domenica 29 giugno 2014

Giugno di memorie (2): Sarajevo 1914

Ci sono momenti nella storia che si imprimono nella memoria come sigilli sulla cera lacca, a livello collettivo e a livello personale. Momenti fatali, direbbe Stefan Zweig (1881-1942), scrittore austriaco costretto all'esilio dall'avvento delle orde hitleriane e morto suicida in una sperduta cittadina brasiliana in piena Seconda guerra mondiale. Zweig, eterno esiliato, sapeva bene cosa significassero le svolte epocali e da grande amante della storia ne diede ampio spazio nella sua opera. 
A partire dal tema delle memorie, riflettevo in questi giorni su come noi, cittadini globalizzati e tecnologici, viviamo questi momenti fatali, e concludevo che forse proprio grazie alle tecnologie ancora più di un tempo tali momenti si fissano nell'immaginario collettivo, che si tratti dell'orchestrina del Titanic che suona fino a quando l'acqua non lambisce i piedi dei musicisti, del ragazzo di piazza Tiennammen immobile davanti ai carri armati o degli aerei che centrano le Torri gemelle, l'11 settembre 2001. Ma anche a livello personale la faccenda non è diversa. E per quanto mi riguarda molti sono i momenti fatali che porto con me. Uno accadeva esattamente cento anni fa.

La storia di quanto accadde a Sarajevo il 28 giugno 1914 non è certo un mistero. Libri, interviste, documentari hanno descritto praticamente minuto per minuto quanto avvenne. Personalmente ho letto, guardato, ascoltato molto a riguardo, eppure, ogni volta che mi capita di entrare nell'argomento, provo un brivido, quasi leggessi il copione di un dramma. Rivedo davanti a me gli attori: da una parte Francesco Ferdinando stretto nella sua divisa azzurrina, una cascata di piume ricade a fontana sul copricapo militare, al suo fianco l'amata moglie Sofia, la autorità civili e militari, i kepì dei poliziotti e degli ufficiali; dall'altra gli attentatori, tratti balcanici, volti duri, dai lineamenti solo in apparenza distesi, l'occhio vigile, un unico pensiero in testa. Vi sono poi gli oggetti: le bombe a mano pronte ad esplodere, la pistola di Princip, la divisa di Francesco Ferdinando, l'automobile... Divisa e automobile sono oggi conservate a Vienna, l'ho scoperto leggendo Gli anelli di Saturno di Winfried Sebald. Precisione austriaca e culto delle reliquie, mi pare fosse il commento dello scrittore. 

C'è chi fra gli storici parla di complotti, chi addirittura vede dietro a tutto la mano dei tedeschi. Che ci fosse un'organizzazione segreta di matrice serba denominata "Mano nera" è ormai assodato. Ma il resto suscita ancora discussione e dibattiti. Torno ai fatti, torno là, a quel giorno. Seguo un testo che fin da ragazzo mi ha sempre molto impressionato, La grande storia della prima guerra mondiale, di Martin Gilbert. Vedo la bomba lanciata in quel mattino di sole: rimbalza, lascia illesi Francesco Ferdinando e la moglie e ferisce due ufficiali nella seconda auto del corteo. Dopo la visita in municipio l'erede al trono dell'impero austro-ungarico decide di andare a trovarli in ospedale. L'autista, com'è noto, sbaglia strada, infila un vicolo cieco. Mentre l'auto fa manovra uno degli attentatori, il dicicannovenne Gavrilo Princip, si trova per caso a passare di lì. Estrae la pistola, spara. 

Ad aiutarmi a figurare la scena concorre ora un'immagine che era presente nel mio sussidiario delle elementari, la celeberrima tavola di Achille Beltrame. E con me, ne sono sicuro, milioni di persone se la sono figurati e se la figurano così. A colori, a differenza delle foto scattate prima e dopo l'attentato. Il giovanissimo attentatore è di spalle, il gioco della prospettiva mi faceva pensare, da bambino, che stesse sparando in aria. Intorno, gli sguardi atterriti e impotenti degli uomini della scorta. A terra un fez abbandonato. Rosso, come rossa diverrà presto la giacca dell'arciduca. Sullo sfondo, un cavaliere che galoppa a sciabola sguainata. Pochi mesi dopo la Galizia diverrà l'ecatombe delle cavallerie dell'Ottocento. Ma ecco che il dramma si compie, l'attentato è già fatto. Ora ci sarà un mese di tempo prima che tutto abbia inizio, e la vecchia Europa abbia fine. La memoria corre ad altre letture, ad altri passi ed episodi. Un altro grande scrittore del Novecento, Joseph Roth, testimone, come Zweig, del tramonto della vecchia Austria e come Zweig destinato al tristo esilio, racconta nel suo capolavoro, La marcia di Radetsky, come fu accolta la notizia dell'attentato in una lontana guarnigione ai confini della Galizia. Si tratta di una scena di grande potenza narrativa, in cui la tragicità si mescola alla commedia, alla beffa, al grottesco, una scena, insomma, di grande impatto e assolutamente verosimlie. Lo spazio è tiranno: magari ne parlerò la settimana prossima, ma invito nel frattempo a riscoprirla. Tra un articolo e l'altro, tra le tanti voci che stiamo udendo e ancora udremo riguardo ai fatti di cento anni fa, nulla potrà eguagliare le voci di chi c'era e ha scritto. 

domenica 22 giugno 2014

Giugno di memorie (1): sulle tracce del Moretto

Ormai, amici lettori, lo sapete: la memoria è uno dei temi che più mi sono cari. Non semplice ricordo, la memoria è conoscenza del passato ma, ancor più, consapevolezza dei passi compiuti, a livello personale e collettivo; memoria è senso della storia e, come tale, non può divenire ancoraggio nostalgico al passato, ma deve essere sentita come vivo stimolo a comprendere l'uomo e a costruire con responsabilità e coerenza il futuro. Un anniversario, una data possono dunque offrirci molto se sappiamo leggerne in profondità i contenuti. A partire da una ricorrenza è possibile sviluppare una riflessione. E riflettere non è mai male, specie nell'oggi dei clic e dei "mi piace".
Per quanto mi riguarda, giugno è un mese ricco di memorie. Oggi vorrei in particolare soffermarmi su due figure, due uomini che hanno scritto libri <<non inutili>>, per usare un'espressione che Primo Levi dedicò ad uno di essi. Entrambi scrittori vicentini, seppur assai diversi per stile e contenuti delle loro opere, hanno lasciato un segno nella vita civile e nella letteratura italiana. Due autori che, senza retorica, considero maestri di vita e di scrittura: mi riferisco a Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello. 
Perché ricordarli assieme? Tanto l'uno quanto l'altro se ne sono andati un giorno di giugno, Meneghello il 26 giugno 2007, Rigoni Stern il 16 giugno del 2008. Pensando ad un testo che potesse in qualche modo accomunarli sono stato, per così dire, soccorso da un altro anniversario che proprio in questo mese si sta celebrando a Malo, paese natale di Meneghello, ovvero il cinquantesimo anno dalla pubblicazione de I piccoli maestri, il libro, con Libera nos a malo, per cui Meneghello è forse maggiormente conosciuto.
  
Testo discusso, che suscitò non poche polemiche al momento della pubblicazione, I piccoli maestri narra l'esperienza resistenziale dell'autore, secondo la sua visione e secondo il suo stile. Scrive a tal proposito Meneghello nella Nota introduttiva alla seconda edizione (1976): <<I piccoli maestri è stato scritto con un esplicito proposito civile e culturale: volevo esprimere un modo di vedere la Resistenza assai diverso da quello divulgato, e cioè in chiave anti-retorica e anti-eroica. Sono convinto che solo così si può rendere piena giustizia agli aspetti più originali e più interessanti di ciò che è accaduto in quegli anni>>.

Mentre dunque scorrevo il calendario degli eventi organizzati a Malo, gentilmente inviatomi da un amico (tra i vari siti che vi hanno dato spazio, potete farvi un'idea qui), mi è tornata in mente la figura del partigiano Moretto, personaggio che getta un ponte a livello storico e letterario fra Meneghello e Rigoni Stern. Se la morte del Moretto viene infatti accennata ne I piccoli maestri, in un suggestivo racconto di Rigoni Stern, Un ragazzo delle nostre contrade, contenuto in Ritorno sul Don (1973), troviamo una descrizione accurata della sua storia, compreso quanto accadde dopo la guerra.

Rinaldo Rigoni "Moretto" era originario di Asiago. Lavorava alla latteria sociale: <<suo mestiere - scrive Rigoni Stern all'inizio del suo racconto - era quello di passare a raccogliere il latte nelle stalle sparse per le contrade e portarlo al caseificio sociale>>. Renitente ai bandi di arruolamento della R.S.I, nella primavera del 1944 entrò a far parte dei "piccoli maestri" o "banda del Toni". La guidava Toni Giuriolo, il maestro di Meneghello. Come gli altri gruppi partigiani che operavano sull'Altopiano, anche quello di Giuriolo dovette affrontare l'imponente rastrellamento nazifascista del 5-8 giugno 1944. Fu durante gli scontri che il Moretto incontrò la morte, lo stesso 5 giugno 1944, precipitato dai Castelloni di San Marco, sul margine nord-orientale dell'altopiano.

Dopo la guerra, Rigoni Stern, rientrato dalla prigionia, fece parte del gruppo che recuperò il corpo del Moretto e di altri partigiani caduti come lui in quella località. Ed è da questo spunto autobiografico che il racconto Un ragazzo delle nostre contrade si snoda, fino a restituire un'immagine limpida, semplice, priva di fronzoli ma che sa al contempo aprirsi a suggestivi spunti lirici, com'è proprio dello stile di Rigoni Stern. Ne risulta il ritratto di un giovane come tanti, bello e vero. Il finale del racconto è poi commovente. In uno stile assai diverso da quello di Meneghello ma, in un certo senso, complementare ad esso, la figura del Moretto parla a noi oggi e fa rivivere, attraverso la scrittura, tutto il dramma della storia di settant'anni fa.

Un "romanzo" e un racconto, dunque, per conoscere o riscoprire una medesima figura; un modo, inoltre, per tornare a rileggere due autori che ancora oggi molto possono dirci.


domenica 15 giugno 2014

Appunti per un ritorno

Cari amici lettori,
sono ritornato. Vi avevo avvisato che non avrei scritto con assiduità da aprile in avanti, eppure non mi aspettavo di trovarmi costretto ad interrompere totalmente il dialogo con voi. Perdonatemi. In effetti il maggio appena trascorso è stato forse uno dei mesi più intensi di cui abbia ricordo: tra presentazioni, impegni politici (ero candidato per le elezioni amministrative nella mia cittadina), incontri, riunioni... tutto è stato come un vortice che ha finito per soffocare questo momento di riflessione condivisa. 
Tornando perciò ora a scrivere, mi viene spontaneo volgere indietro lo sguardo e cercare uno o più elementi comuni che possano racchiudere, se non tutte, almeno una parte delle molteplici esperienze vissute. Credo di averne individuati alcuni (oltre alla fretta!), che vorrei di seguito condividere. Nulla di eclatante, solo pochi pensieri in libertà, spero non troppo banali e scontati.

Il viaggio. Per non cadere nella tanto spesso abusata retorica del viaggio, mi limiterò ad una considerazione concreta. Nell'ultimo mese mi sono spostato parecchio, per presentare L'eco delle battaglie ma non solo. Viaggiando, spostandomi fisicamente da un luogo ad un altro, ho riscontrato quanto, specie dopo un periodo alquanto lungo di stasi, partire faccia bene, anche se solo per poco tempo, anche se per poche ore. Partendo si lascia, ci si stacca, si punta verso un qualcosa che è nuovo. E volgere lo sguardo altrove aiuta ad aprire gli orizzonti e a rivedere il quotidiano con occhio diverso.

L'incontro. In ogni mio spostamento, fosse per raccontare di Grande Guerra, per recarmi in un quartiere della mia cittadina ad ascoltare e parlare con le persone o per sfilare con gli Alpini a Pordenone (ebbene sì, amici lettori, pure questo ho fatto!), ho incontrato molte, moltissime persone. Con alcune ho intessuto amicizie che dureranno, con altre ho magari parlato solo per pochi minuti, dopo una presentazione o tra i padiglioni affollati della fiera di Torino. In ogni caso, molte cose mi porto a casa da questo mese.

Il confronto. Gli incontri avuti nell'ultimo mese non sono stati sterili, hanno anzi prodotto un continuo confronto. Il confronto con l'altro, con persone a vario titolo diverse, mi ha offerto notevole stimolo per la crescita individuale. Ho imparato, ho conosciuto persone e luoghi, ho consolidato idee, ho cambiato posizioni. Infine, ho osservato ogni realtà confrontandola con quella in cui vivo, ho respirato bellezza e bruttezza, aria fresca e smog. E se pochi sono gli appunti che ho potuto prendere, molti sono gli spunti impressi nella memoria e nei sentimenti. Speriamo fermentino nei prossimi mesi!

Il ritorno. Credo che gli incontri e le esperienze vissute siano realmente importanti se riescono a lasciarci qualcosa di duraturo. Per fare esperienza è necessario ritornare, stare in silenzio, ricordare, rivivere. Per questo, dopo l'intensità di relazioni intessute, dopo gli incontri e l'inevitabile stanchezza, dopo tante soddisfazioni e qualche delusione, da buon amante della carta stampata, sono lieto di ritornare al silenzio che regna tra i miei libri.
Sono lieto di farlo, tra l'altro, in buona compagnia. Mentre sedevo davanti allo schermo, circondato da fogli sparsi e letture in attesa di evasione, mi è tornato infatti in mente un breve testo, scritto oltre duemila anni fa. Allora, dopo un periodo per lui intensissimo (in questo caso di lotte politiche di primo piano), ritornava ai libri anche Marco Tullio Cicerone. E così scriveva in una delle sue lettere Ad familiares (la prima del nono libro) rivolgendosi all'amico Varrone: <<Scito enim me, posteaquam in urbem venerim, redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris (Sappi infatti che io, dopo che sono giunto in città, sono ritornato coi vecchi amici, cioè coi libri nostri)>>.
Saluto dunque voi, amici lettori, e torno anch'io agli altri amici, silenziosi e discreti, che mi attendono qui accanto. A presto!

domenica 4 maggio 2014

Con le parole di Turoldo verso la Fiera di Torino...

Qualche tempo fa, in occasione della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, pubblicai alcune riflessioni sulla letteratura odierna e sulle fiere letterarie, attingendo da un agile pubblicazione di Giulio Ferroni, Scritture a perdere (Laterza, 2010). Il testo si apriva con una descrizione ben poco lusinghiera del Salone internazionale del libro di Torino.
Ebbene, amici lettori, da giovedì 8 a sabato 10 maggio p.v. sarò anch'io nella "bolgia infernale" della fiera. Ci sarò per presentare L'eco delle battaglie, giovedì, e per incontrare i miei giovani lettori venerdì e sabato. Voi sapete che non ritengo le fiere un luogo per parlare a fondo di libri e letteratura, e sapete anche che non ritengo gli incontri con gli autori, né da lettore né da autore, fondamentali per comprendere le parole scritte. Il miglior modo per comprendere la letteratura, i libri e coloro che li scrivono è sempre (e solo, vorrei aggiungere) quello di sedersi in tranquillità e leggere. Il resto, spesso, è solo fumo negli occhi.
Tuttavia non voglio apparire il solito pessimista. Come ho scritto alcune settimane fa, la fiera può essere anche l'occasione per un confronto umano vivo e arricchente.  Questo l'augurio che faccio a me e a quanti di voi, amici lettori, parteciparanno all'appuntamento di Torino. A tal proposito, sapendo che a nessuno è dato di possedere la verità, vi raccomando il solito atteggiamento filologico vigile e silenzioso, questa volta con una riflessione sulla scrittura lasciataci da un vero poeta del silenzio.

David Maria Turoldo (1916-1992) è uno dei poeti di ispirazione religiosa che più spesso mi trovo a rileggere. "Coscienza inquieta della Chiesa", così viene a volte ricordato per le sue battaglie all'interno del Cattolicesimo. Egli fu in effetti uomo di Resistenza, non solo durante la guerra, sempre. E pagò per le sue scelte. Nella sua poesia vive l'ansia di una fede mai scontata, in cui anche il silenzio ritorna sovente, sia esso il silenzio della ricerca, della memoria, della preghiera e della riflessione, sia esso il silenzio angosciante di un Cielo che non vuole rispondere al grido dell'uomo. In tutto questo la scrittura ha un ruolo di primo piano. 

Scrive Turoldo nel suo ultimo libro: <<Scrivere è confessarsi, è donarsi; scrivere è liberarsi. Io non posso non scrivere. Anche se a leggere quanto è già stato scritto, di ben pochi, di pochissimi si potrà dire: ecco, costui ha scritto una verità che non era mai stata detta da alcuno. Ma ciò che importa, nello scrivere, non è questo. Scrivere è intingere la penna nel proprio sangue per dire a te stesso ciò che Lui, l'Amico, ha pensato di te, ciò che egli ha fatto e continua a fare di te>> (Il dramma è Dio, Bur, 1996, p.14). Possiamo leggere le parole di Turoldo con la fede, come del resto egli ce le presenta. Ma possiamo anche, e non nego di preferirlo, intenderle laicamente: la scrittura come strumento e via di ricerca, come ricerca del silenzio, senza vincoli e senza pregiudizi. Cercare e resistere. Nella certezza che ad ogni passo, dialogando, confrontandoci, soppesando, sbagliando, riordinando, possiamo imparare. 
Buona fiera, dunque.

domenica 20 aprile 2014

Un augurio per il 25 aprile

Oggi i cristiani di diverse confessioni festeggiano la Pasqua. Venerdì prossimo, 25 aprile, lo Stato italiano commemorerà il 69esimo anniversario della Liberazione. Circostanze diverse, certo; eppure, scrivendo queste righe non ho potuto evitare di salutare positivamente il cortocircuito che le due ricorrenze hanno creato tra i miei pensieri. 
Due feste, due momenti di rinascita, due ragioni di speranza. Non voglio cadere nella facile retorica, solo augurare a tutti voi, amici lettori, una settimana ricca di memoria e, al contempo, di speranza per il futuro, augurandoci che non si trascinino le polemiche attorno alla festa della Liberazione. Il 25 aprile non è infatti la festa di una parte politica né di un partito o di una fazione particolare. Al pari del 2 giugno, anniversario della proclamazione della Repubblica, essa è festa nazionale. Il 25 aprile celebra la fine in Italia del conflitto più distruttivo di sempre, la Seconda guerra mondiale, e la Liberazione dall'oppressione nazista e fascista: una data che, riportando la pace dopo lutti e distruzioni immani, ha posto le basi dell'Italia libera, unita, repubblicana, democratica in cui viviamo.
Per ragioni che potremmo definire istituzionali e insieme come impegno personale, ho ripreso in mano in questi giorni un'opera monumentale, continuamente ristampata a partire dalla prima edizione, uscita nel 1954: le Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, raccolte in volume a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli (Einaudi). L'opera, che contiene testi di condannati a morte di tutta Europa, rappresenta una lettura commovente e in grado come poche altre di far riflettere su cosa rappresentò, non solo in Italia, la Resistenza a nazisti e fascisti negli anni della Seconda guerra mondiale. 

Giordano Cavestro, nome di battaglia “Mirko” aveva diciott’anni quando venne catturato dai nazifascisti. Nel 1940, a quindici anni, aveva dato vita, di sua iniziativa, ad un bollettino antifascista attorno al quale si erano mobilitati numerosi militanti. Dopo l’8 settembre 1943 lo stesso nucleo era diventato centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma. Processato, venne fucilato il 4 maggio 1944 a Parma. Vi lascio, amici lettori, con le sue ultime parole. Ci aiutino a riflettere, a ricordare il sacrificio dei tanti che hanno dato la vita per la libertà di tutti, a tacitare gli strepiti molesti, a fare silenzio.

Parma. 4.5.1944
Cari compagni, ora tocca a noi. 
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. 
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio. 
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.


Cara mamma e cari tutti,
purtroppo il Destino ha scelto me ed altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegnatevi al più presto della mia perdita.
Io sono calmo.
Vostro
                                                                              Giordano 




domenica 13 aprile 2014

Quando il pensiero si piega all'ideologia

Ho terminato alcuni giorni fa la lettura di un testo uscito da poco in Italia, un saggio che, non appena l'avevo scorto in libreria, mi aveva subito incuriosito: I filosofi di Hitler, di Yvonne Sherratt. L'autrice, docente a Oxford, dimostrava un buon curriculum. Ma è stato il tema a farmi acquistare il libro: la filosofia utilizzata dall'ideologia nazista, da Hitler e gregari in primo luogo, ma anche da quanti si prestarono a sostenere il movimento nazista. Nella presentazione che compare sul risvolto di copertina si trova infatti scritto:
<<Nel corso della storia l’infamia ha assunto molte forme, nessuna più spregevole, probabilmente, di quella incarnata dalla rispettabilità. È tuttavia con questa maschera che l’ideologia razzista e antisemita del nazismo poté imporsi, senza quasi trovare ostacoli, nelle università e nei centri di ricerca di tutta la Germania>>. 

Dietro la parvenza della rispettabilità, dietro il velo della filosofia (e anzi grazie ad essa) l'ideologia nazista si impose negli ambienti accademici tedeschi, coinvolgendo studenti e studiosi, in certi casi eminenti studiosi.
Nel testo si possono individuare tre parti: una iniziale, dedicata ai filosofi che il dittatore stesso sfruttò, spesso deformandone i contenuti, estrapolando a piacimento discorsi e concetti; una centrale, la quale analizza il contributo di alcuni filosofi celebri che aderirono alla causa nazista, collaborando attivamente col regime; una terza parte, che punta invece l'attenzione su quanti si opposero in diverse forme all'ideologia nazista e alla violenza che essa attuava anche nei confronti del mondo accademico. 
Il risultato è una tesi duplice: in primo luogo la filosofia si rivela, secondo l'autrice, tutt'altro che disciplina neutra o fuori dalla realtà. Il mondo del pensiero, anzi, si mostra a vario titolo fortemente legato alla concretezza e al contesto socio-politico; in secondo luogo Sherratt evidenzia come molti filosofi collusi col nazismo siano stati  riabilitati e vengano oggi studiati con interesse, trascurando troppo spesso il contesto storico in cui idee e concezioni furono formulate.
A leggere I filosofi di Hitler non mancano le sorprese. Solo un esempio, che particolarmente mi ha colpito: tra i grandi pensatori sfruttati da Hitler figurano non solo, come in effetti ci si potrebbe aspettare, Nietzsche o Hegel ma anche Immanuel Kant. Grazie al suo antisemitismo, di cui tra l'altro non fece mai mistero, il filosofo di Königsberg fu facilmente fagocitato all'interno dell'ideologia del dittatore tedesco.
Per quanto riguarda i filosofi che si prestarono a sostenere il nazismo, si parla dell'ideologo del partito, Alfred Rosenberg ma anche di nomi insigni della filosofia del Novecento quali Carl Schmitt, giurista e filosofo del dirirtto, e Martin Heidegger. Su quest'ultimo, in particolare, il giudizio di Sherratt appare assai duro. Analizzando con perizia dati e documenti, la studiosa mette in luce il contributo attivo del filosofo al nazionalsocialismo. Convinzione radicata o mero opportunismo? L'autrice se lo chiede, propone risposte, lasciando tuttavia al lettore l'ultima parola. 
Accanto a questi nomi, dicevo, compaiono quelli di quanti si opposero in varia misura al nazismo. In capitoli loro dedicati vengono raccontate le storie di Edmund Husserl, maestro di Heidegger da questi poi ripudiato, di Theodor Adorno, di Walter Benjamin, di Hannah Arendt, di Kurt Huber, filosofo e musicologo insigne, oggi dimenticato. Politicamente conservatore, Huber per tutti gli anni Trenta continuò ad insegnare, messo in disparte dai nazisti, non perseguitato, solo perché non accettava che le sue ricerche nel campo della musica popolare fossero utilizzate a scopo ideologico. Fu con la guerra che la sua opposizione divenne attiva. Impressionato dalle notizie di atrocità sempre più gravi che giungevano dal fronte orientale, Huber entrò nella Rosa Bianca. Arrestato, fu giustiziato nel luglio 1943.

I filosofi di Hitler doveva essere una lettura ricreativa. Invece si è rivelato per me un libro sconvolgente. Documentato quanto un saggio, è scritto con uno stile narrativo, coinvolgente e fortemente partecipato. Numerosi anche i documenti inseriti nella narrazione, vere e proprie finestre sui personaggi e sul periodo. L'autrice, con un'onestà intellettuale tipica degli studiosi anglosassoni e che spesso manca dalle nostre parti, non fa mistero delle proprie posizioni. Eppure non fa violenza al lettore, riesce a coinvolgerlo, a interrogarlo, a scuoterlo a volte, ma con partecipazione e ansia sincere. Un forte senso morale si respira tra le pagine de I filosofi di Hitler ed esplicito risulta anche il monito finale: è giusto studiare il pensiero di taluni ritenuti grandi della filosofia senza comprendere pienamente il contesto in cui vissero e operarono?

Parafrasando la presentazione sul risvolto di copertina, Yvonne Sheratt, restituendo il clima culturale e i retroscena politici degli anni più bui della nostra storia, ci rivela come grandi intelligenze possano cedere all'abiezione. Un monito a chi studia ma anche a chi vive nel presente.

giovedì 3 aprile 2014

Avviso ai lettori

Cari amici lettori,
desidero avvertirvi che a causa dei numerosi impegni primaverili le riflessioni sul blog potrebbero non rispettare la cadenza settimanale data all'inizio di questa avventura. Me ne scuso, ma al contempo sono sereno:  come ho avuto modo di sottolineare negli ultimi interventi con parole d'altri e mie, scrivere meno può portare a scrivere meglio. Può, inoltre, lasciare maggior spazio alla riflessione personale, e magari anche a qualche passeggiata in più. Vi ringrazio come sempre per l'attenzione e vi saluto,
MS