domenica 29 marzo 2015

"L'eco delle battaglie": approfondimenti dei ragazzi

Cari lettori,
continuano le presentazioni nelle scuole de L'eco delle battaglie. Accanto alla sempre calorosa accoglienza che incontro, segnalo con gioia i lavori prodotti dai ragazzi. Come ho già avuto modo di scrivere, la qualità delle attività svolte e la partecipazione degli alunni sono un segno di speranza per il presente e per il futuro. La parte buona del nostro paese si vede nelle scuole.

Di seguito pubblico una scelta di fotografie che documentano i lavori delle classi quarta e quinta primaria dell'Istituto comprensivo "B. Nodari" di Lugo di Vicenza, che ho incontrato alcune settimane fa. Davvero complimenti ai ragazzi e alle loro insegnanti!


















domenica 8 marzo 2015

Donne

Amici lettori,
in occasione della festa dell'8 marzo, unendo, come si suol dire, l'utile al dilettevole, propongo un racconto composto fra ieri e oggi su sollecitazione di una consegna ricevuta al TFA. Dato che, come si dice da quelle parti, è bene mantenere un contatto fra ciò che si studia e la vita, propongo, in primis a tutte le mie lettrici, questo racconto sulle figure che nella mia vita hanno determinato e influenzato il mio rapporto con le parole, le storie, la letteratura.


Donne

Nella vita un pizzico di fortuna ci vuole. Io, devo ammetterlo, l’ho avuta: ho capito presto cosa volevo fare della mia vita e ho incontrato maestri che mi hanno spinto a realizzare i miei sogni. Maestri. Anzi, maestre. Donne. Il cosa infatti venne presto, non appena mi resi conto che una vita sola non mi attirava per niente, che non volevo accontentarmi, che non mi bastava ciò che pareva accontentare i più. L’amore per la letteratura nacque allora, prima ancora che imparassi a leggere, ascoltando le storie che due nonne pur molto diverse per carattere e modi non disdegnavano mai di raccontarmi: nonna Rosina narrava sostenuta da un profondo senso morale, sicura che le parole dovevano servire ai più alti scopi dell’educare alle virtù cristiane; nonna Teresa raccontava per il gusto di raccontare e, non di rado, di spaventare. Storie a soggetto sacro la prima, storie di incontri e cimiteri, di ladri e di creature mitologiche la seconda. A passo di episodi biblici e salbanèli, di storie di fame, guerra, tidìschi e partigiani giunsi alle elementari. Fu allora che l’incontro divenne completo, l’innamoramento si trasformò in amore. I libri, prima oggetti arcani e distanti, si fecero d’un tratto alla mia portata coi loro segreti e la loro magia. Il desiderio di imparare a decifrarli fu una molla formidabile per muovere i primi passi nel mondo complesso delle lettere e dei suoi. Il resto venne da sé. In seconda elementare, grazie all’entusiasmo che la maestra Giovanna sapeva infondere a noi “scriccioli”, come ci chiamava, alle prime letture seguirono per me e per alcuni compagni di classe i primi tentativi di scrittura creativa: libretti costruiti, scritti, illustrati e firmati da noi finivano in una biblioteca di classe accanto ai libri veri, quelli importanti, che la maestra ci leggeva in ore destinate a passare sempre troppo in fretta. Li ho conservati, quei libretti, e a volte torno a mostrarli a qualche bambino curioso di conoscere. Sembra incredibile, ma hanno ancora il potere di affascinare, lo stesso che, me ne rendo conto oggi, avevano la voce di nonna Rosina e nonna Teresa. Fu grazie alle nonne e alla mia maestra elementare che nacque l’amore per le storie e la letteratura, per le parole e per i libri. Eppure, quando terminai i cinque anni di scuola elementare non potevo sapere che la storia, che credevo avviata, avrebbe riservato ancora molte sorprese.

Il primo giorno delle medie incontrai la donna che forse più di tutte era destinata a segnare il mio rapporto con la letteratura, tanto da spingermi a desiderare di insegnarla a mia volta: la professoressa B.

Ero disorientato quel giorno. La scuola era nuova, immensa e stramba nella struttura architettonica, i compagni, a parte qualcuno, mai incontrati prima di allora. Dopo un saluto della preside durato più di un’ora, io e i miei compagni avevamo imparato poche ma essenziali nozioni: che non più maestri ci trovavamo davanti ma professori, che ad essi si dava rigorosamente del “lei”, che quando essi varcavano la soglia dell’aula si doveva scattare in piedi, salutare e attendere in silenzio.

Non so se attendevamo in silenzio quando arrivò la professoressa B., ma so che il silenzio venne con lei. Doveva indossare delle scarpe con un piccolo tacco perché ricordo, o credo di ricordare, il rumore dei suoi passi nel corridoio. Il corridoio, sì. La nostra classe si trovava in fondo ad un lunghissimo corridoio. Ed ecco che mi pare di risentire il rumore dei tacchi delle scarpe che indossava la professoressa B. O forse li immagino? Forse sbaglio, lei era già lì con noi mentre dal cortile ci avviavamo, dopo l’incontro, verso la nostra classe. Eterno girotondo dei ricordi…

Se ripenso a lei oggi non sono sicuro di poter dare un quadro completo delle emozioni che provai a vederla per la prima volta. Provo a figurarmi la scena. Mi appare subito l’inconfondibile acconciatura, i capelli di un biondo pallido perfettamente in ordine; quindi lo sguardo, quegli occhi glauchi che davano al volto scarno, allungato, un’espressione fredda, in apparenza distaccata; infine ecco le mani magre, ordinatissime anch’esse, con quell’anello con brillante sull’anulare sinistro perennemente rovesciato di lato. Di quelle mani, la destra era quella che segnava correzioni e giudizi, scritti a caratteri cubitali con una paper-mate rossa.

Com’era di statura? Doveva essere nella media ma allora mia appariva altissima. Camminava lentamente, con un passo inconfondibile. Dietro quei passi c’era tutto ciò che lei avrebbe rappresentato per i due anni in cui rimase con noi prima di lasciarci per la sopravvenuta età pensionabile: autorevolezza, rispetto, serenità di giudizio. Certo, lo affermo con senno di poi. All’inizio fu un trauma. Rispetto all’immagine severa ma al contempo gioviale e amorevole della maestra Giovanna, la professoressa B. appariva lontana come il cielo dalla terra.

In quel primo giorno di scuola attese il nostro sguardo prima di accomodarsi alla cattedra. Posò borsa e soprabito sulla sedia e si appoggiò al bordo del bancone.

- Io mi chiamo B*** - disse, - e sarò la vostra insegnante di italiano.

In classe non volava una mosca. Neppure in seguito, quando la nostra classe divenne celebre per certi “casi difficili” e per una certa generale inclinazione al brusio e all’irrequietezza, neppure allora la situazione con la professoressa B. mutò. Un silenzio di tomba regnava in classe durante le sue lezioni, persino le mosche si fermavano, dico oggi quando racconto l’episodio a qualche mio alunno. Non alzava mai la voce, non si lanciava in sfuriate. Il tono di voce rimaneva invariato fra le spiegazioni e i richiami. Eppure… eppure aveva qualcosa la professoressa B., qualcosa che nessun altro possedeva al pari di lei: un’aura quasi sacrale, un misto di eleganza e autorevolezza, autorevolezza che non aveva bisogno di esprimersi in parole o atteggiamenti particolari, che la sua stessa persona emanava. Era una donna d’altri tempi e fu per me una guida e un punto di riferimento. In un periodo difficile e in cui, assieme ai primi cambiamenti nel corpo e nell’animo, era giunto un periodo di crisi nel mio rapporto coi libri e la lettura, la professoressa B. seppe non solo riaccendere il desiderio ma lo fece arricchendolo di nuove sfaccettature. Fu allora che, ad esempio, cominciai ad apprezzare la grammatica, la precisione delle definizioni, lo sforzo di ordinare la materia magmatica della lingua. Le spiegazioni della professoressa B. erano pacate, spesso ex cathedra, raramente scriveva alla lavagna; tuttavia, a dispetto delle apparenze, sapeva suscitare l’interesse generale con poche abili mosse. Ricordo il nostro stupore di ragazzini quando correggeva errori che aveva trovato nel libro di testo, talvolta tipografici, più spesso di sostanza. Tra noi ci lanciavamo occhiate stupite: “Ma chi è questa? Corregge persino libro!”.

Ci volle tempo ma, passati alcuni mesi, al timore si sostituì, almeno per me, una sorta di venerazione per la professoressa B., sebbene la mia dotazione di 'ottimi', così cospicua alle elementari, avesse subito una netta contrazione al ribasso. La professoressa non era generosa quanto a giudizi, nelle verifiche e soprattutto nei temi.

- Santuliana - mi disse al momento del ritiro delle pagelle del primo trimestre, forse intuendo la mia delusione, - ad avere 'buono' io mi riterrei soddisfatta.

Non lo ero. E mi impegnai a fondo. Il secondo trimestre ebbi 'distinto', il terzo giunse l’'ottimo'. 
Tuttavia ciò che non rimane scritto nelle pagelle è forse ciò che oggi conta di più nel ricordo che ho della professoressa B.: in quell’anno di prima media e poi in quello successivo, alla paura dei primi tempi nacquero nei suoi confronti da parte mia un profondo rispetto e un’ammirazione sincera. Al contempo la professoressa, così severa di fuori, possedeva una capacità straordinaria di tirar fuori il meglio dai suoi alunni appassionandoli agli argomenti affrontati. Ho ancora nel cuore l’emozione di una lezione di letteratura sulla Chanson de Roland avvenuta in seconda media, così come mi rimane dentro l’esperienza di un lavoro di gruppo sulle tradizioni venete che la professoressa assegnò forse sempre in seconda. Anche il timore di deluderla doveva esser forte, almeno quanto il desiderio di restituire quanto ricevuto. A volte questo timore riaffiora in me accompagnando i ricordi, come quella volta in cui, di ritorno in anticipo da una mattinata a teatro, trovai il coraggio di dirle che non avevo fatto i compiti. L’avevo dimenticato. Era vero. Ricordo ancora le parole che utilizzai:

- Mi è uscito di mente e non li ho annotati sul diario - dissi.

Lei mi fissò appena con quei suoi occhi chiari, poi tornò a guardare avanti.

- Santuliana, non ti devi dimenticare - rispose soltanto.

Quando racconto questo episodio a qualche mio alunno nella stessa situazione curo con particolare attenzione di dire che da quel giorno non dimenticai più di svolgere i compiti.

Potrei raccontare tanto altro, descrivere le lezioni di narrativa che mi hanno fatto riscoprire, dopo un periodo in cui di libri non avevo più voluto sentir parlare, il gusto per la lettura: anche in questo caso, nulla di eclatante, era sufficiente il tono con cui la professoressa B. spiegava o leggeva. Potrei ma rischierei di rivelare troppo. E qualcosa voglio pure tenerlo per me, com’è dei ricordi più intimi e importanti.

Dopo di lei, al ginnasio e al liceo, ho incontrato altre figure fondamentali, la mitica S. che mi ha appassionato allo studio delle lingue e delle letterature antiche, la altrettanto mitica R. che sapeva intrattenere per ore su due versi di Dante o, addirittura!, su un sonetto del Marino. Tuttavia ormai la strada era tracciata, il rapporto d’amore con la letteratura s’era fatto stabile e sicuro, gli strumenti fondamentali del cuore più che della mente acquisiti. E questo lo devo alle figure, tutte femminili, che ho incontrato lungo il cammino dall’infanzia alle soglie dell’adolescenza: alle nonne, alla maestra Giovanna, alla professoressa B.

Delle nonne oggi una è ancora con me. Ora sono io a raccontarle delle avventure che vivo a scuola, coi ragazzi, o delle storie che racconto e che ogni tanto provo a mettere per iscritto. La maestra Giovanna a volte la incrocio per strada o al supermercato: ogni occasione è una festa di ricordi ed emozioni. Ad ogni incontro, in un modo o nell’altro la ringrazio per avermi insegnato a scrivere. Con la professoressa B. mi sono incontrato poche volte, non più di due. In entrambe le occasioni, al mio saluto, mi ha riconosciuto all’istante.

- Santuliana, se proprio tu! - ha esclamato una mattina in cui l’avevo fermata fra i banchi del mercato.

Abbiamo scambiato poche parole. Lei era come la ricordavo, come la ricordo. E se anche non sono riuscito a dirle quanto avrei voluto, mi consola sapere che a volte basta uno sguardo per comunicare molto più di tante parole. A lei, in fondo, bastava.

                                                                               S. Urbano di Montecchio Maggiore, 8 marzo 2015



domenica 22 febbraio 2015

Collaborazione con "Scuola Twain"

Agli amici lettori comunico che, nonostante il poco tempo a disposizione, ho accettato l'invito di alcuni conoscenti a collaborare con il sito del progetto "Scuola Twain". Per saperne di più sul progetto potete andare direttamente alla pagina di presentazione cliccando qui; per leggere i miei interventi potete accedere al sito e andare sulla pagina 'Agorà' e quindi entrare nella sezione 'Opnioni'.  Di seguito trovate i link dei post di gennaio e febbraio:


Si tratta di approfondimenti e interventi su argomenti diversi e questioni che mi stanno a cuore, più o meno letterarie, un po' come avviene anche in questo blog. Vi ringrazio sin d'ora per l'attenzione che vorrete rivolgere alle mie parole e vi saluto cordialmente.
MS

domenica 8 febbraio 2015

"L'eco delle battaglie": in arrivo la seconda edizione

Cari lettori,
questo è un post di notizie. Prima di dare spazio a quella annunciata nel titolo, procedo con un'altra. Dovrete infatti scusarmi, nei prossimi mesi non riuscirò a dialogare con voi con assiduità. Ho iniziato il percorso di studi del TFA, il Tirocinio Formativo Attivo, cui spesso ho accenanto negli ultimi mesi, a volte in post scanzonati, altre volte in riflessioni più serie. Ora dunque il tempo, già poco, si è ulteriormente assottigliato. Farò il possibile, ma non potrò scrivere molto.

Seconda notizia. Come già annunciato alcuni giorni fa su facebook, L'eco delle battaglie, uscito lo scorso anno più o meno in questo periodo, è giunto alla seconda edizione. Per questa tappa importante devo ringraziare molte persone, in primis i miei giovani lettori e tutti coloro che hanno contribuito a diffondere il testo e a far sì che venisse letto. Notizia nella notizia: per la seconda edizione il testo uscirà con un "vestito" nuovo, una nuova copertina e una sopresa. Grazie all'ottimo lavoro dello staff di Raffaello Editrice, il libro ha ottenuto il logo ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri per le iniziative legate al centenario della Grande Guerra, un riconoscimento che mi onora e mi carica di responsabilità verso il dovere della memoria di quel lontano conflitto.

Terza notizia. Molti sono stati i giovani lettori che in questi mesi ho incontrato. Da essi ho ricevuto numerosi doni, fra cui i disegni realizzati a seguito della lettura del libro e nel corso delle attività di approfondimento organizzate dagli insegnanti. Pubblico di seguito alcuni di questi disegni (mi scuso per l'orientamento di alcuni di essi ma il nous elettronico li ha posti così e non sono riuscito a modificarli) come segno di ringraziamento per tutto quanto ricevuto, con l'impegno, ovviamente, di pubblicarne altri in futruro. 
Come ha scritto nel suo discorso all'Accademia di Svezia il Premio Nobel Patrick Modiano, quando un autore termina di scrivere un libro, questo non appartiene più a colui che l'ha scritto ma ai lettori che lo leggeranno. Grazie di cuore a tutti coloro che hanno letto o leggeranno L'eco delle battaglie.









domenica 25 gennaio 2015

Giorno della Memoria: due proposte per riflettere e capire

Dopodomani sarà il 27 gennaio, Giorno della Memoria, istituito <<al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. Così la Legge n. 211 del 20 luglio 2000.

Quest'anno la celebrazione del Giorno della Memoria si carica di un significato più solenne, ricorrendo il settantesimo anniversario di quel 27 gennaio 1945 in cui i russi liberarono il campo di Auschwitz. E se già da qualche giorno i media hanno iniziato a parlare dell'argomento, ci attende una settimana senza dubbio ricca di riflessione e memoria. Giusto che sia così. Confido che si riesca davvero a riflettere, a farlo profondamente, in silenzio, nonostante il molto rumore che accompagna ogni ricorrenza.

Intravedo un duplice rischio quando la memoria diventa ufficiale, quando si fa istituzione: quello, comune a tutte le ricorrenze, di perdere il senso profondo di ciò che si fa, trasformando alla lunga la memoria in una cermonia ripetuta e stanca; l'altro rischio, più complesso ma non meno fuorviante, legato al ricordo delle grandi persecuzioni e stragi, è quello di lasciarsi troppo suggestionare dalle emozioni. Le emozoni contano, ma non possiamo comprendere a fondo la Shoah se, accanto al cuore, non poniamo anche la mente, se non ci sforziamo di capire, e di capire a fondo ciò che è avvenuto. È questo un insegnamento che ho appreso ascoltando di persona chi visse i fatti di settant'anni fa, ed è per questo che vorrei proporre, in occasione del Giorno della Memoria di quest'anno, due opere che, fra le tante che ci verranno proposte, possono aiutarci a riflettere e capire. Meglio, a riflettere per capire.

La prima opera è un film: Hannah Arendt. Uscito nel 2012 ma giunto in Italia solo lo scorso anno, è, come suggerisce il titolo, dedicato alla pensatrice omonima, una delle più importanti del Novecento. Non è una biografia di Arendt, bensì un film che indaga la genesi di una delle opere fondamentali da lei scritte, La banalità del male. Nel 1961, dopo essere stato catturato dai servizi segreti israeliani, Adolf Eichmann, ex tenente colonnello delle SS responsabile dei trasporti ferroviari che deportavano gli ebrei, fu tradotto a Gerusalemme e processato. Fu un evento mediatico senza precedenti oltre che il più importante processo ad un nazista dopo quello di Norimberga, e  Hannah Arendt vi assistette in qualità di inviato del settimanale statunitense "New Yorker". Dall'osservazione diretta di Eichmann e dalla lettura degli atti del processo, Arendt maturò una riflessione sul concetto del male che espose in un saggio destinato a fare storia. Il film, diretto da Margarethe Von Trotta, racconta con nitore e senza retorica la genesi dell'opera e le vivaci (in certi casi violente) reazioni che suscitò la tesi della pensatrice: il male non era qualcosa di mostruoso, di sadico, di sanguinario; esso, anzi, si celava dietro un funzionario ligio e scrupoloso, estremamente povero di idee, che in ottemperanza ad una legge perversa aveva rinunciato a pensare con la propria testa. Una tesi che, appunto, all'epoca suscitò non poche reazioni, ma che fu portata avanti e difesa con coraggio dalla pensatrice. Il film di Von Trotta, al pari della Hannah Arendt storica, si sforza di capire. Lo fa, dicevo, senza enfasi, spettacolarità e patetismi, restituendo un'immagine lucida e lasciando allo spettatore, alla fine, la possibilità giudicare.

La seconda opera che suggerisco è un libro, Dora Bruder, dello scrittore francese Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura 2014. È la storia vera di una ragazza ebrea di Parigi, deportata ad Auschwitz e della quale Modiano tenta di inseguire le tracce. Tutto ha inizio con un annuncio che l'autore scopre in una rivista del 1941: <<Si cerca una ragazza di 15 anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover bordeaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone. Inviare eventuali informazioni ai coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi>>. Con queste poche righe in mano, Modiano si getta in una ricerca silenziosa ma appassionata, inseguendo tracce flebili, scolorite, fra i pochi documenti disponibili e ripercorrendo le strade di una Parigi che trascende di continuo i limiti temporali, in cui i decenni sfumano e la topografia della città coeva all'autore si sovrappone, mescolandovisi, con quella della Parigi dei tempi dell'occupazione. È, quella di Modiano, una ricerca e insieme un cammino di riscoperta di un passato oscuro e a lungo rimosso, passato che si mescola a fatti autobiografici, a riflessioni sulla memoria, sui luoghi, sul rapporto fra essi e le persone che vi abitano. Soprattutto, se letto in prospettiva del Giorno della Memoria, è un libro che fa di essa, della memoria, un qualcosa di vivo e da riscoprire con l'urgenza di un fatto privato. Ecco la forza del libro: inseguendo Dora Bruder, Modiano insegue una storia personale, dà un volto a questa ragazza, una fra le tante. Lo fa con una lingua scarna ed essenziale, senza orpelli e senza retorica e che tuttavia si apre a momenti di assoluta poesia. E pare alla fine di averla conosciuta, Dora Bruder: non una cifra, non più un nome fra milioni. Lei sola, eppure tanto basta per comprendere.



domenica 18 gennaio 2015

Prima de parlar, tasi! Per difendersi dalla scrittura rumorosa

C'è nel dialetto veneto una formula breve ed efficace, una sententia direbbe Seneca, che dovrebbe regolare ogni conversazione, anzi, ogni forma di comunicazione parlata fra le persone; è una formula che quasi tutti dalle mie parti hanno appreso dalle mamme e dalle nonne: Prima de parlar, tasi! La traduco liberamente, cercando di tradurne il significato profondo: "Prima di parlare, stattene zitto, pensa, rifletti, onde evitare di fare figure magre o, come si dice sempre dalle mie parti, da ciòdi".

Prima de parlar, tasi! Questa formuletta mi ha accompagnato negli ultimi dieci giorni: saltava fuori all'improvviso, talora con leggerezza e talora con fare impertinente, ogni volta che, con mezzi diversi, mi giungevano notizie di quanto accadeva nel vasto mondo. Sono stati dieci giorni che non occorre descrivere: gli attentati di Parigi, le volontarie liberate, il viaggio del papa nelle Filippine, le notizie dal medio oriente...
Nulla di troppo nuovo in fondo, verrebbe da dire, se non, forse, per la drammatica successione degli eventi. Non è di questo, però, che vorrei scrivere oggi, bensì di una riflessione che ho maturato in questi giorni a seguito di questi fatti e, soprattutto, a seguito del tanto parlare sopra di essi cui abbiamo assistito. In dieci giorni ne abbiamo sentite di tutti i tipi, in tutti i toni, con tutte le sfumature possibili; si son visti nascere o rinascere esperti di questo o di quest'altro argomento, si sono scritti editoriali, articoli da prima o da (fu) terza pagina, lettere aperte, comunicati stampa, post di ogni genere prontamente decorati da pollici all'insù e altrettanto prontamente condivisi sui social.

Io ho pensato al mio paesello, alla corte di casa mia e alla mia nonna paterna che, agitando davanti al mio naso una mano talmente rigida da parere inamidata, mi diceva: Prima de parlar, tasi! 
Capisco la necessità di parlare - dicevo fra me in questi giorni - di esprimersi, di dire la propria e di cercare di farlo per mettere ordine in un caos che sempre più ha le dimensioni del pianeta, tuttavia quale incredibile profluvio di parole, parlate e scritte!  E se queste parole aggiungessero caos al caos?
Ho così ripescato un passo da Esattezza, una delle Lezioni americane di Italo Calvino, e l'ho trovata illuminante. Scriveva il buon Italo trent'anni fa:

«Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto».

Ecco, appunto. La differenza, fondamentale direi, fra parlato e scritto sta, o dovrebbe stare, nell'eliminare quel «modo approssimativo, casuale, sbadato». Qualcuno potrà obiettare che Calvino si riferiva alla scrittura con scopo artistico, quella scritta per diventare ciò che chiamiamo Letteratura, e che esistono scritture più immediate fatte per comunicare e basta: quella giornalistica o quella dei social, ad esempio. Corretto. Tuttavia anche chi obietta dovrebbe riconoscere che la scrittura possiede, per suo statuto, un filtro in più, se non altro per dover fisicamente uscire da noi attraverso un passaggio ulteriore rispetto alla volatile parola pronunciata. Ecco il centro della mia riflessione: la velocità del mondo e la facilità con cui le parole volano oggi mi pare abbiano allentato, e di molto, questo filtro. Non ce l'ho col fatto che tutti scrivano, non sia mai! Ce l'ho, se proprio devo dire così, col fatto che molti scrivono senza riflettere, sull'onda del caos, siano essi privati cittadini che postano in bacheca su facebook o giornalisti con fame di scoop. Parole, parole, parole... E parole che, per quanto scritte, hanno lo stesso tono e la stessa consistenza di quelle parlate o, non di rado, urlate. Non ci si documenta, non ci si premura nemmeno di riflettere, l'importante è battere il proprio tamburo un po' più forte degli altri.
In tutto questo vorticoso frastuono, mi sembra che sempre più la parola scritta si avvicini alla parola pronunciata, e non solo ad essa, ma anche alle immagini, come in quelle tabelle (come si chiamano?) che imperversano su facebook con una foto di un personaggio celebre e la loro bella citazione pronta all'uso e ai "mi piace". Un discorso complesso, lo riconosco, sul quale magari tornerò. 

Ora, invece, torno a studiare carte e a preparare lezioni; non prima, però, di aver fatto eco alle parole di mia nonna e di Calvino con quelle di un altro grande autore che mi aiuta a non perder del tutto le speranze nel frastuono quotidiano. Ancora una conferenza, scritta e pronunciata a Vicenza nel 1984 da Luigi Meneghello, intitolata L'esperienza e la scrittura e oggi contenuta in Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte (BUR). La dedico a me e a chi ha la pazienza di leggermi. Consideriamola una pastiglia contro l'"influenza" di questi tempi concitati:

«C’è ancora, almeno per me, una strana funzione dello scrivere: mi pare un ottimo mezzo per difendersi dall’eccesso delle comunicazioni specialmente parlate a cui si è esposti, la marea della pubblicità, il chiasso, il troppo e il vano nel quale ci troviamo immersi. Scrivendo ho l’impressione di usare un filtro, o forse si tratta di un altro tipo di aggeggio, che mi dà il senso di non dover gridare tra gente che grida. È così che scrivere, per me, è quasi per definizione scrivere poco, o piuttosto scrivere sempre ma concludere poco e di rado. In pratica, cercare qualcosa che forse non c’è, cancellare molto, fare e rifare le pagine, e far passare alla fine solo quelle che paiono un po’ meno sbagliate, un po’ meno goffe o vacue o sguaiate».

domenica 4 gennaio 2015

"Pride": un film che sa far piangere e ridere allo stesso tempo

Ieri sera, in compagnia di una cara amica, sono andato al cinema. Non in grandi sale né in "villaggi" che portano il nome di grandi marchi, sono andato in uno dei pochi cinema della mia provincia che proiettano una pellicola rimasta fuori dai grandi circuiti di distribuzione e che tuttavia ha goduto nel nostro paese di presentazioni di primo livello anche in televisione. Mi riferisco a Pride, film vincitore della Queer Palm al festival di Cannes del 2014 e lanciato in Italia nel più prestigioso tra i salotti culturali del piccolo schermo, "Che tempo che fa". Ma veniamo al film. Dopo aver letto recensioni, parlato con amici che già l'avevano visto, guardato il trailer e alcuni spezzoni, alta era l'aspettativa. E, finalmente, dopo mesi di film deludenti o soddisfacenti e basta, con Pride sono riuscito ad emozionarmi davvero.


Riassumo brevemente la vicenda, tratta, fra l'altro, da una storia vera. Siamo nella Gran Bretagna del 1984, in piena era Thatcher e in pieno sciopero dei minatori, quel lunghissimo, estenuante sciopero che fermò per mesi e mesi l'estrazione carbonifera per impedire la chiusura forzata di molte miniere voluta dalla Lady di ferro. Il clima e l'ambientazione mi hanno riportato subito ad altri film ambientati nello stesso periodo: al magico Billy Elliot, che vidi per la prima volta ai tempi delle medie, o al commovente e umoristico Brassed Off, in italiano Grazie, signora Thatcher, che ai temi sopra citati univa quello della musica bandistica come tentativo di riscatto dal desolante scenario imposto da una politica lontana dalle persone.

In Pride però, accanto al dramma dei minatori, si apre subito un altro tema: la discriminazione sessuale di gay e lesbiche nella Gran Bretagna di allora. Mentre si svolge infatti il pride di Londra del 1984 un attivista gay, Mark Ashton, propone di avviare una campagna di raccolta fondi per i minatori in sciopero, fondando l'iniziativa sull'assunto che entrambe le categorie, omosessuali e minatori, sono categorie emarginate dalla medesima società. Fra dubbi, defezioni e difficoltà, sei amici accettano infine di sostenere l'idea e nasce il comitato LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori). Si raccolgono le prime somme di denaro ma i problemi non cessano: quando infatti si tratta di devolvere il ricavato i sei trovano solo porte chiuse e cornette che sbattono. L'idea che infine sblocca la situazione è quella di contattare direttamente un piccolo paese del sud del Galles che vive di estrazione mineraria. 

Da qui inizia il bello, potremmo dire. Fra iniziale diffidenza e in certi casi aperto rifiuto, minatori da una parte e lesbiche e gay dall'altra cominciano a conoscersi e a capire che la loro è davvero una lotta contro lo stesso nemico. 



Ne risulta una storia che appassiona e commuove, che avvince e diverte, una storia di lotta comune, di amicizia, di crescita e nella quale prendono posto storie personali altrettanto commoventi e appassionanti: quella di Mark, attivista mai stracco di cambiare il mondo, quella di Joe Copper e del suo drammatico coming out in famiglia, quella di Zoe, che a lungo è, come dice lei stessa, l'unica 'L' del LGSM. Inoltre, come ho già detto, nel film si ride, a tratti a crepapelle. Complici umorismo british, stereotipi esibiti a tal punto da non apparire più tali e trovate fra le più diverse, Pride, in sé commedia drammatica, sa alternare con sapiente maestria il riso e il serio, proponendo al contempo temi e scenari che possono dire molto anche a noi. A trent'anni di distanza. Come spesso accade, riso e sorriso introducono alle più serie riflessioni. E Pride è un gioiello anche per questo.

- Si piange e si ride allo stesso tempo - abbiamo esclamato entrambi uscendo dalla sala.
Lascio a voi, amici lettori, scoprire il resto, assicurando che non ve ne pentirete.