domenica 12 ottobre 2014

Tra boschi, sentieri e memorie destinate all'oblio

Mercoledì scorso era una giornata grigia di inizio autunno, mite la temperatura ma cupo il cielo. Complice la foto postata da un amico riguardante una contrada del mio paesello che sarà presto interessata dal passaggio della tanto vagheggiata (per alcuni) autostrada pedemontana, ho deciso di tornare a percorrere un sentiero antico, una delle vie che un tempo conducevano a Santurbàn dalla Valle dell'Agno e passando attraverso la Valbona. Questo il nome della contrada, Valbona, la valle buona, toponimo attestato sin dal 1206, in un documento riguardante l'allora titolare della Chiesa di Vicenza, Uberto. Ne parlai in un mio racconto apparso sul sito Iborderline e intitolato Una sera di giugno
Cose che possono interessare solo a chi ha la pazienza di ascoltare le antiche storie e, magari, di percorrere i sentieri che ancora lambiscono i fianchi del colle. Certo, non "robe da politicanti". Perdonate la licenza, ma ogni testo esige stile confacente ai contenuti. E oggi, come mercoledì scorso, l'ironia cede il passo al silenzio cupo e malinconico di chi ricorda il passato senza poter far nulla per il presente...

Uscito di casa con questo pensiero, sono salito sulla vetta occidentale del monte Costi e ho imboccato poi il sentiero che, unendosi alla carrareccia che parte dal camposanto, scende verso il bosco e la valle. Prima di scendere ho osservato la vallata dell'Agno, valle verde un tempo, grigioverde oggi, dopo l'epoca del progresso. Versi celebri s'insinuavano tra i pensieri rendendo ancor più forte, vivida l'osservazione. Il verde sembra davvero dare fastidio a questa nostra civiltà. Luigi Meneghello, Congedo: <<Intorno si vede sorgere / un mondo di cose nuove,/ questa roba si spazza via / trionfa un rigoglio / banale e potente>>. Questa roba si spazza via...

Abbassatomi di poche decine di metri, trovo l'imbocco del sentiero. Il bosco è vecchio, avrebbe bisogno di essere tagliato, accompagnato. Ma a chi interessa? Mi avvio e penso a Dante, alla discesa assieme a Virgilio tra i gironi infernali e, ancor più, all'inizio della Commedia che, imparato da bambino, torna a volte a visitarmi:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Citazione  impropria, me ne rendo conto, ma spontanea. Intorno, il bosco si va vestendo dei colori autunnali, l'aria è rarefatta, pochi i rumori. Il rombo dei motori, ben percepibile dai prati più alti, rimane fuori, sulla porta. Proseguo attraverso il sentiero, piuttosto ripido in questo punto. Giungo al costone dei castagni, e mi commuovo. Dopo due anni di pena, dovuti a un parassita giunto dall'estremo oriente, i castagni hanno ripreso a fiorire e quest'anno hanno prodotto frutto. Una speranza che un sole timido, spuntato per pochi istanti, sembra corroborare.

Riprendo il cammino svoltando a sinistra e procedendo verso la pianura. Il terreno è umido e devo fare attenzione se non voglio scivolare. Terra umida, *Brunno in antico germanico, da cui, probabilmente, Bruna, altro nome di questa valle, tramandato oralmente come un antico poema finché un caro amico,  esperto di toponomastica, non l'ha registrato in un suo libro (cfr. Luciano Chilese, Toponomastica di Montecchio Maggiore, Francisci Editore, Abano Terme 1988, p. 304). Ma ecco ormai che il bosco si apre. Con le prime case compaiono i segni degli imminenti lavori  per l'autostrada che qui passerà.

Lo sconforto mi prende. Altri versi, quelli di un Franco Fortini disilluso e stanco, subentrano ai precedenti:

Non posso giovare, non posso parlare, 
non posso partire per cielo o per mare...

Eccolo il progresso, in quei cumuli di terra allineati come un agmen, un'armata in marcia. Scendo ancora, incontro le case della contrada e scambio qualche parola con una paesana: parole semplici ma che fanno bene come una tazza di tè in una sera d'inverno. La saluto e proseguo. Sulla sinistra della strada, la vecchia casa e la stalla del "Barba" stanno cedendo al tempo e all'abbandono.


Percorro la strada che scende fino a congiungersi con la provinciale. A poche decine di metri da me auto e camion sfrecciano in velocità. Arrivo all'antica fontana della contrada e mi rattristo non poco al vedere le condizioni in cui è tenuta. Quasi non si vede, soffocata da erbacce e rovi. E pensare che nello stesso libro che ho citato sopra si parla della leggenda legata a questa fontana, leggenda secondo la quale, guardando nell'acqua, apparirebbe sul fondo la città scomparsa... Rovi ed erbacce sembrano una metafora, l'ennesima, di quanto avviene anche per il bosco e per tutto il resto. Dai versi di Fortini il pensiero salta a quelli di Bertolt Brecht, in particolare al coro finale dell'Opera da tre soldi

Meditate la tenebra e l'inverno 
di questa valle percossa dal pianto.

Proseguo per qualche altra decina di metri, supero il piccolo monumento ai partigiani. In questo luogo il 26 aprile 1945 due giovani, di cui uno del mio paese, persero la vita in un'azione contro i tedeschi. Leggo la lapide; mi colpisce l'invito finale: <<Passante inchinati e prega>>. Memorie recenti si intrecciano al passato più antico. In una stele greca o romana non avrei trovato parole troppo diverse. Eppure, tutto passa e va. Cose non fatte per l'era della velocità che tutto lascia inghiottire dal Lete, il fiume che nel mito sancisce la dimenticanza e l'oblio.
Proseguo ancora un po', fintanto che il rumore della provinciale non diventa troppo forte. Poi inverto la marcia, torno sui miei passi. Accanto alla stradina di contrada brilla il futuro che attende questi luoghi. Mi fa sorridere amaro il gesto di alcuni che vivono oltre la provinciale, i quali hanno esposto davanti alle loro case il vessillo di San Marco, moderna, farsesca rivisitazione di un mito che negli ultimi anni dalle mie parti ha intercettato senza troppa fatica il malcontento e la rabbia di una certa parte del leghismo. Sorrido amaro pensando alla distanza che separerà quelle bandiere dalla colata di asfalto e cemento ormai imminente. E scuoto la testa.

Ritrovo il monumento con la sua piccola stele, poi le case della contrada, l'imbocco del sentiero, il bosco. Un'ultima citazione dalla letteratura mi ritorna mentre fatico per risalire il sentiero. Nel capitolo 30 dell'Agricola, lo storico romano Tacito dà voce al capo dei Caledoni, Calgaco. Siamo nella Britannia di fine I secolo d.C.: i Romani, guidati da Agricola, stanno sottomettendo l'isola e le sue popolazioni. Nell'imminenza della battaglia decisiva, il Calgaco tacitiano esorta i suoi con parole rimaste scolpite nella storia e, descrivendo i Romani, termina così:


«Raptores orbis, postquam cuncta vastantibus defuere terrae, mare scrutantur; si locuples hostis est, avari, si pauper, ambitiosi, quos non Oriens, non Occidens satiaverit; soli omnium opes atque inopiam pari adfectu concupiscunt. Auferre, trucidare, rapere falsis nominibus imperium, atque ubi solitudinem faciunt, pacem appellant». 
Rapinatori del mondo, dopo aver devastato ogni cosa, non essendoci più terre, frugano il mare; se il nemico è ricco sono avidi, se è povero, pieni d'ambizione, essi, che né l'Oriente né l'Occidente potrebbero mai saziare, gli unici che bramano con pari veemenza di avere ricchezze e miseria. Rubare, massacrare, rapinare, con falso nome lo chiamano impero e là dove fanno il deserto la chiamano pace (traduzione mia). 

Scuoto la testa un'ultima volta. Solo pensieri i mei, in fondo. E me ne torno verso casa.



domenica 28 settembre 2014

Quando la scuola ricomincia: un paio di riflessioni da chi ha iniziato (per la prima volta) "dall'altra parte"

- Perché non hai più scritto nel blog?
La domanda, rivoltami da un caro amico e lettore qualche giorno fa, mi ha lasciato interdetto. Non ho saputo rispondere subito. L'avessi fatto, avrei dovuto confessare la verità, che cioè, almeno in quel momento, non ricordavo proprio di avere un blog. Demenza senile incipiente? No, spero, solo una serie piuttosto fitta di impegni accumulatisi in questo inizio autunno. Furbescamente ho portato altrove la conversazione, introducendo con noncuranza un altro argomento.
- Sai, ho dichiarato, - mi hanno chiamato in una scuola e sono stato molto occupato.
L'amico ha sgranato gli occhi, visibilmente sorpreso. È rimasto poi immobile per alcuni secondi. Per rompere l'imbarazzante silenzio ho ripetuto la mia dichiarazione, scusandomi per non averlo avvisato prima. In effetti, pensavo tra me, sono davvero poche le persone che ho avvisato. Era vero. 
Dunque eccomi qui, a fare ammenda e a condividere alcune riflessioni maturate in questi primi giorni di un'esperienza del tutto nuova. Da scolaro al rovescio, potremmo dire, o da docente-discente. Un conto è, infatti, incontrare classi per qualche ora come già da qualche tempo sono solito fare, parlando di libri, letteratura, storia e attualità, un po' facendo il serio e un po' il paiasso; ben altra cosa è trascorrere con i giovani discenti ore su ore e giorni su giorni. Un'esperienza che ti cambia, se non altro nell'organizzazione delle giornate...

Tralasciando il resto, due sono le riflessioni che più di frequente mi sono trovato a fare in questi giorni "da prof.": l'una riguarda la responsabilità e la fatica dell'esser docente, l'altra la preparazione, l'"addestramento", se volessimo utilizzare un termine attinto dalle cose militari, fornito all'aspirante docente dall'organizzazione scolastica che dovrebbe formarlo. Dovrebbe, appunto. Ora, non scrivo certo per sollevare polemiche, l'Università è l'Università e su certe cose non si può, o non conviene (non licet dicevano un tempo), sindacare. Accenno soltanto al fatto che almeno un poco, un pochettino di disagio si prova a salire in cattedra la prima volta. Si ricordano allora certe lezioni seguite dagli spartani banchi del Liviano e ci si domanda come tradurre (ché di traduzione in fondo si tratta) una lezione sulle forme brevi nella poesia latina ai giovinetti che ci si trovano di fronte. Insomma, anche mettendocela tutta, dopo qualche ora si arriva a domandarsi cosa la beata vita universitaria abbia lasciato in noi. Fortunatamente, un po' riconsiderando la nostra semenza, un po' riconoscendo che, in fondo, questo è proprio quel mondo onde cotanto ragionammo un tempo, un equilibrio si finisce per trovarlo. Il dubbio non ti lascia, ma si tacita più o meno dolcemente soffocato.
La seconda considerazione che vorrei condividere riguarda, dicevo, la responsabilità del docente, una responsabilità davvero enorme se commisurata alle forze e all'età in cui uno può cominciare a far parte della categoria (anche se lassù da tempo stanno facendo di tutto per ovviare a questo problema). E se al pensiero di essa tremano vene, polsi e polsini, a bilanciarla contribuisce, oltre alla passione per un lavoro che si rivela da subito incredibilmente affascinante e stimolante, la consapevolezza che non si è comunque mai arrivati. Allora sì torna buono qualche passo letto all'Università, e anche il buon predicatore e meno buon razzolatore Seneca (per nominarne uno tra tanti) può ancora insegnare qualcosa. 

- Sarai contento! - ha esclamato l'amico riprendendo a parlare.
- Sì - ho risposto, - sono contento. Soprattutto sono stato fortunato, molto fortunato. In attesa del sospirato decreto che dovrebbe indire ufficialmente la prova scritta del Tirocinio Formativo Attivo, natural burella attraverso cui ogni aspirante docente deve passare se intende sperare un futuro nella scuola, non posso che riconoscerlo. L'amico si è mostrato contento.
- Un po' di fortuna ci vuole nella vita.
Ho annuito. E ci siamo salutati. 

domenica 7 settembre 2014

Iniziative storico-culturali organizzate dall'Anpi di Montecchio Maggiore

Cari amici lettori,
dedico il post odierno alla promozione di una serie di iniziative di carattere storico-culturale e civile che la sezione della mia città dell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia ha organizzato per commemorare e ricostruire storicamente alcuni importanti avvenimenti della Guerra di Liberazione avvenuti in territorio vicentino tra l'estate e l'autunno 1944. 
Ecco gli eventi previsti:

- giovedì 18 settembre 
ore 20.30, presso la sala "Murialdo" dell' Istituto P.P. Giuseppini (sotto la nuova chiesa, Via Murialdo, Montecchio M.): conferenza storica "Montecchio Maggiore, 23 luglio 1944: il disarmo della Marina. Il piano, i protagonisti, le conseguenze" - relatore Giorgio Fin, vice presidente prov.le Anpi e storico della Resistenza - ingresso libero;

- domenica 21 settembre
Pellegrinaggio civile sui luoghi del rastrellamento di Piana e Selva di Trissino del 9 settembre 1944. Ritrovo ore 08.30 presso il cimitero di Quargnenta;

- giovedì 25 settembre
ore 20.30, presso la Sala Civica "Corte delle filande": conferenza storica "Il rastrellamento di Piana di Valdagno e Selva di Trissino del 9 settembre 1944 e il contributo di sangue dei montecchiani" - relatore prof. Maurizio Dal Lago, storico della Resistenza - ingresso libero;

- domenica 28 settembre
ore 10.00, presso la chiesetta di S. Reparata a Vigo di Sovizzo, commemorazione dei partigiani Gelsomino Camerra "Diavolo", Danilo Ceretta "Anibo" e Ottorino Zotta "Romeo-Tevere" caduti il 30 settembre 1944.


domenica 31 agosto 2014

Ritorno in libreria: tra novità poco entusiasmanti e un colpo di fortuna

Ieri, dopo qualche tempo, sono tornato a fare un salto in libreria. Mi trovavo con Paola Valente, carissima amica con cui condivido la passione delle scorribande alla ricerca di nuovi libri. A dire il vero, da un po' di tempo a recarsi in libreria rimaniamo delusi. La ricerca si rivela infruttuosa, le aspirazioni vengono puntualmente deluse: poco o nulla che veramente meriti, molto che non supera la nostra veloce ma accurata analisi. Non è difficile, e la stilcritica ci soccorre: preso il libro si scorrono rapidamente titolo e autore, di questo si legge la presentazione (e qui si potrebbero aprire ulteriori interessanti analisi dato che le informazioni biografiche sono spesso scritte dall'autore medesimo); si passa quindi ad una rapida lettura della sinossi offerta in quarta di copertina o nei risvolti. Infine, dopo un respiro profondo, ci si tuffa tra le pagine operando alcuni mirati carotaggi all'interno del testo. 
Ieri eravamo speranzosi. Siamo alla fine dell'estate, gli editori piccoli e grandi lanciano novità e autori esordienti, magari, dopo una stagione davvero deludente (non solo dal punto di vista climatico), spunta un capolavoro tra gli scaffali. Così ci eravamo detti prima di partire.
Come potete immaginare, i risultati di ieri non sono stati entusiasmanti. Lasciando stare le scritture e gli stili, almeno per quegli autori che si sforzano di curarli, mi ha colpito la ridondanza degli argomenti, delle trame, delle ambientazioni e dei personaggi. Gli esordienti in particolare sembrano voler sparare i loro colpi all'insegna della corporeità: su quattro romanzi presi in mano, tre annunciano storie di corpi o in cui il corpo costituisce chiave fondamentale per intendere la realtà.
- Alla faccia della novità - ci diciamo con un mezzo sorriso.
Dopo i primi minuti la nostra speranza si affievolisce: prendiamo in mano il libro vincitore di un premio importante per inediti e ci domandiamo come si possa riuscire ad andare oltre la prima frase. Invettiva viscerale e drammatica contro il nostro tempo, lo definisce la presentazione. 
- Oh Signore - esclamo spontaneo.
Paola mi viene in aiuto completando la citazione:
- ... Era il nome di mio padre - sorride, ricordando la battuta. 
Ci mettiamo a ridere entrambi al pensiero di quel piccolo capolavoro d'ironia e parodia cinematografica che è Invito a cena con delitto. Uscendo dalla libreria troviamo un'altra occasione di ridere.
- Guarda - esclama Paola, - ne hanno pubblicato un altro!
Punto lo sguardo nella direzione indicata. Sulla mensola campeggia un nuovo titolo firmato Irène Némirovsky. 
- Altro che una valigia - dico.
- Un camion - fa eco Paola.

Usciamo dalla libreria ma presto riprendiamo la nostra ricerca tra altri scaffali, puntando ai libri usati o remainder di un altro negozio. Ed è tra volumi più o meno datati di un raccoglitore esterno che trovo un gioiello cercato invano per anni: Nane Oca di Giuliano Scabia. 
 
Libro introvabile, uscito nel lontano 1992, cercato anche su Farenheit, è il primo capitolo di una saga tanto incredibile quanto poco conosciuta, di cui tempo addietro avevo letto, su consiglio di Paola, il delizioso secondo atto, Le foreste sorelle. Come descrivere Nane Oca? Favola, racconto popolare, epopea contadina... ogni definizione mi appare inesatta e incompleta. Nell'ambiente del mitico Pavano antico, una terra di mezzo chiusa tra magiche foreste, colli (Euganei) e la città di Pava (Padova), si muovono personaggi fiabeschi, onirici quasi, che tanto devono alla tradizione dei racconti tradizionali veneti oltre che alla fantasia dell'autore. Lo stile è candido, rarefatto, lineare e apparentemente semplice la scrittura, arricchita tuttavia da riferimenti e citazioni raffinatissime: un sapore fuori moda nell'era delle scritture standardizzate e anonime, una delizia per intenditori ormai impossibile da reperire. Paola, un po' delusa perché la fortuna è toccata a me, partecipa tuttavia della mia gioia. Prometto solennemente di prestarle il volume il prima possibile. Lo pago cinque Euro, trepidante, assieme a qualche altro acquisto fra libri usati e "vecchie novità". Soddisfatto, penso che c'è ancora da divertirsi con la letteratura. Almeno con quella di ieri.