domenica 19 febbraio 2017

Riscoprendo Marziale

In questi giorni sto ristudiando Marziale, poeta latino del I secolo d.C. Una decina di giorni fa il ministero ha divulgato le cifre delle preiscrizioni alle superiori: i licei tengono e sono anzi in crescita, anche se il perché sarebbe da indagare a fondo, possibilmente senza preconcetti e ideologie varie. Ma non è questo il mio pensiero oggi; oggi, come dicevo, la mente corre a Marziale.

Nato a Bilbilis, in Spagna, intorno al 40 d.C., nel 64 si sposta a Roma, sotto Nerone imperatore. L'Urbe, caput mundi, è il luogo più adatto per tentare la sorte e raggiungere la sospirata fama, tanto più che in quel periodo alcuni fra i massimi intellettuali sono di origine spagnola, in primis Seneca filosofo e suo nipote, il poeta Lucano.
Stringe amicizie in alto loco, ma il suo entusiasmo svanirà in breve tempo: nel 65 l'imperatore scopre una congiura e la reprime nel sangue; uno dopo l'altro muoiono amici e protettori del poeta giunto dalla Spagna per fare fortuna. Marziale si adatta così alla vita del cliens, istituzione del mondo romano che legava un uomo libero ad un patronus: il cliens era a servizio del protettore, lo omaggiava quotidianamente, lo accompagnava nella vita pubblica e sbrigava per suo conto azioni di vario tipo, ricevendo in cambio una sportula, elargizione di cibo col tempo divenuta una piccola somma di denaro.
Marziale fa questa vita fino al 98, anno in cui decide di tornare nella città natale, dove muore intorno al 104 d.C. Una vita agra quella di Marziale, raccontata in parte da lui stesso nei suoi epigrammi. 

Ed è di questi epigrammi che vorrei scrivere, anzi, di uno in particolare. Spesso si ricorda Marziale per i suoi lazzi più o meno osceni, per le sue scurrilità, talora per qualche sua sagace sententia. Complice il genere letterario che coltivò tutta la vita, l'epigramma appunto, Marziale fece della brevità, dell'arguzia, dell'ironia pungente dei marchi di fabbrica e le rese formidabili strumenti conoscitivi verso un mondo popolato da individui di ogni tipo, dai loro vizi (spesso) e dalle loro virtù (talvolta). Hominem pagina nostra sapit, la nostra pagina sa di uomo/umanità (X, 4) rivendica  in un suo componimento il poeta, che altrove rincara la dose contro coloro che disprezzano la sua poesia e citano la lascivia dei suoi carmi per screditarlo: lasciva est nobis pagina, vita proba, scabrosa è la nostra pagina, la vita però è retta (I, 4).

Sto proponendo Marziale ad una mia classe di liceo. Mi sembra piaccia: è bello vedere studenti diciannovenni col pensiero fisso all'Esame di Stato e alle loro vite ridere e sorridere di fronte a versi scritti due millenni fa, riflettere, fare paragoni. Il tutto, absit iniuria verbis, con roba che a detta di qualcuno non serve a niente! Oggi vorrei condividere l'emozione provata, amici lettori, a ritrovare dopo anni un epigramma del nostro poeta. Si tratta di un componimento funebre, argomento che nei quindici libri di epigrammi composti da Marziale è presente, seppur in parte non maggioritaria. La tematica si lega alle origini stesse del genere letterario che Marziale coltiva e tuttavia non c'è qui soltanto un topos letterario o la mera fedeltà ad un modello precostituito.

Il testo, numero 34 del V libro, è dedicato a Erotion, una piccola schiava morta in tenera età. Offro il testo latino e una mia ipotesi di traduzione.

[Epigrammi V 34]
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.

A te padre Frontone, a te madre Flaccilla, affido questa bambina, bacini miei e mio amore, affinché la piccola Erotion non si spaventi per le nere ombre e per le bocche mostruose del cane infernale. Avrebbe compiuto il sesto inverno se fosse vissuta ancora per almeno sei giorni. Che possa giocare felice tra i vecchi protettori e con bocca balbettante chiami il mio nome. Un non rigido/irto cespuglio/tumulo copra le sue tenere ossa e tu, terra, non esserle pesante: non lo fu lei con te.

Non credo ci sia bisogno di commentare: milleottocento anni prima di Edgar Lee Masters, questa piccola iscrizione ci dona uno spaccato di vita e, insieme di poesia fra le più toccanti di sempre. A voi, cari lettori, ogni altra riflessione, su Marziale, sulla poesia, sulla vita. Per me la piccola speranza che se qualcuno, sua sponte e seguendo le proprie inclinazioni, continua ad iscriversi al liceo, testi come quello proposto saranno ancora letti, studiati, amati.  Buona domenica.










domenica 29 gennaio 2017

"Il presente non basta: la lezione del latino" di Ivano Dionigi

Il presente non basta. La lezione del latino. È questo il titolo di un libro di Ivano Dionigi, ex rettore dell'Alma Mater di Bologna e insigne latinista,  uscito lo scorso settembre per Mondadori. Si tratta del terzo saggio in pochi mesi dedicato ad una lingua antica, dopo Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile di Nicola Gardini e dopo, o meglio, quasi contemporaneamente a La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco di Andrea Marcolongo.

Da insegnante e da classicista, per quanto con un percorso per certi aspetti ibrido e aperto a mille interessi, seguo sempre con attenzione il dibattito sull'insegnamento del greco e del latino: due lingue e, insieme, due culture, due visioni del mondo che la scuola italiana offre ancora, nonostante mille attacchi, ai propri cittadini in formazione. Non voglio entrare nel merito dell'eterno dibattito, che troppo spesso si riduce a domande mal poste (vedi quella sull'utilità) e prese di posizione ideologiche fondate sulla miopia o, peggio, sulla dabbenaggine; oggi voglio solo condividere con voi, amici lettori,alcune riflessioni sul primo dei tre libri citati.

Veniamo dunque al lavoro di Ivano Dionigi. È innanzitutto un libro che, come del resto fanno anche i saggi di Gardini e Marcolongo, parte dall'esperienza diretta: forte di una vita dedicata allo studio del latino, Dionigi ci guida alla sua scoperta attraverso un personale punto di vista e che tuttavia si propone di abbracciare i capisaldi dell'eredità che la lingua latina ha lasciato all'Europa. Questo legame con la memoria e con l'eredità del passato, evidente sin dal titolo, viene ribadito costantemente sin dalle prime pagine del saggio e dalle tre citazioni  - di Goethe, Eliot, Mahler - poste in esergo. Si tratta, scrive Dionigi nel Prologo, di un'eredità da conquistare dato che essa, che lo si accetti o meno, fa parte di noi ma non è data automaticamente. 

Segue un brevissimo capitolo, Tre domande, provocatorio, in cui l'autore introduce i tre punti fondamentali che si propone di dimostrare nelle pagine successive, la triplice eredità <<di cui il latino ci mette a parte: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica>>. 
Dopo un capitolo in cui Dionigi riprende l'antica (ma forse nemmeno troppo) querelle sul latino come lingua di destra o di sinistra, il saggio procede lungo gli assi delineati in precedenza. È questa la parte più bella, partecipe e viva del libro: attraverso l'esperienza di un amore vissuto nel profondo e grazie ad una profonda dottrina, Dionigi espone i tre concetti - primato della parola, centralità del tempo, nobiltà della politica - riferendosi ai grandi autori che li hanno resi immortali. Ecco spuntare allora nomi celebri, da Lucrezio a Cicerone, da Virgilio a Seneca a Orazio. Emergono aspetti noti e talora meno noti: un gusto per un giovane insegnante alla ricerca di spunti e particolari poco noti!

Sebbene rivolto alla lingua latina, il libro di Dionigi resta però sempre ben piantato nel presente, come conferma soprattutto la seconda parte del libro. Dopo un capitolo dedicato alla storia del latino come lingua europea, quindi ben oltre l'antichità, Dionigi si concentra sull'oggi, presentando alcune caratteristiche del latino valide nella società odierna, prima fra tutti la brevitas: nell'era di Twitter poche lingue come il latino possono offrire tanta concentrazione semantica in un numero tanto ridotto di parole. Il pregio di questo capitolo è, a mio avviso di focalizzare ancora una volta l'attenzione su questo aspetto del latino; più personale e meno efficace risulta l'ipotesi di legare il latino a Twitter e, più in generale, alla comunicazione odierna.
Infine, nel capitolo conclusivo, l'autore si rivolge alla scuola, proponendo una sua "ricetta" per l'insegnamento del latino. La tesi centrale del capitolo è che il latino, come tutti i saperi umanistici, non può e non deve essere contrapposto alle discipline scientifiche: una scuola all'insegna dell'et et, non dell'aut aut è quella che propone Dionigi. Tesi coraggiosa, che pone questioni profonde di riorganizzazione dell'insegnamento ma anche precise scelte politiche, legate all'idea di scuola del futuro. Scrive infatti Dionigi che la scuola del domani sarà possibile <<con provvedimenti seri e investimenti veri: dilatando gli orari scolastici, abolendo i compiti a casa, pagando adeguatamente gli insegnanti>>. Queste belle parole saranno recepite da qualcuno de quei de sora, come si dice dalle mie parti? Ai posteri l'ardua sentenza...

Un ultimo appunto sullo stile: libro molto utile e nel complesso ben scritto per giovani insegnanti o comunque per persone con una buona cultura classica, lo è meno per gli studenti e per i neofiti allo studio del latino, a causa di certe parti più tecniche, di una certa concentrazione di contenuti e dei numerosi riferimenti a testi ed autori non sempre noti a chi non è del mestiere. 




domenica 20 novembre 2016

"Denial": quando la verità dev’essere dimostrata con la parola

Grazie al post di un amico su facebook, qualche giorno fa sono venuto a conoscenza di un film in questi giorni nelle sale italiane, invero non molto pubblicizzato. S’intitola “Denial”, reso in italiano con “La verità negata” e racconta la storia vera della professoressa Deborah E. Lipstadt, storica statunitense, la quale, negli anni Novanta del secolo scorso, dovette affrontare un processo per diffamazione intentatole da David Irving, “padre” del negazionismo.

Interessato come sono alle tematiche inerenti al Novecento, dopo aver guardato il trailer, visto il cast notevole e letto qualche recensione molto positiva, ho trovato un cinema – l’unico in provincia – in cui il film fosse presente. Ieri sera, quindi, mi sono regalato una serata davanti al grande schermo, la prima dopo mesi di forzato digiuno cinematografico.


Nel clima “da Cinema Paradiso” che sempre mi avvolge all’“Odeon” di Vicenza (così svelo anche dove avviene la proiezione, se qualcuno fosse interessato), mi sono gustato una pellicola da subito coinvolgente. Grazie alla bravura dell’attrice protagonista, Rachel Weisz, e di grandi attori quali Tom Wilkinson, nei panni dell’avvocato Richard Rempton, e di Timothy Spall in quelli di David Irving, grazie ad una buona regia ma, soprattutto, ad un’ottima sceneggiatura (firmata da David Hare), il film scorre trascinando lo spettatore nel vortice della storia.

La protagonista, americana, viene citata in giudizio in un tribunale inglese e da subito deve fare i conti con le regole delle corti britanniche. Carattere forte <<spirto guerrier>>, coinvolta particolarmente anche perché ebrea, accetta a stento le regole di una cultura, forense e non solo, diversa e si trova nella situazione paradossale di dover dimostrare che la Shoah sia veramente avvenuta. Spesso in tensione col gruppo di avvocati che la assistono sulle modalità di conduzione del processo – dovrà ad esempio accettare di non far comparire testimoni diretti – alla fine riesce a vincere la causa ma non senza colpi di scena e momenti critici.

Dall’altra parte del banco di tribunale siede David Irving, impersonato da un bravissimo Timothy Spall, che avevo molto apprezzato, qualche tempo fa, nel film “Turner”, dedicato al grande pittore inglese. Spall è davvero in gamba nel rendere il personaggio dello storico dilettante negazionista, razzista e vicino all’estrema destra che decide di difendersi da solo in tribunale.
Suo grande avversario è l’avvocato Rampton, impersonato da un altrettanto bravo Tom Wilkinson, un legale scrupoloso e vòlto fino in fondo a dimostrare con prove e nei minimi dettagli la verità di fronte al giudice. Intensa in tal senso è la parte del film in cui Rampton si reca ad Auschwitz assieme a Deborah Lipstadt e raccoglie minuziosamente, come in ogni scena del crimine, ogni dato che possa aiutarlo a provare la verità in tribunale, anche suscitando in un primo momento la protesta della storica, che lo accusa di scarsa umanità.

Altro aspetto notevole, come accennato all’inizio, è la sceneggiatura: i dialoghi, molto ben costruiti, sono un emblema della potenza duplice della parola: la parola volgare ma ammaliatrice di Irving, quella retta ma impetuosa della professoressa Lipstadt, quella misurata e ponderata di Rampton. La parola è dunque un’altra vera protagonista della pellicola: la parola usata in un tribunale per dimostrare ciò che dovrebbe essere certo ma che, a causa di un’altra parola, malevola e subdola, può essere messo in discussione; la parola di fronte alla storia; la parola di fronte al silenzio dei “sommersi”, di coloro che, come ha scritto Primo Levi, sarebbero i veri testimoni da ascoltare. Emblematiche in tal senso sono le scene in cui la professoressa Lipstadt si trova a dialogare con una sopravvissuta; in esse riaffiora il drammatico tema leviano della delega di testimonianza che i “sommersi” affidano e silentio ai “salvati”.

Insomma, “La verità negata” è un film che affronta tematiche inerenti alla Shoah con il ritmo del film drammatico di ambientazione giudiziaria ma, come ha scritto Anna Maria Pasetti (qui la recensione), le innalza ad un livello simbolico. In un mondo in cui la parola è spesso vituperata, asservita, plagiata, in cui, complice la scarsa memoria di molti, trionfa il discorso becero, il malevolo, il furbo, il volgare, “La verità negata” ci riporta all’importanza della parola onesta e retta quale strumento di conoscenza del reale, di giudizio sul passato e di scommessa per il futuro.

sabato 3 settembre 2016

Rumando d'estate... un ritrovamento straordinario

L'etimologia dell'aggettivo 'straordinario' affonda le radici nel latino. Letteralmente esso significa fuori (extra) dall'ordinario. Meno noto è invece il significato del verbo 'rumare', termine attestato nella prima metà del XIV secolo ed oggi ridotto a regionalismo: il suo significato proviene dal latino tardo 'rumare', a sua volta derivato da 'ruma', cioè gola o esofago (per estensione, quindi, anche stomaco): insomma, lavorare di stomaco, quindi rimescolare. Per una rapida conferma ecco due fonti affidabili consultabili con due semplici clic: primo clic; secondo clic

Per me il verbo 'rumare' è associato alla grande passione che nutro per i libri, non solo per quanto in essi contenuto ma anche per l'oggetto libro in sé. Rumare è per me la caccia a libri appartenuti ad altri presso mercatini o negozi dell'usato. Un libro, specie se di una certa età, porta infatti con sé una storia. Che sia appartenuto ad una sola persona o che sia passato di mano in mano, magari recando i segni dei proprietari, un libro racconta non solo attraverso il testo che contiene ma anche attraverso la sua stessa materialità. Intonso o gualcito, con le pagine bianche o ingiallite, con la copertina in buono stato o consunta, col dorso compatto o segnato di rughe, odoroso di polvere, di soffitta o di cantina, un libro segna un piccolo cammino di civiltà, un frammento di vita che ha abbracciato persone in momenti diversi, mettendo in comunicazione chi ha scritto con chi, in vari momenti, legge. Una catena che può fermarsi a poche persone o, come accennavo, può proseguire se il libro passa di mano in mano. Forse anche per questo, oltre che per l'emozione del ritrovamento, mi piace rumare, per sentirmi parte di un cammino che potrebbe risalire idealmente ai primi segni scritti tracciati dall'uomo. E a volte, rumando fra i libri, si possono avere sorprese inaspettate.

Circa un mese fa ho recuperato in un mercatino che frequento abbastanza spesso un libro che mi aveva subito incuriosito: legatura elegante di fine Ottocento - inizio Novecento, lettere dorate sul dorso, edizione di pregio con carta di buona qualità. Il libro, uno Zanichelli del 1902, raccoglieva gli scritti polemici di Giosuè Carducci: Confessioni e battaglie il titolo. Il volume era in buone condizioni; unici danni alcuni strappi sulla copertina, forse causati da nastro adesivo.
Vista l'edizione e visto il prezzo assai modesto che si richiedeva non ho esistato ad acquistarlo. 

Una volta a casa ho avuto la sorpresa: nella fretta non avevo esaminato la seconda di copertina. Ho sgranato gli occhi stupito: al centro c'era un disegno che raffigurava quattro volti racchiusi in ovali uniti da rami. Nel quinto ovale, al centro, campeggiava un nome: Robert Saitschick. Un ex libris d'autore! Lo stile del disegno mi ricordava l'Art Nouveau di primo Novecento mentre nulla mi diceva il nome del precedente proprietario. 

C'è voluto poco per scoprire chi fosse, l'era internet dopotutto ha i suoi vantaggi. Digito perciò sulla tastiera il nome misterioso e mi si apre, fra le altre, una pagina di wikipedia. La potete trovare cliccando qui.

Robert Saitschick, nacque a Mscislaŭ, cittadina oggi bielorussa ma nell'Ottocento parte dell'Impero degli zar, nel 1868 e morì quasi centenario a Horgen, in Svizzera, nel 1965. Frequentò il ginnasio, ebbe grane col governo russo perché vicino ad un circolo rivoluzionario, fuggì a Vienna dove studiò letteratura. Laureatosi, nel 1894 divenne professore di Letteratura comparata presso l'Università di Neuchâtel. Dal 1895 al 1914 insegnò presso l'Istituto Federale Svizzero di Tecnologia di Zurigo. Dal 1914 al 1925 fu professore presso l'Università di Colonia. Si dedicò anche alla scrittura, divenendo autore prolifico: alcuni suoi libri si possono trovare ancor oggi sul mercato. Non ho invece trovato fotografie che lo ritraggano. 

Non so descrivere l'emozione provata una volta apprese queste informazioni. Un libro mi metteva improvvisamente in contatto con uno scrittore di inizio Novecento! Inoltre domande sorgevano spontanee: come aveva fatto quel libro a raggiungere le lande vicentine? Per quali altre mani era passato? Cosa aveva visto? Perchè fu acquistato? Influenzò l'autore in qualche modo? Qual era il suo pensiero? 
Confrontando le date della biografia con quella di pubblicazione del libro, deduco che probabilmente, quando il volume fu acquistato, la vita di Saitschick doveva avere raggiunto una certa stabilità: di sicuro già insegnava. Ma c'è di più. L'ex libris aveva a sua volta una "firma". Proseguendo la mia ricerca in internet, ho infatti trovato l'immagine associata ad un nome in questa pagina del Museum of Applied Arts di Budapest.

Hugo Höppener "Fidus"
Esso è opera di Hugo Höppener detto Fidus (1868-1948), pittore e illustratore simbolista, coetaneo di Saitschick e oggi quasi dimenticato. Visse in Germania, condividendone la tragica storia, aderendo fra l'altro nel 1932 al partito nazista ma senza ottenerne il supporto sperato. Morto dimenticato, è stato in parte riscoperto negli anni Sessanta. Ecco qui la pagina di wikipedia su di lui. Consiglio anche, per saperne di più, questa pagina e questa.
Secondo la pagina inglese di wikipedia, Höppener nei primi anni del Novecento <<was one of the best known painters in Germany, and had come under the influence of writers such as Arthur Moeller van den Bruck, Heinrich and Julius Hart>>. Altri scrittori, dunque. Scrittori amici o conoscenti di Saitschick? Condividevano interessi o ideali artistici?

Domande, ancora domande. E dietro le domande, ecco affiorare  un secolo e mezzo di Storia; assieme ad essa, le storie: personaggi, sentimenti, azioni, scelte, vite. Non è straordinario (cf. l'incipit di questo testo) che tutto ciò sia possibile a partire da un oggetto di carta dimenticato sopra una mensola polverosa? Forse che sì, forse che no. Dopotutto, come dice la protagonista di un mio libro per ragazzi, basta un tocco del dito perché la polvere che copre il passato scompaia ed esso torni a rivivere.



domenica 31 luglio 2016

"Il giorno del giudizio" di Salvatore Satta: un esempio grande letteratura

Don Sebastiano Sanna Carboni, alle nove in punto, come tutte le sere, spinse indietro la poltrona, piegò accuratamente il giornale che aveva letto fino all'ultima riga, riassettò le piccole cose sulla scrivania, e si apprestò a scendere al piano terreno, nella modesta stanza che era da pranzo, di soggiorno, di studio per la nidiata dei figli, ed era l'unica viva nella grande casa, anche perché l'unica riscaldata da un vecchio caminetto...
 
Da tempo non mi capitava di leggere un romanzo di ampio respiro, un testo di grande letteratura. L'esperienza è finalmente avvenuta con Il giorno del giudizio di Salvatore Satta, libro di cui ho riportato l'incipit e del quale, ad essere sincero, fino a pochi mesi fa mai avevo sentito parlare. L'ho scoperto grazie alla splendida trasmissione di Radio 3 "Ad alta voce", in una suggestiva interpretazione di Toni Servillo che potete ascoltare cliccando qui

Salvatore Satta
Vale la pena scrivere due parole sull'autore. Giurista insigne, autore fra l'altro di un monumentale Commentario al Codice di Procedura Civile, Salvatore Satta nacque a Nuoro nel 1902 e morì a Roma nel 1975. In vita non pubblicò mai nessuno scritto di carattere letterario. Il giorno del giudizio, scritto a partire dal 1970, fu ritrovato dai famigliari di Satta e pubblicato nel 1977 dalla Casa Editrice Cedam. Passato inizialmente sotto silenzio, fu ripubblicato due anni dopo da Adelphi, conoscendo da allora un successo straordinario.

Il romanzo, fortemente autobiografico, è un viaggio nella memoria della Nuoro di fine Ottocento - inizio Novecento, la cittadina sarda in cui, come detto, l'autore nacque e dove trascorse la propria infanzia. Tuttavia l'autobiografia non può esaurire da sola il racconto, ne è certo la linfa e la radice ma c'è dell'altro: Il giorno del giudizio è un ritorno al mito, ad un mondo ancestrale segnato da regole proprie e scandito da un tempo che pare dilatarsi come la stessa narrazione, la quale procede vorticosa, per nuclei che si richiamano l'uno con l'altro. Non è un caso che il primo riferimento temporale preciso arrivi parecchio avanti, facendo irrompere con violenza nella piccola Nuoro il mondo di fuori: si tratta dell'assassinio di Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, l'anno della catastrofe europea.

La vicenda, che prende le mosse dal racconto della vita del notaio Don Sebastiano Sanna Carboni e della sua famiglia, si dilata progressivamente abbracciando la vita di decine di personaggi che, come rivela la voce narrante, ormai sono tutti uno a fianco all'altro, dimenticati nel cimitero della cittadina.

Il parallelo con l'Antologia di Spoon River viene spontaneo e in effetti molti commentatori del libro affiancano l'opera di satta a quella di Lee Masters. Tuttavia ciò che a mio avviso differenzia il romanzo dalla raccolta poetica è l'atteggiamento di fondo: lo sguardo che traspare dalla voce narrante nel Giorno del giudizio è pervaso da un senso di fine, di oblio, di morte che attraversa i personaggi anche quando sono apparentemente nel pieno della vita. Dal notaio Don Sebastiano agli avventori del caffè Tettamanzi, dai preti della cittadina, presi dalle beghe e dagli interessi, all'infelice Gonaria che vive solo per vedere il fratello nominato canonico, da Donna Vincenza, divorata dall'odio nei confronti del marito Don Sebastiano, al povero Pietro Catte, i personaggi del romanzo di Satta sono pervasi dal senso della fine, persi in un tempo mitico e circondati da un nulla che spesso si fa assordante ma al quale, per il fatto stesso di essere esistiti, non si può nemmeno prender parte completamente. Di qui il significato profondo che sta dietro al titolo e la dicitura di <<capolavoro della solitudine>> data all'opera da George Steiner.

In tutto ciò la scrittura sembra non avere, nelle intenzione del narratore, alcun potere salvifico. Così infatti comincia il capitolo V: <<Scrivo queste pagine che nessuno leggerà, perché spero di avere tanta lucidità da distruggerle prima della mia morte, nella loggetta della casa che mi sono costruito nei lunghi anni della mia laboriosa esistenza>>. Eppure l'autore Satta, dietro il nichilismo della voce narrante, scrive, rievoca, e lo fa con sofferenza, nonostante la sofferenza, scavando, riesumando un mondo ormai morto dal quale è partito ancora giovinetto ma che ha serbato dentro di sé.

Non voglio dilungarmi oltre. Concludo con due parole sulla scrittura: siamo di fronte ad un grande narratore, che sa mettere in campo uno stile denso, partecipato, a tratti addirittura visionario, uno stile che dipinge con tratti memorabili i personaggi e smuove ed emoziona il lettore fino a scuoterlo, che è stile nel senso vero.
Di fronte al piattume che spesso connota tanta scrittura odierna, Il giorno del giudizio è un libro dal sapore forte, da gustare fino in fondo come un cibo raro ormai scomparso.

sabato 30 luglio 2016

Collaborazione con vicenzaingreen.it

Cari amici lettori,
una brevissima comunicazione per mettervi al corrente che ho iniziato a collaborare alla pagina vicenzaingreen.it, un sito che punta a promuovere ecologia e sostenibilità nel territorio vicentino. I miei interventi dovrebbero avere cadenza mensile e riguardare argomenti storici, culturali, letterari e di riflessione. 
Al link che segue trovate il primo articolo, uscito qualche giorno fa: http://vicenzaingreen.it/veneto-terra-corre-pace-non-trova/.
Buona lettura e a presto!


domenica 10 luglio 2016

La vita di Mario Rigoni Stern: una biografia che si legge come un romanzo

Ho terminato ormai da qualche settimana la lettura di Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri, biografia del "Vecio dell'altipiano" scritta da Giuseppe Mendicino. L'autore, studioso per passione e non per professione, grande conoscitore dello scrittore asiaghese, aveva già curato due raccolte di scritti di Rigoni Stern: Dentro la memoria. Scritti dall'Altipiano (Editoriale Domus, 2007, allegato alla rivista "Meridiani Montagne") e Il coraggio di dire non. Conversazioni e interviste 1963-2007 (Einaudi, 2013).

Avevo acquistato il volume il 12 giugno scorso ad Asiago, di ritorno dalla splendida passeggiata fra memoria e letteratura in compagnia di Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu (di cui ho scritto qui). Una settimana dopo ho avuto l'onore di incontrare di persona Mendicino, nel corso di una suggestiva presentazione organizzata dalla Libreria Liberalibro di Valdagno.

Mario Rigoni Sern nel celebre ritratto di Adriano Tomba
L'incontro e una veloce ma intensa chiacchierata con l'autore mi hanno acceso ancor più il desiderio di leggere il libro. Ho dovuto attendere però ancora qualche giorno, a causa delle incombenze legate agli esami di terza media. Conclusi gli esami, licenziati i miei ragazzi, non ho avuto più impedimenti e in pochi giorni ho percorso le 345 pagine sulla vita dello scrittore. Lo confesso: ero pieno di curiosità e carico di aspettative. Chi mi conosce sa quanto ami i libri di Rigoni Stern e quanto l'abbia seguito nei suoi ultimi anni. A lui devo molto, come scrittore ma anche come uomo.

La copertina del libro
Il lavoro di Mendicino non ha deluso le aspettative. Da ottimo conoscitore dei testi e da amico ed estimatore di Rigoni, che frequentò fino a pochi mesi prima della scomparsa, nel giugno 2008, Mendicino, che ha lavorato per sette anni all'opera, ha compiuto un lavoro meticoloso e preciso; accanto a ciò spiccano l'umanità con cui l'autore si è dedicato alla scrittura e il profondo affetto per lo scrittore. Quest'ultimo aspetto dà, a mio avviso, un sapore particolare al libro: non un arido saggio accademico ma un libro vivo, preciso nelle ricostruzioni, basato in buona parte sugli scritti dell'autore oltre che sulle informazioni reperite consultando la famiglia e i documenti, ma anche, ripeto, profondamente umano, profondamente vivo.

Altro aspetto che mi ha colpito è la tensione etica che traspare nelle pagine di Mendicino, una tensione frutto di quello stesso afflato che sosteneva la vita e la scrittura di Rigoni Stern. Di lui si legge a tal proposito nell'Introduzione: <<Lo indignavano le ingiustizie e le prepotenze verso i deboli e verso la natura, aveva un codice di valori solido e coerente, che lo guidava nella vita di tutti i giorni come nella scrittura. 
Anche quando le sue storie rievocano vite e luoghi portati via dal tempo, la tensione etica che le attraversa le rende attuali, perché guerre, distruzione dell'ambiente e ingiustizie non sono regredite rispetto al secolo passato. La nitidezza della sua scrittura e la narrazione dei fatti come davvero avvenuti sono un piccolo viatico di civiltà contro retorica e superficialità, oltre a essere una piacevole compagnia>>. Non serve aggiungere altro; qui c'è tutto Mario Rigoni Stern.

Rigoni Stern con Giuseppe Mendicino
Fra i capitoli per me più appassionanti del libro figurano il secondo, dedicato alla scuola militare di alpinismo di Aosta (1938-39), il terzo, che narra delle campagne di Francia e Grecia (1940-41) il quarto e il quinto, relativi alla campagna di Russia (1941-43) e alla tristemente nota ritirata. Altrettanto interessante il capitolo nono, dedicato alle grandi amicizie di Rigoni Stern: con Elio Vittorini, coi compagni di guerra e di prigionia, con Nuto Revelli e, soprattutto, con Primo Levi.

Il libro si distingue per una scrittura piana e scorrevole, caratteristiche che ricordano lo stile stesso di Rigoni Stern, e per un ricco apparato fotografico. Insomma, una lettura che non può mancare per gli estimatori del "Vecio". A ormai otto anni dalla scomparsa di Rigoni, il libro di Mendicino restituisce con sapienza una figura unica della nostra terra, grande scrittore e grande uomo, in una biografia che si legge col gusto di un romanzo.