domenica 10 agosto 2014

In Flanders Fields: viaggio nel tempo e nella memoria

In Flanders Fields è il titolo e l'incipit di una poesia. La scrisse nella primavera del 1915 il tenente colonnello John Mc Crae, un ufficiale canadese, in memoria di un caro amico caduto nella seconda battaglia di Ypres. Già durante la Grande Guerra il testo divenne celebre e ancora oggi per la cultura anglosassone esso è un simbolo del sacrificio dei soldati caduti sui campi di battaglia dal 1914 al 1918. Non è un testo facile, nonostante l'apparenza, e va compreso. Riporto qui solo il primo verso:

In Flanders fields the poppies blow...

Nei campi di Fiandra sbocciano i papaveri. Pure i papaveri sono un simbolo del sacrificio. Così, grazie anche al testo di Mc Crae, presso i monumenti di guerra a Ypres non si depositano corone di alloro ma corone di papaveri di carta e piccole croci. Così avviene ogni sera, alle 20.00, presso il Menin Gate, la grande porta che ricorda 54.000 soldati del Commonwealth che non hanno avuto sepoltura nota. Da lì, dopo il nostro arrivo, è cominciato il viaggio nella memoria e nel silenzio attraverso i campi di Fiandra. Tre giorni trascorsi assieme a due cari amici, Alessandro e Silvio, per condividere insieme un'esperienza eccezionale: percorrere alcuni tra i luoghi più tristemente celebri della Grande Guerra, all'estremo nord del fronte occidentale. 

Cosa c'è oggi in Fiandra? Campi, soprattutto campi, e pascoli in cui le vacche brucano pigramente un'erba verde che cresce rigogliosa. Piccole strade di campagna attraversano quelle distese che facilmente si percorrono in bicicletta. Anche d'agosto il caldo non è insopportabile, e se il sole picchia un vento fresco, che viene dal mare, porta refrigerio. Spesso nuvole grigie solcano il cielo, piatto come la pianura che sovrasta: a volte se ne vanno, altre volte scaricano poche gocce di pioggia sottile.

Per uno che, come me, conosce quello che fu il fronte italiano della Grande Guerra, trovarsi in quella pianura sapendo gli avvenimenti lì avvenuti cento anni fa è stata esperienza unica, per molti versi straniante: non una vetta da conquistare, al massimo colline alte poche decine di metri.
Cronaert Chapel Cemetery
Per il resto, una piatta distesa di terra che ancora oggi trasmette, per chi con calma la attraversa, le dimensioni e l'assurdità di un conflitto che distrusse vite a milioni. A nulla valsero le quattro immani battaglie scatenate qui dai comandi tedeschi o alleati, a nulla valse il gas asfissiante, qui adoperato ampiamente tanto da dare il nome a quello che passerà alla storia come Iprite, a nulla armi come i lanciafiamme o i carri armati, a nulla se non a creare immensi cimiteri, oggi disseminati tra i terreni coltivati a mais, patate, bietole e cavoletti di Bruxelles.
 
- Oltre cinquanta nazionalità odierne si scontrarono in questo pezzo di fronte - ci raccontò Silvio, nostra guida lassù. E davvero a Ypres ci si rende conto della dimensione mondiale del conflitto. Basta leggere i nomi dei caduti.
Ypres dal monumento ai canadesi sulla Hill 62
Dalle colline, spesso trasformate in monumenti a vari reparti alleati, si scruta il paesaggio. Ypres, Ieper in fiammingo, è quasi sempre sullo sfondo, con le guglie della Lakenhalle che si stagliano verso il cielo. Silenzio tra le strade e i cimiteri. Pochi i visitatori, a parte che ai monumenti più importanti.
- Ma sono tutti cimiteri alleati... - chiedemmo dopo qualche ora di visita.
- Aspettavo questa domanda - fu la risposta di Silvio.
Ypres, in effetti, non è solo il luogo in cui rendersi conto della dimensione mondiale della Grande Guerra, è anche un luogo in cui si può capire come venne gestita la memoria dei caduti al termine del conflitto. Un'interessante lettura a riguardo è il testo di George L. Mosse Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti. A Ypres si tocca con mano quanto Mosse spiega. Ogni nazione o impero celebra diversamente i propri morti.

Così a Ypres. I cimiteri, quasi tutti di truppe del Commonwealth, si ripetono sempre uguali: lapidi bianche
Lapidi al Tyne Cot Cemetery
rivolte a oriente, la croce con la spada incastonata  che si innalza solitamente al centro dell'area e, in linea retta, l'altare con le parole bibliche scelte da Rudyard Kipling al termine del conflitto: "Their name liveth for evermore".

I tedeschi fecero la scelta, dettata anche se non soprattutto da necessità economiche, di raggruppare i caduti in pochi grandi cimiteri, quattro in tutto il Belgio. A Langemark, località a nord est di Ypres ben nota a chi ha letto il testo di Mosse che ho citato, se ne trova uno, forse il più celebre. Lapidi a terra, marmo grigio, ombra e silenzio di un bosco di querce. Fiori per gli alleati, nulla per i tedeschi, un po' come nei nostri sacrari. Allo stesso modo, i monumenti, cippi e obelischi soprattutto, celebrano gli alleati del Commonwealth: inglesi, irlandesi, canadesi, indiani, australiani, neozelandesi... Nessuno celebra gli sconfitti. Solo il vento tiene compagnia a tutti in egual modo.

Cimitero tedesco di Langemark
Emozioni diverse si sono susseguite nei giorni trascorsi a Ypres, nel vedere i luoghi, nel camminare tra le lapidi leggendone le iscrizioni, nel parlare con le persone incontrate nel viaggio, come la signora inglese incrociata nella trincea del Bayernwald che si mise a raccontare con gli occhi lucidi, trattenendo a stento i singhiozzi, i sentimenti provati visitando il Flanders Fields Museum. Mi fermo qui per oggi, limitandomi a constatare che un pellegrinaggio è stato, alla fine, il viaggio a Ypres. E non è un caso, forse, che il punto più lontano del nostro giro sia stato Ploegsteert, il luogo in cui, nel Natale del 1914, tedeschi e inglesi uscirono dalle trincee per quella che è passata alla storia come la Christmas Truce, la tregua di Natale. Oggi in quel luogo solo una piccola croce di legno segna la memoria. Fragile, com'è dopotutto la memoria, eppure ferma, solida. Palloni affiancano i papaveri e le croci, a ricordare la partita di calcio che si svolse tra nemici. Ricordando ora la piccola croce, la immagino nel vento della sera. Ripenso così alle parole di un'altra canzone tradizionale, ascoltata dal vivo lunedì, nel concerto dei Coope boys & Simpson, un gruppo folk che canta le memorie di questi luoghi.
 
Fading away like the stars in the morning 
Losing their light in the glorious sun 
Thus would we pass from this earth and its toiling 
Only remembered for what we have done.

Only remembered, Only remembered, 
Only remembered for what we have done; 
Only remembered, Only remembered, 
Only remembered for what we have done...




 

domenica 20 luglio 2014

Letture per l'estate: una "top ten" siglata TFA

Dopo le riflessioni serie di domenica scorsa, il post di oggi ha un sapore più estivo. Colpa, forse, della settimana trascorsa, assai intensa, per me come per decine di migliaia di colleghi che in tutta Italia hanno sostenuto il "quizzone", prima delle tre prove necessarie per accedere al Tirocinio Formativo Attivo, natural burella obbligatoria per chi (ancora) punta all'insegnamento. Mentre proseguono le prove per le altre classi di concorso e in attesa di conoscere gli "eletti" ad affrontare il prossimo giro di prove, offro una simpatica classifica di letture per l'estate, suggeritami da alcune delle domande presenti nei test delle classi A43, A50, A51, A52. L'ordine è stato determinato principalmente dal grado di apprezzamento mostrato dalle prove (sempre che si possa stabilire in esse una volontà propria) verso taluni autori e/o opere. Il tono sarà leggero, talora persino irriverente, con tanto di autorevole plurale maiestatico. Non me ne vogliano i seri cultori delle patrie Lettere, non è forse Leopardi a scrivere che <<chi ha il coraggio di ridere è padrone del mondo>>? Dunque, cominciamo:

10) al decimo posto, per tutti gli amanti del genere "storie rosa ad esito infausto", si suggerisce la lettura o rilettura delle novelle contenute nella quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio: in compagnia di Tancredi e Ghismunda, Elisabetta da Messina e molti altri simpatici casi d'amore e morte il vostro umore ne risulterà risollevato: c'è sempre chi sta peggio di voi, in fondo;

9) al nono posto proponiamo Tigre reale di Giovanni Verga, altra storia d'amore ad esito infausto, con aggiunta di tubercolosi e tradimenti. In alternativa, per chi si sentisse più attratto dalla narrativa verista, suggeriamo il primo romanzo dell'omonima corrente letteraria, Giacinta di Luigi Capuana;

8) all'ottavo posto si coltiva la poesia. Suggeriamo Leopardi e in particolare il suo Canto notturno di un pastore errante dell'Asia: il TFA lo rispolvera sempre e ciò rappresenta un motivo più che valido per riscoprirlo;

7) al settimo posto un classico della storiografia cinquecentesca, la Storia d'Italia di Francesco Guicciardini. Chi non si sentisse guicciardiniano può optare, ma in via del tutto eccezionale, per Machiavelli, rileggendo per intero i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio: qualunque sia la scelta, il fortunato lettore di certo ne avrà per tutta l'estate e forse anche per l'autunno;

6) al sesto posto suggeriamo un classico dell'Illuminismo italiano, opera che senz'altro i giuristi ben conosceranno: Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, uscito nel 1764. Raccomandiamo, qualora qualcuno lo leggesse nella prima edizione, di evitare di portarlo in spiaggia. Se, come mostra il ridente mondo contemporaneo, non riusciamo a rispettare i contenuti, rispettiamo almeno le prime edizioni delle opere;

5) al quinto posto poniamo un classico dei volgarizzamenti medievali, la Rettorica di Brunetto Latini, maestro di Dante e organizzatore (pare!) dei primi pride in Italia. Dall'argomento 1 dell'opera attingo la seguente citazione, non certo sciocca come quanto vado scrivendo: <<Sovente e molto ò io pensato in me medesimo se lla copia del dicere e lo sommo studio della eloquenzia àe fatto più bene o più male agli uomini et alle cittadi; però che quando io considero li dannaggii del nostro comune e raccolgo nell'animo l'antiche aversitadi delle grandissime cittadi, veggio che non picciola parte di danni v'è messa per uomini molto parlanti sanza sapienza>>. Chissà cosa direbbe il caro Brunetto di fronte alla nostra modernità, in ogni caso parole sante, le sue;

4) al quarto posto poniamo le Satire di Ludovico Ariosto: per entrare nel vivo, secondo il genere satirico, nelle grane più o meno fastidiose del povero poeta alla corte degli Estensi. In alternativa, si rilegga per esteso L'Orlando Furioso, compresi i Cinque canti; 

3) entriamo in zona podio suggerendo un'opera latina. Non potendo, per ovvi motivi, leggere o rileggere il Bellum poenicum di Nevio, suggeriamo un'altra opera di certo apprezzatissima, il Carmen saeculare di Orazio, insigne esempio di poesia celebrativa. Chissà che l'età dell'oro tanto decantata ci faccia dimenticare almeno per un po' le miserie di questa età dalle tinte assai meno luminose;

2) al secondo posto il super quotato Ugo Foscolo, immancabile nei test ministeriali. Suggeriamo in particolare la riscoperta del carme Dei sepolcri, possibilmente accompagnato dalla lettura dell'editto di Saint Cloud (in originale francese) e dal meno fortunato poemetto omonimo di Ippolito Pindemonte, un altro autore gettonatissimo nei quiz. Letture adatte in special modo come preparazione per tour cimiteriali o visite catacombali;

1) il primo posto assoluto, attinto dal quiz della classe A52, ci riporta alla poesia d'amore, con uno dei suoi più insigni esponenti. Chi? Ma lui, il <<grand traduttor de' traduttor d'Omero>>, come lo definì l'avversario da noi collocato al secondo posto, il Vincenzo Monti autore dei Pensieri d'amore.

Un repertorio ricco e variegato, non trovate? Qualcuno potrebbe dire che rappresenta la spia di una certa concezione di letteratura e, forse, di cultura. Ma oggi non siamo qui per far polemiche; abbiamo suggerito classici immancabili tra le letture estive, e questo ci basta. Buona estate, dunque. E buona lettura.



domenica 13 luglio 2014

Discussioni su facebook: quando il sonno della ragione genera mostri

Resto sempre più basito nel seguire fantomatici dialoghi e confronti sui social network, in special modo su facebook. In un "luogo" in cui tutti vedono, pochi leggono e ciascuno può dire la sua, la quantità di stupidaggini su cui sempre più spesso mi trovo a posare gli occhi mi lascia addosso un'incredibile inquietudine, che non di rado si muta in rabbia, più ancora diviene frustrazione. L'ultimo caso, alcuni giorni fa. Una simpatica signora, amica di un amico di un'amica di un amico, scrive in uno di quegli spassosi gruppi "Sei del posto tale se..." che al mercatino organizzato dalla scuola del suo paese, in fila per scambiare i libri non ha visto nemmeno uno straniero. Apriti cielo! La discussione che segue merita di essere riportata.
A risponderle per primo è un signore che si affretta a precisare come i veri poveri <<siamo noi mica quelli che sbarcano a migliaia e che il governo mantiene a nostre spese>>. L'autrice del post rincara subito dopo la dose, ipotizzando testi pagati dal Comune (come le bollette del resto): e di qui le danze del libero pensiero hanno inzio. Chi dà ragione, chi dice che è solo un caso. Il signore torna a commentare: <<Che siano analfabeti?>> scrive, subito quotato da altri. Chi dice che alla Caritas pure è così, chi si mette a pubblicare articoli su stupri commessi da stranieri e così via. La simpatica signora, che commento dopo commento  rivela, nei toni e nelle parole, il motivo di questo suo non troppo arguto post, tiene a sottolineare che non è razzista, si dice anzi aperta ad ogni cultura che non sia la propria, ha scritto solo per mostrare come ormai i veri poveri siano gli italiani. E subito chi le fa eco, che non è questione di razzismo, ma-di-noi-veneti-che-paghiamo-sempre-per-tutti. Qualcuno prova a ribattere, i commenti si scaldano. La grammatica, già spesso un'opinione in queste discussioni, si piega, con le buone o con le cattive, alle esigenze espressive.

Ora, mi si dirà che perdo tempo a preoccuparmi di queste cose: fatti del genere sono all'ordine del giorno della galassia di internet. Concordo, e aggiungo che un mondo virtuale tenderà inevitabilmente a riprodurre la molteplicità vorticante del mondo reale, diversità di opinioni inclusa. Il fatto che mi lascia sempre più impietrito è come i tanti gruppi detti "di discussione" non servano in realtà nemmeno a confrontarsi civilmente. A velocità incredibile si scivola nell'attacco, nell'offesa o nell'anatema. Il tutto condito con luoghi comuni, con slogan più o meno datati, più o meno palesi, più o meno consapevolmente usati. Ma non basta. Noto con crescente preoccupazione come tali sedicenti gruppi divengano un veicolo di intolleranza, di razzismo e di vero e proprio odio, spesso nemmeno troppo velato. Non faccio fatica a pensare cosa mi risponderebbero molti: ciascuno è libero di scrivere ciò che vuole. Da parte mia non sto invocando la censura, non sia mai. Ma mi domando come sia possibile che, giunti ad un certo limite, non scatti almeno un'auto censura. Siamo davvero sicuri che scrivere tutto quanto ci passa per la testa sia segno di libertà e democrazia?

Questa continua esibizione di sé, delle proprie opinioni, anche di quelle che uno farebbe meglio a tenersi in domo sua, unita ad una malizia di fondo, denota più spesso un'istintualità, un "ragionare di pancia" che bene non può fare ad un confronto sano. Il quadro che si denota è quello di un'arena continua, in cui ognuno dice la propria, col tono e il linguaggio che vuole o gli è consentito, quasi mai tendendo ad un confronto che arricchisca tutti, più spesso aspirando all'approvazione di quanti seguono. E tutti, ovviamente, forti e sicuri dietro lo schermo di un computer o quel che è. Per raccogliere una manciata di "mi piace" in fondo non serve argomentare civilmente e razionalmente, può essere anzi d'impaccio. Meglio gridare, insultare, ragionare a slogan e frasi fatte. Tanto più che,se anche si tenta di argomentare con raziocinio, quasi mai nelle discussioni uno ammette il proprio errore o modifica una posizione. 
Quanto siamo lontani dalla dialettica antica, dal confronto socratico! Per Socrate, uno dei padri della filosofia occidentale, confutare l'errore era d'obbligo nel cammino verso la verità, e ciascun confronto dialettico doveva implicare anche un innalzamento morale. Dov'è andato il demone che, secondo il filosofo, dovrebbe spingere e, ancor più, trattenere l'uomo?

Francisco Goya, Il sonno della ragione genera mostri, 1797.
Il preoccupante panorama che si delinea in discussioni come quella riportata è di un sonno sempre più profondo della ragione, un sonno in cui, nascondendosi dietro pretese apologie di democrazia e libertà di pensiero, possono prendere voce anche i mostri più inquietanti. Fortunatamente, nel caso sopra descritto qualcuno è riuscito a far zittire tutti con la forza della razionalità: un signore ha commentato spiegando come le famiglie straniere tendano a scambiarsi tra loro i testi usati. La signora ha provato a ribattere, ma senza riuscire a contrastare efficacemente, finendo per spostare il discorso su aspetti minori, tra l'altro esponendo in maniera poco chiara. Sono uscito dal programma lievemente rasserenato, tuttavia la preoccupazione resta. Dove porta il sonno della ragione, in molti, anche in letteratura, ce l'hanno mostrato. Ecco perché, come continuo a scrivere, occorre restare vigili, prima di tutto verso noi stessi, <<affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono "belle parole" non sostenute da buone ragioni>> (Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 2007, p. 164).

domenica 6 luglio 2014

Sulle note della marcia di Radetzky

La marcia di Radetzky non è solamente il celebre brano musicale di Strauss padre che chiude i concerti di Capodanno nel Musikverein di Vienna, è anche il titolo del romanzo più noto di Joseph Roth, scrittore di cui ho già parlato qualche volta. Ebreo viennese, scrittore e giornalista, vide la fine dell'impero degli Asburgo, l'avvento della modernità, l'ascesa dei totalitarismi. Esule, morì a Parigi nel 1938, solo e dimenticato. La marcia di Radetzky, apparso nel 1932, è il romanzo del crepuscolo di un'epoca: attraverso tre generazioni, dal 1859 al 1914, Roth dipinge gli ultimi decenni dell'impero austro-ungarico e, con esso, la fine degli ideali stessi su cui esso si fondava, in primis la fedeltà a quel <<vecchio imperatore dalla barba bianca>> che rappresenta per tutto il testo la stabilità di quanto è immutabile. Tutto incomincia con una battaglia, quella di Solferino, e termina con i primi scontri in Galizia, regione al centro di immani battaglie nel corso dei primi mesi della Grande Guerra.

In Galizia è di stanza Carlo Giuseppe, ultimo rampollo della famiglia Trotta e protagonista del romanzo. Per gli ultimi giorni del giugno 1914 è prevista una festa militare nel piccolo paese di confine: si festeggia un reggimento di cavalleria lì stanziato. Momento culminante dei festeggiamenti è un ricevimento che si svolge la sera del 28 giugno. Come accennavo domenica scorsa, è durante questo ricevimento che viene portata la notizia dell'attentato contro l'erede al trono Francesco Ferdinando. La scena, dicevo, è memorabile, vero capolavoro letterario, tanto l'istante in cui apprendiamo cosa rechi il misterioso messaggero giunto a cavallo quanto le scene che immediatamente seguono.

<<Il dragone scese da cavallo e chiese del colonnello Festetics. Gli fu risposto che il colonnello era già entrato. Un momento dopo il colonnello usciva, prendeva una lettera che l'ordinanza gli consegnava e ritornava in casa. Nell'anticamera dove non c'era una lumiera appesa al soffitto, si fermò. Un servitore gli si mise alle spalle con un candelabro in mano. Il colonnello strappò la busta (La marcia di Radetzky, Longanesi, 1953, p. 345)>>.

Sarà dallo sguardo incredulo di questo giovanissimo servitore, che non riesce a fare a meno di sbirciare, che apprenderemo il contenuto della busta recapitata all'ufficiale.

<<Senza che egli avesse affatto cercato di leggere al disopra delle spalle del colonnello, il testo della lettera cadeva nel campo visivo dei suoi occhi bene educati, un'unica frase di poche parole scritte con un lapis turchino a lettere grandi e distinte [...]: "Corre voce successore al trono ucciso a Serajevo" dicevano le lettere>> (Ibidem, p. 346).

Joseph Roth Radetzkymarsch 1932.jpgQuanto segue è una serie di scene che ha dell'incredibile. Mentre un terribile temporale sta per scoppiare, all'interno del palazzo in cui si svolge il ricevimento avvengono le reazioni più disparate. Il colonnello convoca gli ufficiali: chi è incredulo, chi scioccato, chi, come gli ufficiali ungheresi, è lieto che il <<porco>> sia morto. La festa continua, almeno per un po'. E il clima diviene grottesco, nessuno sa cosa fare, il caos regna sovrano, d'un tratto le due bande presenti nella sala dal ballo smettono coi valzer e attaccano la marcia funebre di Chopin, ma è un disastro: direttori e musicisti sono brilli, non riescono ad andare a tempo. La marcia funebre acquista velocità, gli ufficiali ungheresi ballano ora senza curarsi di nasconderlo. Il tutto mentre fuori il temporale ormai infuria, e l'immagine metereologica della tempesta in atto si sovrappone perfettamente alla tempesta che sta per abbattersi sull'impero e sui personaggi. Quando finalmente si decide di interrompere la festa, si rinnovano le scene grottesche: ciascuno viene letteralmente allontanato; persino gli strumenti vengono portati via ai musicisti che però rimangono a ripetere i movimenti del suonare come automi: <<Quando fu portato via al suonatore di grancassa il suo pesante strumento, egli continuò a manovrare nell'aria le bacchette e i battagli. I maestri banda, che avevano bevuto più degli altri, furono finalmente trascinati via, da due servitori ciascuno, come i loro strumenti. Gli ospiti risero forte. Poi vi grande silenzio. Nessuno più parlò. Tutti erano rimasti nella posizioneche avevano avuto prima e nessuno più si mosse. Dopo gli strumenti, furono portate via anche le bottiglie. E a questo o a quello, che aveva ancora in mano il bicchiere mezzo vuoto, fu portato via il bicchiere>> (Ibidem, pp. 356-357).

Ecco che il sipario cala. La farsa è finita, il temporale passato. Gli ufficiali di grado più alto siedono sui gradini dell'ingresso: <<alcuni pezzetti di carta erano rimasti appiccicati alle loro spalle e non se ne andavano più>>.

domenica 29 giugno 2014

Giugno di memorie (2): Sarajevo 1914

Ci sono momenti nella storia che si imprimono nella memoria come sigilli sulla cera lacca, a livello collettivo e a livello personale. Momenti fatali, direbbe Stefan Zweig (1881-1942), scrittore austriaco costretto all'esilio dall'avvento delle orde hitleriane e morto suicida in una sperduta cittadina brasiliana in piena Seconda guerra mondiale. Zweig, eterno esiliato, sapeva bene cosa significassero le svolte epocali e da grande amante della storia ne diede ampio spazio nella sua opera. 
A partire dal tema delle memorie, riflettevo in questi giorni su come noi, cittadini globalizzati e tecnologici, viviamo questi momenti fatali, e concludevo che forse proprio grazie alle tecnologie ancora più di un tempo tali momenti si fissano nell'immaginario collettivo, che si tratti dell'orchestrina del Titanic che suona fino a quando l'acqua non lambisce i piedi dei musicisti, del ragazzo di piazza Tiennammen immobile davanti ai carri armati o degli aerei che centrano le Torri gemelle, l'11 settembre 2001. Ma anche a livello personale la faccenda non è diversa. E per quanto mi riguarda molti sono i momenti fatali che porto con me. Uno accadeva esattamente cento anni fa.

La storia di quanto accadde a Sarajevo il 28 giugno 1914 non è certo un mistero. Libri, interviste, documentari hanno descritto praticamente minuto per minuto quanto avvenne. Personalmente ho letto, guardato, ascoltato molto a riguardo, eppure, ogni volta che mi capita di entrare nell'argomento, provo un brivido, quasi leggessi il copione di un dramma. Rivedo davanti a me gli attori: da una parte Francesco Ferdinando stretto nella sua divisa azzurrina, una cascata di piume ricade a fontana sul copricapo militare, al suo fianco l'amata moglie Sofia, la autorità civili e militari, i kepì dei poliziotti e degli ufficiali; dall'altra gli attentatori, tratti balcanici, volti duri, dai lineamenti solo in apparenza distesi, l'occhio vigile, un unico pensiero in testa. Vi sono poi gli oggetti: le bombe a mano pronte ad esplodere, la pistola di Princip, la divisa di Francesco Ferdinando, l'automobile... Divisa e automobile sono oggi conservate a Vienna, l'ho scoperto leggendo Gli anelli di Saturno di Winfried Sebald. Precisione austriaca e culto delle reliquie, mi pare fosse il commento dello scrittore. 

C'è chi fra gli storici parla di complotti, chi addirittura vede dietro a tutto la mano dei tedeschi. Che ci fosse un'organizzazione segreta di matrice serba denominata "Mano nera" è ormai assodato. Ma il resto suscita ancora discussione e dibattiti. Torno ai fatti, torno là, a quel giorno. Seguo un testo che fin da ragazzo mi ha sempre molto impressionato, La grande storia della prima guerra mondiale, di Martin Gilbert. Vedo la bomba lanciata in quel mattino di sole: rimbalza, lascia illesi Francesco Ferdinando e la moglie e ferisce due ufficiali nella seconda auto del corteo. Dopo la visita in municipio l'erede al trono dell'impero austro-ungarico decide di andare a trovarli in ospedale. L'autista, com'è noto, sbaglia strada, infila un vicolo cieco. Mentre l'auto fa manovra uno degli attentatori, il dicicannovenne Gavrilo Princip, si trova per caso a passare di lì. Estrae la pistola, spara. 

Ad aiutarmi a figurare la scena concorre ora un'immagine che era presente nel mio sussidiario delle elementari, la celeberrima tavola di Achille Beltrame. E con me, ne sono sicuro, milioni di persone se la sono figurati e se la figurano così. A colori, a differenza delle foto scattate prima e dopo l'attentato. Il giovanissimo attentatore è di spalle, il gioco della prospettiva mi faceva pensare, da bambino, che stesse sparando in aria. Intorno, gli sguardi atterriti e impotenti degli uomini della scorta. A terra un fez abbandonato. Rosso, come rossa diverrà presto la giacca dell'arciduca. Sullo sfondo, un cavaliere che galoppa a sciabola sguainata. Pochi mesi dopo la Galizia diverrà l'ecatombe delle cavallerie dell'Ottocento. Ma ecco che il dramma si compie, l'attentato è già fatto. Ora ci sarà un mese di tempo prima che tutto abbia inizio, e la vecchia Europa abbia fine. La memoria corre ad altre letture, ad altri passi ed episodi. Un altro grande scrittore del Novecento, Joseph Roth, testimone, come Zweig, del tramonto della vecchia Austria e come Zweig destinato al tristo esilio, racconta nel suo capolavoro, La marcia di Radetsky, come fu accolta la notizia dell'attentato in una lontana guarnigione ai confini della Galizia. Si tratta di una scena di grande potenza narrativa, in cui la tragicità si mescola alla commedia, alla beffa, al grottesco, una scena, insomma, di grande impatto e assolutamente verosimlie. Lo spazio è tiranno: magari ne parlerò la settimana prossima, ma invito nel frattempo a riscoprirla. Tra un articolo e l'altro, tra le tanti voci che stiamo udendo e ancora udremo riguardo ai fatti di cento anni fa, nulla potrà eguagliare le voci di chi c'era e ha scritto. 

domenica 22 giugno 2014

Giugno di memorie (1): sulle tracce del Moretto

Ormai, amici lettori, lo sapete: la memoria è uno dei temi che più mi sono cari. Non semplice ricordo, la memoria è conoscenza del passato ma, ancor più, consapevolezza dei passi compiuti, a livello personale e collettivo; memoria è senso della storia e, come tale, non può divenire ancoraggio nostalgico al passato, ma deve essere sentita come vivo stimolo a comprendere l'uomo e a costruire con responsabilità e coerenza il futuro. Un anniversario, una data possono dunque offrirci molto se sappiamo leggerne in profondità i contenuti. A partire da una ricorrenza è possibile sviluppare una riflessione. E riflettere non è mai male, specie nell'oggi dei clic e dei "mi piace".
Per quanto mi riguarda, giugno è un mese ricco di memorie. Oggi vorrei in particolare soffermarmi su due figure, due uomini che hanno scritto libri <<non inutili>>, per usare un'espressione che Primo Levi dedicò ad uno di essi. Entrambi scrittori vicentini, seppur assai diversi per stile e contenuti delle loro opere, hanno lasciato un segno nella vita civile e nella letteratura italiana. Due autori che, senza retorica, considero maestri di vita e di scrittura: mi riferisco a Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello. 
Perché ricordarli assieme? Tanto l'uno quanto l'altro se ne sono andati un giorno di giugno, Meneghello il 26 giugno 2007, Rigoni Stern il 16 giugno del 2008. Pensando ad un testo che potesse in qualche modo accomunarli sono stato, per così dire, soccorso da un altro anniversario che proprio in questo mese si sta celebrando a Malo, paese natale di Meneghello, ovvero il cinquantesimo anno dalla pubblicazione de I piccoli maestri, il libro, con Libera nos a malo, per cui Meneghello è forse maggiormente conosciuto.
  
Testo discusso, che suscitò non poche polemiche al momento della pubblicazione, I piccoli maestri narra l'esperienza resistenziale dell'autore, secondo la sua visione e secondo il suo stile. Scrive a tal proposito Meneghello nella Nota introduttiva alla seconda edizione (1976): <<I piccoli maestri è stato scritto con un esplicito proposito civile e culturale: volevo esprimere un modo di vedere la Resistenza assai diverso da quello divulgato, e cioè in chiave anti-retorica e anti-eroica. Sono convinto che solo così si può rendere piena giustizia agli aspetti più originali e più interessanti di ciò che è accaduto in quegli anni>>.

Mentre dunque scorrevo il calendario degli eventi organizzati a Malo, gentilmente inviatomi da un amico (tra i vari siti che vi hanno dato spazio, potete farvi un'idea qui), mi è tornata in mente la figura del partigiano Moretto, personaggio che getta un ponte a livello storico e letterario fra Meneghello e Rigoni Stern. Se la morte del Moretto viene infatti accennata ne I piccoli maestri, in un suggestivo racconto di Rigoni Stern, Un ragazzo delle nostre contrade, contenuto in Ritorno sul Don (1973), troviamo una descrizione accurata della sua storia, compreso quanto accadde dopo la guerra.

Rinaldo Rigoni "Moretto" era originario di Asiago. Lavorava alla latteria sociale: <<suo mestiere - scrive Rigoni Stern all'inizio del suo racconto - era quello di passare a raccogliere il latte nelle stalle sparse per le contrade e portarlo al caseificio sociale>>. Renitente ai bandi di arruolamento della R.S.I, nella primavera del 1944 entrò a far parte dei "piccoli maestri" o "banda del Toni". La guidava Toni Giuriolo, il maestro di Meneghello. Come gli altri gruppi partigiani che operavano sull'Altopiano, anche quello di Giuriolo dovette affrontare l'imponente rastrellamento nazifascista del 5-8 giugno 1944. Fu durante gli scontri che il Moretto incontrò la morte, lo stesso 5 giugno 1944, precipitato dai Castelloni di San Marco, sul margine nord-orientale dell'altopiano.

Dopo la guerra, Rigoni Stern, rientrato dalla prigionia, fece parte del gruppo che recuperò il corpo del Moretto e di altri partigiani caduti come lui in quella località. Ed è da questo spunto autobiografico che il racconto Un ragazzo delle nostre contrade si snoda, fino a restituire un'immagine limpida, semplice, priva di fronzoli ma che sa al contempo aprirsi a suggestivi spunti lirici, com'è proprio dello stile di Rigoni Stern. Ne risulta il ritratto di un giovane come tanti, bello e vero. Il finale del racconto è poi commovente. In uno stile assai diverso da quello di Meneghello ma, in un certo senso, complementare ad esso, la figura del Moretto parla a noi oggi e fa rivivere, attraverso la scrittura, tutto il dramma della storia di settant'anni fa.

Un "romanzo" e un racconto, dunque, per conoscere o riscoprire una medesima figura; un modo, inoltre, per tornare a rileggere due autori che ancora oggi molto possono dirci.


domenica 15 giugno 2014

Appunti per un ritorno

Cari amici lettori,
sono ritornato. Vi avevo avvisato che non avrei scritto con assiduità da aprile in avanti, eppure non mi aspettavo di trovarmi costretto ad interrompere totalmente il dialogo con voi. Perdonatemi. In effetti il maggio appena trascorso è stato forse uno dei mesi più intensi di cui abbia ricordo: tra presentazioni, impegni politici (ero candidato per le elezioni amministrative nella mia cittadina), incontri, riunioni... tutto è stato come un vortice che ha finito per soffocare questo momento di riflessione condivisa. 
Tornando perciò ora a scrivere, mi viene spontaneo volgere indietro lo sguardo e cercare uno o più elementi comuni che possano racchiudere, se non tutte, almeno una parte delle molteplici esperienze vissute. Credo di averne individuati alcuni (oltre alla fretta!), che vorrei di seguito condividere. Nulla di eclatante, solo pochi pensieri in libertà, spero non troppo banali e scontati.

Il viaggio. Per non cadere nella tanto spesso abusata retorica del viaggio, mi limiterò ad una considerazione concreta. Nell'ultimo mese mi sono spostato parecchio, per presentare L'eco delle battaglie ma non solo. Viaggiando, spostandomi fisicamente da un luogo ad un altro, ho riscontrato quanto, specie dopo un periodo alquanto lungo di stasi, partire faccia bene, anche se solo per poco tempo, anche se per poche ore. Partendo si lascia, ci si stacca, si punta verso un qualcosa che è nuovo. E volgere lo sguardo altrove aiuta ad aprire gli orizzonti e a rivedere il quotidiano con occhio diverso.

L'incontro. In ogni mio spostamento, fosse per raccontare di Grande Guerra, per recarmi in un quartiere della mia cittadina ad ascoltare e parlare con le persone o per sfilare con gli Alpini a Pordenone (ebbene sì, amici lettori, pure questo ho fatto!), ho incontrato molte, moltissime persone. Con alcune ho intessuto amicizie che dureranno, con altre ho magari parlato solo per pochi minuti, dopo una presentazione o tra i padiglioni affollati della fiera di Torino. In ogni caso, molte cose mi porto a casa da questo mese.

Il confronto. Gli incontri avuti nell'ultimo mese non sono stati sterili, hanno anzi prodotto un continuo confronto. Il confronto con l'altro, con persone a vario titolo diverse, mi ha offerto notevole stimolo per la crescita individuale. Ho imparato, ho conosciuto persone e luoghi, ho consolidato idee, ho cambiato posizioni. Infine, ho osservato ogni realtà confrontandola con quella in cui vivo, ho respirato bellezza e bruttezza, aria fresca e smog. E se pochi sono gli appunti che ho potuto prendere, molti sono gli spunti impressi nella memoria e nei sentimenti. Speriamo fermentino nei prossimi mesi!

Il ritorno. Credo che gli incontri e le esperienze vissute siano realmente importanti se riescono a lasciarci qualcosa di duraturo. Per fare esperienza è necessario ritornare, stare in silenzio, ricordare, rivivere. Per questo, dopo l'intensità di relazioni intessute, dopo gli incontri e l'inevitabile stanchezza, dopo tante soddisfazioni e qualche delusione, da buon amante della carta stampata, sono lieto di ritornare al silenzio che regna tra i miei libri.
Sono lieto di farlo, tra l'altro, in buona compagnia. Mentre sedevo davanti allo schermo, circondato da fogli sparsi e letture in attesa di evasione, mi è tornato infatti in mente un breve testo, scritto oltre duemila anni fa. Allora, dopo un periodo per lui intensissimo (in questo caso di lotte politiche di primo piano), ritornava ai libri anche Marco Tullio Cicerone. E così scriveva in una delle sue lettere Ad familiares (la prima del nono libro) rivolgendosi all'amico Varrone: <<Scito enim me, posteaquam in urbem venerim, redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris (Sappi infatti che io, dopo che sono giunto in città, sono ritornato coi vecchi amici, cioè coi libri nostri)>>.
Saluto dunque voi, amici lettori, e torno anch'io agli altri amici, silenziosi e discreti, che mi attendono qui accanto. A presto!