Care lettrici e cari lettori,
in attesa delle date delle prime presentazioni, sul sito di Ronzani Editore avete la possibilità di leggere il primo capitolo del libro. Ecco il link di Ronzani Editore.
A presto!
Care lettrici e cari lettori,
in attesa delle date delle prime presentazioni, sul sito di Ronzani Editore avete la possibilità di leggere il primo capitolo del libro. Ecco il link di Ronzani Editore.
A presto!
Care lettrici e cari lettori,
con gioia vi annuncio l'uscita in libreria, prevista per il 13 aprile prossimo, del mio nuovo libro. Stavolta sarà un romanzo storico, ambientato a Recoaro Terme (VI) nel 1938. Di seguito condivido la sinossi. A breve darò le prime informazioni sulle presentazioni.
Eppure ai piedi dei bellissimi monti della “Conca di smeraldo”, fra alberghi lussuosi, escursioni a dorso d’asino e incontri con personaggi sorprendenti, lo attende un’estate colma di stupore, l’incontro con improbabili amici e soprattutto con la Storia, il suo grottesco procedere, le sue abiezioni.
Crescere è difficile, crescere è doloroso, per Federico come per un Paese in cui la dittatura fascista sta per promulgare le leggi più infamanti della sua storia. Ma l’amicizia è la consapevolezza della possibilità di un mondo migliore. E allora, come un temporale estivo, anche un soggiorno fra le montagne può rivelarsi capace di spazzar via le nubi per far riapparire uno sprazzo di azzurro.
Editore: Ronzani Editore
I edizione: aprile 2023
Collana: VentoVeneto, 28
ISBN: 979-12-5997-093-0
«Voglio vivere per tornare, per ricordare, per mangiare, per vestirmi, per darmi il rossetto e per raccontare forte, per gridare a tutti che sulla terra esiste l’inferno»
Scandito in cinque passi, Ci darà un nome il tempo è dunque la storia di un cammino di avvicinamento, una storia che scava nell’animo umano, e femminile in particolare, delle due protagoniste come di chi leggerà questa storia sospesa fra presente e passato, fra pianura e montagna, fra la solitudine e l’incontro inatteso in grado di sconvolgere la vita e aprire le porte a un futuro imprevisto e inatteso.
Mario Rigoni Stern, Storia di Tönle,
Einaudi, Torino 1978, pp. 35-36.
Può una normale vacanza
trasformarsi in un viaggio a ritroso nel tempo? Sì, se si toccano luoghi in cui
la storia ha lasciato traccia del suo passaggio. E per la storia della
Resistenza in particolare, poche province quanto quella di Cuneo possono
contare memorie tanto numerose e importanti: luoghi, lapidi, monumenti, ma
anche pagine indimenticabili scritte da altrettanti autori e autrici che alla
Resistenza sono legati indissolubilmente. Nomi come quello di Duccio
Galimberti, di Dante Livio Bianco, di Nuto Revelli, di Giorgio Bocca, di Ada
Gobetti, di Lalla Romano per Cuneo e le sue valli alpine, di Beppe Fenoglio per
Alba e le Langhe.
Nata come vacanza “francese”
con Nizza e i suoi musei – e in particolare il meraviglioso museo Chagall –
come meta, la seconda settimana di agosto si è trasformata per me e per una
coppia di cari amici in un viaggio che ha incrociato di continuo le tracce della
Resistenza in terra piemontese. Per alleggerire il viaggio di avvicinamento a
Nizza infatti, in fase di pianificazione decidiamo di pernottare, sia
all’andata che al ritorno, in Piemonte. La prima notte sarà dunque nella zona
di Cuneo. E qui, complici forse le numerose letture resistenziali, lancio agli
amici la proposta: “Vi va qualcosa in valle Stura anziché in centro città?”. Presto
fatto: prenotiamo in un B&B a Gaiola, appena dopo Borgo San Dalmazzo. È
così, quasi senza pensarci, che è iniziato il nostro viaggio nella memoria.
Cuneo
Il primo giorno di vacanza visitiamo Cuneo. È una città sabauda nell’aspetto e nell’impianto, specie nella sua parte più moderna: viali alberati, stemmi reali e facciate Liberty. Sorge alla confluenza delle valli Stura e Gesso ed è il primo centro importante che si incontra scendendo dal confine con la Francia. Una via obbligata per giungere in Italia, dall’antichità a oggi. Ma Cuneo è anche, e soprattutto, città di Resistenza, Medaglia d’oro al valor militare. Così la prima tappa della nostra passeggiata in centro ci porta in corso IV novembre: qui, al civico 8, una lapide ricorda la morte di Sandro Delmastro, ufficiale di marina e partigiano di Giustizia e Libertà, ucciso da un quindicenne della legione “Ettore Muti” mentre tentava di fuggire dopo l’arresto.
Proseguiamo la nostra visita
guardandoci intorno attentamente. Numerose sono infatti le tracce della
Resistenza in centro, nelle lapidi che punteggiano le strade così come nella
toponomastica, basti pensare che la piazza più grande di Cuneo è dedicata a
Duccio Galimberti, intellettuale antifascista e figura di primissimo piano
della Resistenza. Catturato a Torino nel novembre 1944, Galimberti fu torturato
e sfigurato dai fascisti prima di essere finito a colpi di pistola. Gli saranno
conferiti la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria e, da parte del CLN
piemontese, il titolo di eroe nazionale. Oggi la sua casa è un museo: purtroppo
la troviamo chiusa e non riusciamo a visitarla. Peccato.
Paraloup
Ci sarebbe davvero moltissimo da visitare in queste zone: Borgo San Dalmazzo, per esempio, e più ancora Boves, piccolo centro in cui si consumò, nel settembre 1943, la prima di numerose stragi operate dai nazifascisti in Italia. Dovremo di sicuro ritornare, con più calma e magari con un clima più mite. Fra le mete disponibili, nel pomeriggio, scegliamo come meta Paraloup, un luogo che da anni mi aspettava, il cui nome già da solo basta a evocare suggestioni: Paraloup significa infatti ‘al riparo dai lupi’.
A Paraloup arriviamo attraverso
una carrareccia di montagna, dopo mezz’ora di camminata. Nulla di difficoltoso,
ma anche quassù il caldo di questa prima decade di agosto si fa sentire. Eppure
basta un sorso d’acqua alla fontana appena fuori dall’abitato per ristorarci e
immergerci in un mondo che sa di passato e di futuro al contempo. Estraggo
dallo zaino la mia copia de La guerra dei poveri e dopo una foto di rito
cominciamo a passeggiare fra le case accompagnati dalle parole di Revelli: «14
febbraio. La “mensa” e la “sala riunioni” di Paraloup sono nello stesso locale,
nella stalla più grande. In una grangia accanto, la cucina e il magazzino
viveri: nelle altre baite, cinque o sei, i dormitori. È strano, ma queste
povere baite di Paraloup, diroccate, che affondano nella neve, mi riportano a
Belogore, fra le povere isbe dalle pareti nere di fumo e dai tetti sconnessi,
fra le tane scavate sotto terra, sul Don» (N. Revelli, La guerra dei poveri,
Einaudi, Torino 1919, p. 153).
Entriamo in una sala video. Qui un
documentario interattivo presenta la storia della borgata dalle sue origini al
progetto di recupero; il filmato si conclude coi volti dei giovani, ragazze e
ragazzi, che hanno deciso di tornare a vivere in montagna, sulle orme dei loro
avi. E dei partigiani.
Al rifugio chiediamo da bere qualcosa
di tipico. La ragazza che serve al banco ritorna poco dopo con tre pastis, che
sorseggiamo chiacchierando con lei: viene dalla Puglia e ha conosciuto Paraloup
all’Università. È venuta quassù e si è innamorata del posto. Le chiediamo altre
informazioni e lei chiama una sua collega della fondazione Revelli, che ci apre
anche le baite che prima non abbiamo visitato, quella dedicata alle donne e
quella che Revelli chiamava «sala riunioni», oggi centro culturale con tavoli e
biblioteca. Paraloup è un posto davvero magico: quassù si respira un’aria affatto
diversa da quella del mondo di giù. Qui il silenzio e la memoria viva
sovrastano il rumore e le parole vane di un’Italia caciarona e volgare in
perenne campagna elettorale. Ripartiamo a malincuore ma, al contempo,
corroborati e pieni di speranza, come dei pellegrini, con la promessa di
ritornare.
Il confine
Il giorno seguente, dopo una visita a Demonte, patria di Lalla Romano, e al suggestivo santuario di S. Anna di Vinadio, giungiamo in Francia attraverso il Colle della Lombarda, a 1350 metri di quota. Sul confine, che oggi si nota appena per il cambio di lingua sui cartelli, il passato riemerge attraverso i resti delle fortificazioni militari, ruderi di caserme, feritoie scavate nella roccia e bunker che ci scrutano silenziosi. Di qua il “vallo alpino” italiano, dall’altra, appena si comincia a scendere, le fortificazioni francesi.
Prima di scendere verso Nizza passeggiamo
per alcuni minuti sul crinale. Getto lo sguardo a terra, attratto da un
cilindretto di ferro arrugginito. È quanto resta di un bossolo di ferro. Un
brivido mi coglie prendendolo in mano: questo genere di bossoli venne
realizzato nell’ultima parte della guerra, quando ormai nelle industrie
tedesche e italiane scarseggiava il più prezioso ottone. Allora ripenso a
Revelli, a quando, nel suo libro, parla delle offensive estive dei tedeschi per
occupare i valichi alpini, divenuti per loro fondamentali dopo lo sbarco
alleato nel sud della Francia. E sì, anche questo pezzetto di ferro arrugginito
allora può raccontare la storia.
Mondovì
Alba
L’ultimo giorno, ormai sulla
via del ritorno, facciamo tappa ad Alba, dove giungiamo dopo aver attraversato
le Langhe. Qui di nuovo e per lungo tempo la vista deve sopportare i danni
causati dalla siccità. Nubi di polvere bianca si alzano dai campi dove possenti
trattori arano una terra che sa di polvere. Eccole, oggi, le colline degli
antieroi di Fenoglio, di Johnny e di Milton. E pare impossibile che possano
essere le stesse. Nelle pagine dello scrittore di Alba è onnipresente il fango,
specie nei giorni della leggendaria quanto effimera presa della città da parte
delle forze partigiane, nell’autunno del 1944.
Prima di entrare in centro facciamo tappa al cimitero.
È immenso, strutturato su più sezioni, come pezzi di un puzzle assemblato in tempi diversi. La parte dedicata ai caduti della Resistenza, che scopriamo per caso, tocca il cuore: un recinto interno di ferro scuro, a terra un’erba perfettamente curata, verdissima. E per ciascuna tomba una piccola lapide di granito col nome, il cognome e la dicitura ‘partigiano’. Poco dopo, ancora una volta senza averlo cercato, scopriamo, a ridosso di un muro di cotto ricoperto di intonaco bianco, un monumento che ricorda sei uomini fucilati dai nazifascisti. Sostiamo in silenzio prima di avvicinarci al muro. I fori delle pallottole sono ancora lì. Sotto l’intonaco il rosso-arancio dei mattoni.Curioso, penso: abbiamo iniziato il
nostro viaggio rendendo omaggio a Sandro Delmastro e ora eccoci qua, di fronte
a un altro partigiano. Partigiano e scrittore. Ce ne andiamo in silenzio mentre
in testa risuona una frase, forse la più famosa del Partigiano Johhny: «E
pensò che forse un partigiano sarebbe stato come lui ritto sull’ultima collina,
guardando la città e pensando lo stesso di lui e della sua notizia, la sera del
giorno della sua morte. Ecco l’importante: che ne restasse sempre uno» (B.
Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 2005, p. 392). Quando,
nel primo pomeriggio, risaliamo in macchina sappiamo che in questa settimana
non ci siamo mossi soltanto nello spazio. Abbiamo percorso oltre mille
chilometri, ma il nostro è stato anche un viaggio nel tempo. Nel passato,
certo, ma anche nel presente. Perché a vivere oggi serve la memoria.
Soprattutto per vivere oggi.
Ota Pavel, La morte dei caprioli belli, Keller, Rovereto 2013, p. 61
Nove racconti vanno a comporre un romanzo vivo, pieno di affetto e di ironia, che si snoda fra gli anni Trenta e il secondo dopoguerra. Ci troveremo le storie di affari e fallimenti, di aspirapolvere e acchiappamosche, di beffe ai danni dei tedeschi e di speranze infrante. E di carpe! Storie vere nel significato più profondo.
Fra tanti libri che passano e scompaiono, magari ben costruiti ma vuoti e freddi come una casa senza vita, ci sono libri piccoli e vivi, che fanno ridere e piangere, sperare e riflettere, palpitare e scrollare la testa al pensiero di com’è la vita. Libri belli e onesti. Ecco, oggi posso dire di averne letto uno più, di questi libri.