domenica 15 giugno 2014

Appunti per un ritorno

Cari amici lettori,
sono ritornato. Vi avevo avvisato che non avrei scritto con assiduità da aprile in avanti, eppure non mi aspettavo di trovarmi costretto ad interrompere totalmente il dialogo con voi. Perdonatemi. In effetti il maggio appena trascorso è stato forse uno dei mesi più intensi di cui abbia ricordo: tra presentazioni, impegni politici (ero candidato per le elezioni amministrative nella mia cittadina), incontri, riunioni... tutto è stato come un vortice che ha finito per soffocare questo momento di riflessione condivisa. 
Tornando perciò ora a scrivere, mi viene spontaneo volgere indietro lo sguardo e cercare uno o più elementi comuni che possano racchiudere, se non tutte, almeno una parte delle molteplici esperienze vissute. Credo di averne individuati alcuni (oltre alla fretta!), che vorrei di seguito condividere. Nulla di eclatante, solo pochi pensieri in libertà, spero non troppo banali e scontati.

Il viaggio. Per non cadere nella tanto spesso abusata retorica del viaggio, mi limiterò ad una considerazione concreta. Nell'ultimo mese mi sono spostato parecchio, per presentare L'eco delle battaglie ma non solo. Viaggiando, spostandomi fisicamente da un luogo ad un altro, ho riscontrato quanto, specie dopo un periodo alquanto lungo di stasi, partire faccia bene, anche se solo per poco tempo, anche se per poche ore. Partendo si lascia, ci si stacca, si punta verso un qualcosa che è nuovo. E volgere lo sguardo altrove aiuta ad aprire gli orizzonti e a rivedere il quotidiano con occhio diverso.

L'incontro. In ogni mio spostamento, fosse per raccontare di Grande Guerra, per recarmi in un quartiere della mia cittadina ad ascoltare e parlare con le persone o per sfilare con gli Alpini a Pordenone (ebbene sì, amici lettori, pure questo ho fatto!), ho incontrato molte, moltissime persone. Con alcune ho intessuto amicizie che dureranno, con altre ho magari parlato solo per pochi minuti, dopo una presentazione o tra i padiglioni affollati della fiera di Torino. In ogni caso, molte cose mi porto a casa da questo mese.

Il confronto. Gli incontri avuti nell'ultimo mese non sono stati sterili, hanno anzi prodotto un continuo confronto. Il confronto con l'altro, con persone a vario titolo diverse, mi ha offerto notevole stimolo per la crescita individuale. Ho imparato, ho conosciuto persone e luoghi, ho consolidato idee, ho cambiato posizioni. Infine, ho osservato ogni realtà confrontandola con quella in cui vivo, ho respirato bellezza e bruttezza, aria fresca e smog. E se pochi sono gli appunti che ho potuto prendere, molti sono gli spunti impressi nella memoria e nei sentimenti. Speriamo fermentino nei prossimi mesi!

Il ritorno. Credo che gli incontri e le esperienze vissute siano realmente importanti se riescono a lasciarci qualcosa di duraturo. Per fare esperienza è necessario ritornare, stare in silenzio, ricordare, rivivere. Per questo, dopo l'intensità di relazioni intessute, dopo gli incontri e l'inevitabile stanchezza, dopo tante soddisfazioni e qualche delusione, da buon amante della carta stampata, sono lieto di ritornare al silenzio che regna tra i miei libri.
Sono lieto di farlo, tra l'altro, in buona compagnia. Mentre sedevo davanti allo schermo, circondato da fogli sparsi e letture in attesa di evasione, mi è tornato infatti in mente un breve testo, scritto oltre duemila anni fa. Allora, dopo un periodo per lui intensissimo (in questo caso di lotte politiche di primo piano), ritornava ai libri anche Marco Tullio Cicerone. E così scriveva in una delle sue lettere Ad familiares (la prima del nono libro) rivolgendosi all'amico Varrone: <<Scito enim me, posteaquam in urbem venerim, redisse cum veteribus amicis, id est cum libris nostris (Sappi infatti che io, dopo che sono giunto in città, sono ritornato coi vecchi amici, cioè coi libri nostri)>>.
Saluto dunque voi, amici lettori, e torno anch'io agli altri amici, silenziosi e discreti, che mi attendono qui accanto. A presto!

domenica 4 maggio 2014

Con le parole di Turoldo verso la Fiera di Torino...

Qualche tempo fa, in occasione della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, pubblicai alcune riflessioni sulla letteratura odierna e sulle fiere letterarie, attingendo da un agile pubblicazione di Giulio Ferroni, Scritture a perdere (Laterza, 2010). Il testo si apriva con una descrizione ben poco lusinghiera del Salone internazionale del libro di Torino.
Ebbene, amici lettori, da giovedì 8 a sabato 10 maggio p.v. sarò anch'io nella "bolgia infernale" della fiera. Ci sarò per presentare L'eco delle battaglie, giovedì, e per incontrare i miei giovani lettori venerdì e sabato. Voi sapete che non ritengo le fiere un luogo per parlare a fondo di libri e letteratura, e sapete anche che non ritengo gli incontri con gli autori, né da lettore né da autore, fondamentali per comprendere le parole scritte. Il miglior modo per comprendere la letteratura, i libri e coloro che li scrivono è sempre (e solo, vorrei aggiungere) quello di sedersi in tranquillità e leggere. Il resto, spesso, è solo fumo negli occhi.
Tuttavia non voglio apparire il solito pessimista. Come ho scritto alcune settimane fa, la fiera può essere anche l'occasione per un confronto umano vivo e arricchente.  Questo l'augurio che faccio a me e a quanti di voi, amici lettori, parteciparanno all'appuntamento di Torino. A tal proposito, sapendo che a nessuno è dato di possedere la verità, vi raccomando il solito atteggiamento filologico vigile e silenzioso, questa volta con una riflessione sulla scrittura lasciataci da un vero poeta del silenzio.

David Maria Turoldo (1916-1992) è uno dei poeti di ispirazione religiosa che più spesso mi trovo a rileggere. "Coscienza inquieta della Chiesa", così viene a volte ricordato per le sue battaglie all'interno del Cattolicesimo. Egli fu in effetti uomo di Resistenza, non solo durante la guerra, sempre. E pagò per le sue scelte. Nella sua poesia vive l'ansia di una fede mai scontata, in cui anche il silenzio ritorna sovente, sia esso il silenzio della ricerca, della memoria, della preghiera e della riflessione, sia esso il silenzio angosciante di un Cielo che non vuole rispondere al grido dell'uomo. In tutto questo la scrittura ha un ruolo di primo piano. 

Scrive Turoldo nel suo ultimo libro: <<Scrivere è confessarsi, è donarsi; scrivere è liberarsi. Io non posso non scrivere. Anche se a leggere quanto è già stato scritto, di ben pochi, di pochissimi si potrà dire: ecco, costui ha scritto una verità che non era mai stata detta da alcuno. Ma ciò che importa, nello scrivere, non è questo. Scrivere è intingere la penna nel proprio sangue per dire a te stesso ciò che Lui, l'Amico, ha pensato di te, ciò che egli ha fatto e continua a fare di te>> (Il dramma è Dio, Bur, 1996, p.14). Possiamo leggere le parole di Turoldo con la fede, come del resto egli ce le presenta. Ma possiamo anche, e non nego di preferirlo, intenderle laicamente: la scrittura come strumento e via di ricerca, come ricerca del silenzio, senza vincoli e senza pregiudizi. Cercare e resistere. Nella certezza che ad ogni passo, dialogando, confrontandoci, soppesando, sbagliando, riordinando, possiamo imparare. 
Buona fiera, dunque.

domenica 20 aprile 2014

Un augurio per il 25 aprile

Oggi i cristiani di diverse confessioni festeggiano la Pasqua. Venerdì prossimo, 25 aprile, lo Stato italiano commemorerà il 69esimo anniversario della Liberazione. Circostanze diverse, certo; eppure, scrivendo queste righe non ho potuto evitare di salutare positivamente il cortocircuito che le due ricorrenze hanno creato tra i miei pensieri. 
Due feste, due momenti di rinascita, due ragioni di speranza. Non voglio cadere nella facile retorica, solo augurare a tutti voi, amici lettori, una settimana ricca di memoria e, al contempo, di speranza per il futuro, augurandoci che non si trascinino le polemiche attorno alla festa della Liberazione. Il 25 aprile non è infatti la festa di una parte politica né di un partito o di una fazione particolare. Al pari del 2 giugno, anniversario della proclamazione della Repubblica, essa è festa nazionale. Il 25 aprile celebra la fine in Italia del conflitto più distruttivo di sempre, la Seconda guerra mondiale, e la Liberazione dall'oppressione nazista e fascista: una data che, riportando la pace dopo lutti e distruzioni immani, ha posto le basi dell'Italia libera, unita, repubblicana, democratica in cui viviamo.
Per ragioni che potremmo definire istituzionali e insieme come impegno personale, ho ripreso in mano in questi giorni un'opera monumentale, continuamente ristampata a partire dalla prima edizione, uscita nel 1954: le Lettere di condannati a morte della Resistenza europea, raccolte in volume a cura di Pietro Malvezzi e Giovanni Pirelli (Einaudi). L'opera, che contiene testi di condannati a morte di tutta Europa, rappresenta una lettura commovente e in grado come poche altre di far riflettere su cosa rappresentò, non solo in Italia, la Resistenza a nazisti e fascisti negli anni della Seconda guerra mondiale. 

Giordano Cavestro, nome di battaglia “Mirko” aveva diciott’anni quando venne catturato dai nazifascisti. Nel 1940, a quindici anni, aveva dato vita, di sua iniziativa, ad un bollettino antifascista attorno al quale si erano mobilitati numerosi militanti. Dopo l’8 settembre 1943 lo stesso nucleo era diventato centro organizzativo e propulsore delle prime attività partigiane nella zona di Parma. Processato, venne fucilato il 4 maggio 1944 a Parma. Vi lascio, amici lettori, con le sue ultime parole. Ci aiutino a riflettere, a ricordare il sacrificio dei tanti che hanno dato la vita per la libertà di tutti, a tacitare gli strepiti molesti, a fare silenzio.

Parma. 4.5.1944
Cari compagni, ora tocca a noi. 
Andiamo a raggiungere gli altri tre gloriosi compagni caduti per la salvezza e la gloria d'Italia. Voi sapete il compito che vi tocca. Io muoio, ma l'idea vivrà nel futuro, luminosa, grande e bella. Siamo alla fine di tutti i mali. Questi giorni sono come gli ultimi giorni di vita di un grosso mostro che vuol fare più vittime possibile.Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care. 
La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio. 
Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.


Cara mamma e cari tutti,
purtroppo il Destino ha scelto me ed altri disgraziati per sfogare la rabbia fascista. Non preoccupatevi tanto e rassegnatevi al più presto della mia perdita.
Io sono calmo.
Vostro
                                                                              Giordano 




domenica 13 aprile 2014

Quando il pensiero si piega all'ideologia

Ho terminato alcuni giorni fa la lettura di un testo uscito da poco in Italia, un saggio che, non appena l'avevo scorto in libreria, mi aveva subito incuriosito: I filosofi di Hitler, di Yvonne Sherratt. L'autrice, docente a Oxford, dimostrava un buon curriculum. Ma è stato il tema a farmi acquistare il libro: la filosofia utilizzata dall'ideologia nazista, da Hitler e gregari in primo luogo, ma anche da quanti si prestarono a sostenere il movimento nazista. Nella presentazione che compare sul risvolto di copertina si trova infatti scritto:
<<Nel corso della storia l’infamia ha assunto molte forme, nessuna più spregevole, probabilmente, di quella incarnata dalla rispettabilità. È tuttavia con questa maschera che l’ideologia razzista e antisemita del nazismo poté imporsi, senza quasi trovare ostacoli, nelle università e nei centri di ricerca di tutta la Germania>>. 

Dietro la parvenza della rispettabilità, dietro il velo della filosofia (e anzi grazie ad essa) l'ideologia nazista si impose negli ambienti accademici tedeschi, coinvolgendo studenti e studiosi, in certi casi eminenti studiosi.
Nel testo si possono individuare tre parti: una iniziale, dedicata ai filosofi che il dittatore stesso sfruttò, spesso deformandone i contenuti, estrapolando a piacimento discorsi e concetti; una centrale, la quale analizza il contributo di alcuni filosofi celebri che aderirono alla causa nazista, collaborando attivamente col regime; una terza parte, che punta invece l'attenzione su quanti si opposero in diverse forme all'ideologia nazista e alla violenza che essa attuava anche nei confronti del mondo accademico. 
Il risultato è una tesi duplice: in primo luogo la filosofia si rivela, secondo l'autrice, tutt'altro che disciplina neutra o fuori dalla realtà. Il mondo del pensiero, anzi, si mostra a vario titolo fortemente legato alla concretezza e al contesto socio-politico; in secondo luogo Sherratt evidenzia come molti filosofi collusi col nazismo siano stati  riabilitati e vengano oggi studiati con interesse, trascurando troppo spesso il contesto storico in cui idee e concezioni furono formulate.
A leggere I filosofi di Hitler non mancano le sorprese. Solo un esempio, che particolarmente mi ha colpito: tra i grandi pensatori sfruttati da Hitler figurano non solo, come in effetti ci si potrebbe aspettare, Nietzsche o Hegel ma anche Immanuel Kant. Grazie al suo antisemitismo, di cui tra l'altro non fece mai mistero, il filosofo di Königsberg fu facilmente fagocitato all'interno dell'ideologia del dittatore tedesco.
Per quanto riguarda i filosofi che si prestarono a sostenere il nazismo, si parla dell'ideologo del partito, Alfred Rosenberg ma anche di nomi insigni della filosofia del Novecento quali Carl Schmitt, giurista e filosofo del dirirtto, e Martin Heidegger. Su quest'ultimo, in particolare, il giudizio di Sherratt appare assai duro. Analizzando con perizia dati e documenti, la studiosa mette in luce il contributo attivo del filosofo al nazionalsocialismo. Convinzione radicata o mero opportunismo? L'autrice se lo chiede, propone risposte, lasciando tuttavia al lettore l'ultima parola. 
Accanto a questi nomi, dicevo, compaiono quelli di quanti si opposero in varia misura al nazismo. In capitoli loro dedicati vengono raccontate le storie di Edmund Husserl, maestro di Heidegger da questi poi ripudiato, di Theodor Adorno, di Walter Benjamin, di Hannah Arendt, di Kurt Huber, filosofo e musicologo insigne, oggi dimenticato. Politicamente conservatore, Huber per tutti gli anni Trenta continuò ad insegnare, messo in disparte dai nazisti, non perseguitato, solo perché non accettava che le sue ricerche nel campo della musica popolare fossero utilizzate a scopo ideologico. Fu con la guerra che la sua opposizione divenne attiva. Impressionato dalle notizie di atrocità sempre più gravi che giungevano dal fronte orientale, Huber entrò nella Rosa Bianca. Arrestato, fu giustiziato nel luglio 1943.

I filosofi di Hitler doveva essere una lettura ricreativa. Invece si è rivelato per me un libro sconvolgente. Documentato quanto un saggio, è scritto con uno stile narrativo, coinvolgente e fortemente partecipato. Numerosi anche i documenti inseriti nella narrazione, vere e proprie finestre sui personaggi e sul periodo. L'autrice, con un'onestà intellettuale tipica degli studiosi anglosassoni e che spesso manca dalle nostre parti, non fa mistero delle proprie posizioni. Eppure non fa violenza al lettore, riesce a coinvolgerlo, a interrogarlo, a scuoterlo a volte, ma con partecipazione e ansia sincere. Un forte senso morale si respira tra le pagine de I filosofi di Hitler ed esplicito risulta anche il monito finale: è giusto studiare il pensiero di taluni ritenuti grandi della filosofia senza comprendere pienamente il contesto in cui vissero e operarono?

Parafrasando la presentazione sul risvolto di copertina, Yvonne Sheratt, restituendo il clima culturale e i retroscena politici degli anni più bui della nostra storia, ci rivela come grandi intelligenze possano cedere all'abiezione. Un monito a chi studia ma anche a chi vive nel presente.

giovedì 3 aprile 2014

Avviso ai lettori

Cari amici lettori,
desidero avvertirvi che a causa dei numerosi impegni primaverili le riflessioni sul blog potrebbero non rispettare la cadenza settimanale data all'inizio di questa avventura. Me ne scuso, ma al contempo sono sereno:  come ho avuto modo di sottolineare negli ultimi interventi con parole d'altri e mie, scrivere meno può portare a scrivere meglio. Può, inoltre, lasciare maggior spazio alla riflessione personale, e magari anche a qualche passeggiata in più. Vi ringrazio come sempre per l'attenzione e vi saluto,
MS

domenica 30 marzo 2014

Dalla Fiera di Bologna

La scorsa settimana riflettevo sulla spettacolarizzazione sempre più marcata della scrittura in un mondo già ampiamente ridotto a spettacolo. A tal proposito citavo un testo di Giulio Ferroni, Scritture a perdere, riscoperto grazie al riordino degli armadi seguito alla laurea. Il testo di Ferroni (non l'ho scritto la scorsa settimana) si apre con la descrizione di una visita al Salone del libro di Torino, tra le più importanti fiere letterarie italiane. La manifestazione per lo studioso costituisce un valido esempio della tendenza alla spettacolarizzazione della letteratura di cui tratta poi ampiamente nel testo, spettacolarizzazione che si sovrappone alle sempre più pressanti esigenze del mercato. Condivido pienamente le osservazioni di Ferroni ed essendomi qualche volta trovato, mutatis mutandibus, nella stessa situazione posso confermare i sentimenti da lui descritti.

Ho ripensato alla cosa mercoledì pomeriggio, ritornando a casa da un'altra importante fiera letteraria italiana, la Bologna Children's Book Fair, appuntamento dedicato all'editoria per bambini e ragazzi con partecipanti da più paesi del mondo. Ero sceso, appunto, per presentare L'eco delle battaglie e dialogare con Christian Hill, autore a sua volta di un romanzo sulla Grande Guerra dedicato ai ragazzi, Il volo dell'asso di picche (Einaudi Ragazzi). 
Dopo una giornata trascorsa nel trambusto della fiera, dopo l'interessante dialogo con il collega autore, dopo gli incontri, le cose viste e vissute un pensiero alla riflessione di Ferroni è sorto spontaneo, non appena il chiasso ha lasciato spazio al lieve brusio delle carrozze di un treno interregionale. Mi sono chiesto: "Ma che ci sono venuto a fare a Bologna? Non ho contribuito anch'io alla costipazione e all'eccesso di libri e di comunicazione cui Ferroni fa riferimento?". Certamente sì, nonostante l'appuntamento di Bologna sia molto diverso da quello torinese, in primis perché si tratta di una fiera più per "addetti ai lavori" che per il grande pubblico. Inutile però girarci attorno: se si accetta di partecipare al gioco, si finisce inevitabilmente per correre secondo le regole imposte. Ho preso parte alla fiera, ho parlato, mi sono "mostrato", ho comunicato.
Avrò detto qualcosa di non inutile attraverso il cantilenante dialetto vicentino? Non spetta a me stabilirlo. Ma la responsabilità è grande e, si sa, un autore che regge un microfono è sempre pericoloso. Faccio autoammenda, suggerendo al contempo quanto a mia volta ho imparato da buoni maestri in questi anni: imparare a diffidare, a lasciare lavorare il sano dubbio, a mettere e mettersi continuamente in discussione. "La pulce è animale scientifico" soleva ripetere un mio vecchio professore che stimo molto nonostante i modi talora un po' brutali e le battute al vetriolo che non di rado pronunciava. Dunque, cari lettori, diffidate. Diffidiamo o, meglio, dubitiamo. Anche e soprattutto (lo dico a me stesso in primo luogo) da chi ama pontificare. Informiamoci, non lasciamoci irretire, ragioniamo, confrontiamo e meditiamo prima di trarre conclusioni. Si tratta dell'invito ad adoperare sempre un atteggiamento "filologico" che già qualche volta ho ripetuto.

Vorrei tuttavia, concludendo questa nota domenicale, spezzare anche una lancia a favore delle fiere. Come giovane desideroso di imparare e confrontarmi, le trovo una buona occasione per scambiare qualche parola con amici che pure si dedicano alla scrittura così come con qualche lettore attento: magari allontanandosi dalla ressa degli stand, magari sedendo in disparte, abbassando il tono della voce. Scriversi e sentirsi al telefono aiuta, ma fa bene anche condividere qualche gesto essenziale e semplice. Anche quest'anno ho potuto scambiare riflessioni e punti di vista con amici, collaboratori e colleghi e lettori. Il confronto, soprattutto, aiuta a sentirsi meno soli e a non perdere di vista che se la scrittura è davvero dialogo (sono convinto sia così) tutti, autori e lettori, abbiamo la possibilità di crescere attraverso di esso.

domenica 23 marzo 2014

Se la scrittura diventa spettacolo...

In questi giorni, riordinando libri, appunti, fogli volanti, quaderni e molto altro materiale accumulatosi negli armadi in cinque anni di studi universitari, ho ripreso in mano un agile testo letto e studiato qualche anno fa per un interessante corso di Teoria della letteratura. L'autore, Giulio Ferroni, è ordinario di Letteratura italiana all'Università La Sapienza nonché storico letterario e critico "militante". Il testo, pubblicato nel 2010, s'intitola Scritture a perdere e attua una sorta di diagnosi sulla letteratura italiana contemporanea; al contempo, all'analisi dei "mali", si accompagna una lunga serie di esempi negativi e qualche esempio positivo, nuove strade possibili per uscire da una situazione che sembrava all'autore (nel 2010) alquanto soffocante. A rileggerlo sono rimasto colpito: non solo gran poco mi pare cambiato rispetto all'analisi di Ferroni ma forse qualcosa è addirittura peggiorato...

Tra i concetti che sovente ritornano in Scritture a perdere, colpisce quello relativo all'eccesso di comunicazione a cui siamo continuamente esposti, eccesso che la sovrabbondanza di libri presenti sul mercato non contribuisce certo ad attenuare. Si parla troppo e si scrive troppo. Ma quale comunicazione si ha se quella esistente si riduce, per usare un'espressione di Ferroni, alla <<comunicazione del vuoto>>?
Altro fattore che Ferroni analizza è il nesso tra letteratura e, appunto, il mercato. E anche qui gli esempi si sprecano: dalle fiere, viste come segno di vitalità dai più e che invece si riducono spesso a mero accumulo di merce, ai festival, fino ai casi letterari studiati a tavolino da editor tanto abili quanto spregiudicati. Il tutto in un'orizzonte in cui la letteratura sempre più agisce in un mondo spettacolarizzato, in cui essa stessa diviene spettacolo. Si tratta di un fenomeno che ha investito in senso ampio la cultura italiana degli ultimi anni e che risulta ben noto anche a chi si occupa di letteratura contemporanea. Illusione di comunicazione quando invece a parlare è sempre un'unica, assordante voce. Scrive Ferroni: <<La cultura viene così ad essere parte della continuità del mondo dato, della comunicazione corrente, anche quando si pone con intento critico e dissacrante, e tanto più quando vuol essere esplicitamente e programmaticamente provocatoria, trasgressiva, alternativa. Non può dar luogo a esistazioni, a dubbi, a cura per il destino del mondo, ma si risolve in esibizione, compiacimento, spaccio di materiale consumabile>> (p. 28).

Consumo, mercato, esibizione, spettacolo: parole che abbiamo di certo già sentito, ma che l'acuta analisi di Ferroni e i suoi giudizi espressi senza giri di parole ripropongono fornendo anche qualche possibile via d'uscita. Tuttavia è sulla diagnosi che oggi vorrei ancora dire qualcosa, in particolare sull'invasione del reality e sulla fallace illusione di comunicazione che esso offre. Scrive ancora Ferroni: <<Tutto si esibisce e si mostra, tutto può essere oggetto di sguardi indiscreti, ognuno può ambire a trasformare la propria banale quotidianità in qualcosa di spettacolare>> (p. 20).

Non ho potuto non confrontare le parole dello studioso con una delle ultime trovate in fatto di reality/talent show, quel "simpatico" Masterpiece che mi è capitato qualche volta di scorgere in televisione. Chissà se Ferroni ci aveva pensato: un vero programma in cui scovare il futuro della letteratura! Quel poco che ho potuto vedere (mi annoiavo in fretta) mi ha lasciato perplesso e stranito. Compitini da eseguire in diretta, proclami intellettuali per l'avvenir, dichiarazioni di vita e arte, stroncature da parte di giudici supremi dallo sguardo accigliato e la testa pesante di pensieri... La scrittura (non mi sento di parlare di letteratura, della quale peraltro, per il poco che ho seguito, non mi sembra si sia parlato) è ridotta a puro spettacolo, con concorrenti più o meno disperati, più o meno casi umani, più o meno bravi a recitare di fronte alla telecamera e giudici sulla cui grandezza letteraria non è lecito nutrire dubbi. Ma se sono scrittori, non dovrebbero limitarsi a scrivere?

Perdonate lo sfogo, amici lettori, ma alla tristezza si unisce un moto di rabbia. Mi dispiace soprattutto che ci siano persone che si prestino, da una parte e dall'altra, a questa messinscena un po' pietosa, un po' tragica, un po' grottesca. Giocando sull'ambizione dei "dilettanti allo sbaraglio", chiedendo saggi di bravura in diretta, imbastendo discussioni sul senso dello scrivere come sulla vita e i suoi destini ultimi, giudicando tali prestazioni, dove si vuole arrivare? Si riduce, anche qui come in molti altri campi, la scrittura a gara, classifica, a eterna sfida per stupire, ammaliare e, quindi, arrivare primi. Senza parlare del fatto che ad ascoltare certi saggi ci si chiede dove le aspiranti promesse della letteratura abbiano imparato a scrivere, si perde di vista ciò che la scrittura è quando esercitata con onestà intellettuale: ricerca dell'essenziale, tempo di silenzio, scavo, riflessione sul generale e sul particolare. Riflessione, appunto. E perciò fatica, prima di tutto in colui che scrive.

Ritornare all'essenziale è una delle necessità che Ferroni sottolinea più volte, una soluzione ineludibile per uscire da questa <<comunicazione del vuoto>>. A ritrovarla, l'ho accostata ad una frase di Mario Rigoni Stern, che vorrei lasciare come saluto e augurio,  piccolo antidoto al "molto rumore per nulla" che ci circonda e che spesso, più o meno volontariamente, contribuiamo ad accrescere. Parlando di sé, Rigoni Stern una volta scrisse: <<Vivo ad Asiago, mio paese natale e terra degli avi, amo camminare per le mie montagne, sciare, coltivare l'orto; scrivo quando ho qualcosa da dire>>.