libertà. E voglio allora salutarvi con le parole di un ragazzo di diciannove anni, Giacomo Ulivi, partigiano fucilato a Modena il 10 novembre 1944. Scriveva Ulivi nella sua ultima lettera:

Per questo dobbiamo prepararci. Può anche bastare, sapete, che con calma, cominciamo a guardare in noi, e ad esprimere desideri. Come vorremmo vivere, domani? No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere! Ricordate, siete uomini, avete il dovere se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi: quale peso decisivo avrà la nostra volontà se sapremo farla valere; che nostra sarà la responsabilità, se andremo incontro ad un pericolo negativo? Bisognerà fare molto.

Responsabilità è la nostra, la vostra sfida: della memoria viva, che agisca nell’oggi. Ecco il significato del nostro essere qui, a commemorare i nostri Sette Martiri. Buon lavoro a tutte e tutti noi. Viva la Resistenza!