domenica 18 luglio 2021

Libri da leggere: La via di Schenèr di Matteo Melchiorre

«L’indagine storica è un’esplorazione fatta di viaggi, carte, libri, sbagli, persone, pensieri, fantasie. In questo processo sensibile vi è forse più verosimiglianza di verità che nella secca enunciazione di risultanze distillate. Vorrei far capire a chi non si occupa di storia quanto l’andar sulle tracce di cose trascorse faccia sentir vivi e aiuti a sentirsi parte di un tutto e amici del presente» (La via di Schenèr, p.9).

Il bello del rumare è soprattutto il sapore della ricerca: ponderata, certo, se si cerca un libro in particolare, ma anche, e per me soprattutto, lasciata in balia del caso, dell’eventualità, del mistero fascinoso dell’ignoto.  È così che a volte ci si imbatte nei libri più impensati. Fedele al precetto che sono loro, i libri, a chiamarci, mi lascio trasportare, e trovare.

In questo modo mi ha incontrato La via di Schenèr di Matteo Melchiorre (Marsilio, 2016). L’avevo inizialmente scambiato per un romanzo, anche per via della fascetta che lo segnalava vincitore del premio “Mario Rigoni Stern 2017” (il premio alterna narrativa a saggistica), e invece, una volta sfogliatolo, ho trovato un saggio. Un saggio su un’antica via alpina, la via di Schenèr, appunto, che collegava Feltre con la valle di Primiero. Non ci ho pensato due volte e con pochi euro il libro è venuto a casa con me.

Classe 1981, Matteo Melchiorre è storico e ricercatore presso li IUAV di Venezia: si occupa di storia economica e sociale del tardo Medioevo e di edizione di fonti. Con La via di Schenèr ci racconta non solo un’indagine storica attorno ad un’antica via alpina, ma un microcosmo di relazioni, azioni, pensieri, sentimenti, un mondo in cui la piccola storia del mondo alpino e prealpino si lega alla grande storia degli Stati e degli Imperi, dei condottieri e dei principi, dei traffici commerciali e dei conflitti.

Lo fa trascinandoci in una ricerca sinuosa e coinvolgente che diviene, oltre che storica, personale, portandoci a riflettere su chi sia lo storico, quale il lavoro di andare per archivi, di leggere documenti: perché per quasi tutto il libro l'antica via di Schenèr appare indirettamente, attraverso le tracce lasciate nei documenti, siano relazioni, atti notarili, lettere o altro ancora, e solo alla fine, con abile costruzione narrativa, Melchiorre ci guida sul campo.

Fra ansia di scoperta, sogni, misteriose visioni notturne, momenti di solitudine e di sconforto come di esaltazione ed entusiasmo, Melchiorre ci trasporta nel vivo di uno scambio continuo fra presente e passato, narrandoci le fasi della ricerca e riportando in vita, dai documenti, diverse vicende di chi passava per quell’antica via che collegava la veneta Feltre coi territori tirolesi del Primiero o ci viveva intorno. Lo fa con un linguaggio vivo e con ironia ma, al contempo, con precisione e competenza, come dimostra una documentatissima bibliografia finale che svela come la ricerca effettuata sia tutt’altro che improvvisata.

Vincitore, oltre che del citato premio “Mario Rigoni Stern”, anche del premio “Cortina”, La via di Schenèr è dunque un libro da leggere non soltanto per conoscere una parte di mondo che per secoli si è sviluppato fra due importanti valli alpine ma anche per tornare a riflettere su cos’è la storia, su chi la dimentica, su chi a volte ce la fa riscoprire.

sabato 26 giugno 2021

Per riscoprire Mario Rigoni Stern a cento anni dalla nascita

«Sono nato alle soglie dell’inverno, in montagna, e la neve ha accompagnato la mia vita». Inizia così Stagioni (Einaudi, 2007), l’ultimo libro di Mario Rigoni Stern, uno zibaldone, come lo definì l’autore stesso, e insieme un testamento spirituale, una summa di vita, di pensiero e di etica di un uomo che ha attraversato il Novecento. Scomparso in silenzio il 16 giugno 2008 – la notizia della morte venne diffusa, per sua espressa volontà, a funerali avvenuti – Mario Rigoni Stern era nato ad Asiago l’1 novembre 1921, cento anni fa...

Un articolo per riscoprire Mario Rigoni Stern nella scuola superiore (ma non solo) su laletteraturaenoi.it

domenica 20 giugno 2021

Sui passi dei Piccoli Maestri

Ci sono luoghi che ci chiamano, luoghi di silenzio gremito di memoria a cui si ritorna con l'animo del pellegrino. L'Altipiano è per me ricco di questi luoghi. E fra essi Malga Fossetta è certo uno dei più importanti. Fu questa infatti la base del gruppo partigiano di Antonio Giuriolo, Capitano Toni, nel maggio 1944. 

Qui, all'estremo margine nord-orientale dell'Altipiano, dove già era passata la storia con la Grande Guerra, vissero per alcune settimane quegli studenti alla macchia che divennero i Piccoli Maestri. Qui per diversi anni si sono ritrovati, e con loro quanti hanno amato e amano le pagine dei Piccoli maestri, e leggono, e studiano questo piccolo capitolo di una grande storia. Qui, fino a un paio d'anni fa, l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea "Ettore Gallo" organizzava, nel mese di giugno, un pellegrinaggio civile che richiamava persone da tutta la regione, e spesso anche da fuori. Speriamo si possa riprendere presto: ne abbiamo bisogno.

Oggi però non c'è nessuno. Per tutto il giorno non un'anima sul nostro percorso. Lasciamo la macchina parecchio indietro, a causa di lavori di sistemazione che bloccano l'accesso all'ultimo tratto di strada che sale dalla Val Campomulo. E camminiamo. Camminiamo nel bosco di giugno, attraverso  vallette e teatri di rocce in cui la tempesta Vaia ha lasciato segni profondi. 

Un'ora di strada, poi Malga Fossetta. Poco prima dell'edificio la tabella che racconta in breve la storia del gruppo.

Malga Fossetta è lì, dietro una curva. Immersa nel silenzio, in un triste abbandono. Così la descrive Meneghello nel cap. 5 del suo libro: «La malga era vuota, nuda: in tutta la zona alta dell’Altipiano le malghe quell’anno furono senza occupatori, naturalmente la gente aveva paura, e inoltre le autorità facevano i loro divieti, contando di affamarci. Questo era un errore, fame ne avevamo già tanta che affamarci di più era praticamente impossibile, ma le autorità tentavano, tentare non nuoce. A noi delle autorità non ce ne interessava niente, e si prendeva per naturale che le malghe fossero vuote.

Questa malga però era singolarmente vuota e nuda, e c’era intorno una pulizia, una povertà una lindura che mi turbarono. Sentivo un fondo di contentezza turbata, piacere fisico di dire qualche parola in inglese, pudore. Antonio e gli inglesi si aggiravano di qua e di là con aria quieta e circospetta, rosicchiando quello che avevamo portato, e chiacchierandoci un po’; notai che parlavano tutti sottovoce».

Il tempo la divora a poco a poco: l'erba alta invade lo spiazzo, dal tetto penzola un pezzo di grondaia, qualche vandalo ha danneggiato la staccionata sul retro. Silenzio.

Dopo alcune letture e mezzo panino ripartiamo verso cima Incudine e cima Isidoro: è il loro sentiero, il sentiero dei Piccoli Maestri. 
Lungo la via si incontrano cartelli con citazioni da Meneghello o da Giuriolo. Scrive ancora Meneghello: «Senza di lui non avevamo veramente senso, eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un’altra cosa [...] Sospiravamo di soddisfazione perché era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse un segnale».

Non è un percorso impegnativo ed è particolarmente suggestivo da percorrere in questo giorno nuvoloso, con il sole che fa capolino a tratti, quasi con ironia.


Arriviamo al margine ultimo dell'Altipiano. Oltre i dirupi, il salto di vuoto sulla Valsugana. Qui si ritirarono, pressati dal rastrellamento, diversi dei partigiani di capitano Toni. Ancora dai Piccoli maestri: «Antonio con un paio di squadre si avviò direttamente a nord. Forse ci dicemmo “ciao” con Antonio, ma non mi ricordo. Finiva la notte. Questo è il punto che lui se ne va, per le sue strade, col braccio al collo, fuori della mia vita […]. Il resto che è accaduto su quello spalto davanti alla Valsugana, dove restarono uccisi Nello e il Moretto, e tanti altri nostri compagni, non lo abbiamo mai voluto ricostruire. Alcune cose si sanno, e sono altamente onorevoli e perfino leggendarie. Ma io non ne parlerò. Antonio non morì qui, ma lontano, fuori della nostra vita, non rastrellato ma in combattimento aperto, com’era più giusto».

Saliamo ancora, stavolta attraverso il ripido sentiero che porta a cima Incudine. Da lì qualche volta sono sceso fino alle lapidi poste lungo il pendio, nel punto in cui caddero diversi di quei ragazzi di vent'anni. 
Alcuni di loro si salvarono perché trovarono rifugio in una nicchia di roccia. I rastrellatori non scesero fin là.

Infine ecco la lapide comune che li ricorda: «Durante la battaglia che su questi monti avvampò nel mese di giugno del 1944, in una guerra nella quale avevano scelto con l'entusiasmo dei giovani e con la consapevolezza degli uomini civili la parte della libertà, combattendo nel reparto guidato dal capitano Toni Giuriolo, che di libertà fu maestro e che sull'Appennino emiliano trovò morte gloriosa, onorata con la medaglia d'oro al Valore Militare, caddero». 

E seguono i loro nomi:

Rodino Fontana di anni 19

Gaetano Galla di anni 22

Siro Lozer di anni 19

Ferruccio Piccioni di anni 21

Rinaldo Rigoni di anni 20

Giobatta Thiella di anni 19

Ancora in silenzio per qualche istante. Intorno solo i rumori del bosco. Dalla Valsugana sale una nebbiolina leggera. Proseguiamo fino alla nuova lapide del Moretto, Rinaldo Rigoni, del quale scrisse anche Mario Rigoni Stern in un bellissimo racconto intitolato Un ragazzo delle nostre contrade, testo inserito nella raccolta Ritorno sul Don.

Torniamo infine alla malga. Superiamo la cappella edificata dai soldati nell'autunno 1916, quindi eccoci di nuovo sullo spiazzo erboso. Appena il tempo di una foto, poi riprendiamo la strada per ritornare in pianura. Nella testa ancora le parole di Gigi: «Fu in queste settimane, credo, che ci entrò così profondamente nell’animo il paesaggio dell’Altipiano. In principio, di esso si avvertiva piuttosto ciò che è difforme, inanimato, inerte: ma restandoci dentro, e acquistando via via un certo grado di fiducia e di vigore, anche l’ambiente cambiava. […] Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea della libertà».

sabato 20 marzo 2021

Omaggio alle Galline pensierose di Luigi Malerba

Apologhi, nonsense, storie umoristiche. Come definire le Galline pensierose di Luigi Malerba? Il libro, uscito per la prima volta nel 1980 per Einaudi, ha conosciuto un'altra edizione ne l994 (Mondadori) e, dopo diversi anni di assenza dalle librerie, è stato ripubblicato da Quodlibet nel 2014.
Mirabolante creazione di Luigi Malerba (1927-2008), fra i principali autori italiani del secondo Novecento, ha per protagonista galline che pensano, agiscono e guardano il mondo dal loro punto di vista.

In questi giorni, complice la notizia di un errore durante un'esercitazione con mezzi corazzati in Friuli (un carro armato ha centrato un allevamento di polli), una cara amica mi ha trascinato in un piccolo omaggio a Malerba. Ecco dunque a voi, care lettrici e cari lettori, La gallina guerriera.


La gallina guerriera
di Paola Valente e Michele Santuliana

Una gallina guerriera decise che voleva conquistare il mondo. Dichiarò la guerra e fece per partire alla conquista ma in quel momento fu centrata da un carro armato e morì. Le altre galline commentarono il fatto e conclusero che era meglio becchettare sull'aia che conquistare il mondo.
Ognuna di loro donò comunque una piuma per fare un monumento alla gallina guerriera. Il gallo rifiutò dichiarandosi pacifista.

Per saperne di più su Malerba suggerisco il sito del premio letterario che ne porta il nome e da cui ho preso la foto dell'autore: http://www.premioluigimalerba.it/biografia_Luigi_Malerba.html

lunedì 22 febbraio 2021

Il futuro della scuola sarà la burocrazia?



<<Anche in questi mesi, mentre, fra mille difficoltà quotidiane, fuori e dentro di noi, si cerca di portare avanti il dialogo con i nostri studenti, l’ombra della burocrazia incombe. Attenzione, non sono qui per demonizzarla: siamo istituzione pubblica, i documenti attestano, offrono trasparenza nella condivisione dei fini, nella progettazione e nella valutazione, dunque servono. Non si tratta di scegliere fra sì o no, piuttosto, si tratta di capire come e quanto e perché e dove. Sì, dove. Si tratta di fermarsi ogni tanto a riflettere, come un pellegrino a misurare la via; si tratta di interrogarsi sui fini e sui mezzi, sugli obiettivi e sulla meta, sospendendo per un istante la corsa cui a volte con troppa foga ci sottoponiamo. Perché anche l’illusione di trovare una casella per ogni aspetto della realtà può produrre frutti avvelenati: “Dum scribitur vita transcurrit” mi disse un giorno un collega riferendosi a non so quale documento che stentava a completare. Era sconsolato e con lo sguardo trasmetteva quello che le parole non dicevano: perché? a che scopo? Ecco, questi mesi potrebbero servire anche a questo, a riflettere su obiettivi, scopi e direzioni da prendere>>.

Un mio contributo su scuola e burocrazia sul blog laletteraturaenoi. Per leggere il testo completo cliccare qui.

domenica 31 gennaio 2021

La memoria che ritorna: "1945" di Ferenc Török

Come ogni anno la ricorrenza del Giorno della Memoria ha fatto sì, e giustamente, che in rete e in televisione vi fossero molteplici occasioni di conoscenza e commemorazione. Attenzione però: in tutto questo c’è anche un rischio, ben evidenziato da Daniele Lo Vetere nella sua recensione al libro di Valentina Pisanty I guardiani della memoria (su www.laletteraturaenoi.it), quello di cadere in una memoria vuota, stereotipata, decontestualizzata e destoricizzata. Condita di immagini “pop” (solo per citarne alcune, il treno, la bambina vestita di rosso di Schindler’s list, la torre di controllo di Birkenau), la nostra memoria rischia di scivolare in un circuito di rappresentazione che si autoalimenta e che ci coinvolge nella sfera estetico-emotiva senza interrogarci nel profondo.

Oltre a certi documentari mal costruiti, soprattutto i film contribuiscono a fissare immagini stereotipate nel nostro immaginario, sia i grandi film, corretti storicamente, come il già citato Schindler’s list, sia film profondamente sbagliati come Il bambino con il pigiama a righe, il quale, assieme a incredibili errori storici, confonde e sbaglia del tutto la prospettiva, anche didattica, con cui affrontare il tema complesso delle persecuzioni e della Shoah.

Questo non accade a volte con film minori o i quali, anziché concentrarsi sugli aspetti più violenti e brutali, analizzano sfumature o momenti, oppure indagano le multiformi manifestazioni della memoria, il rapporto delle comunità con essa, le rimozioni e le riscoperte.  Per questo, fra i film disponibili online, mi sento di consigliare 1945, pellicola del 2017 visibile gratuitamente su Rai Play (www.raipaly.it). A mio parere, un piccolo capolavoro.

Diretto dal regista ungherese Ferenc Török (classe 1971), il film è ambientato in un remoto paesino magiaro. Qui, in un afoso giorno di agosto del 1945, due ebrei ortodossi, padre e figlio, giungono portando due pesanti bauli. L’arrivo dei due turba l’apparente pace di una comunità che si prepara a celebrare il matrimonio del figlio del notaio locale e costringe gli abitanti, nonostante le resistenze, a ritornare all’oscuro passato recente. Cosa vogliono quei due? Perché sono arrivati?

La verità che un po’ alla volta emerge è che diversi personaggi, fra cui lo stesso notaio e il parroco del paese, sono direttamente implicati nella denuncia, seguita dalla deportazione, dei loro compaesani ebrei. Ma attorno a loro si muove una galassia grigia di conniventi che, per interesse o per paura o per indifferenza, hanno finto di non vedere. Il quadro di complicità che emerge capovolgerà completamente la superficiale serenità del paese, già intaccata del resto da crepe interne (i due sposi non si amano) ed esterne (l’incombente regime sovietico): la festa si muterà in tragedia e alla fine i fantasmi del passato si manifesteranno in tutta la loro evidenza.

1945 è un film ricco di simboli: le due misteriose casse che i due uomini portano con loro, ciò che ne faranno, ma anche il loro incedere lento, l’arrivo al villaggio e i due elementi, fuoco e acqua, che suggellano il finale, la nube di fumo nero che si alza in una della ultime scene. Realtà storica e rappresentazione simbolica scandiscono dunque i momenti della vicenda, evocando, alludendo, ma lasciando allo spettatore il compito di ricostruire i tasselli di un passato che sempre si affaccia. L'operazione è resa ancor più forte dal sapiente uso del bianco e nero, che pure Spielberg aveva a suo tempo scelto per rappresentare un evento che definiva «vita senza luce».

Un fotogramma del film
Il ritmo, inizialmente lento, procede sempre più incalzante a mano a mano che la rimozione cede di fronte al pressante ritorno della memoria: finché, inesorabile, la catastrofe suggella il ritorno del passato, secondo una struttura che ricalca quella della tragedia classica, con perfetta rispondenza delle unità antiche.

Il finale, nonostante il male che riemerge, rimane sospeso e interroga lo spettatore: si conclude un giorno che ha cambiato la vita dell’intera comunità, costretta a fare i conti col proprio passato, e nulla potrà più procedere come prima. La storia, dopo la Shoah, non può più essere la stessa. Allo stesso modo, senza memoria - una memoria realmente ancorata alla storia - una comunità non può reggersi. 

domenica 24 gennaio 2021

Libri da leggere: "Si fa presto a dire fame"

<<Poi non udimmo che urli frenetici e spari al di là del muro. E all’alba delle due mattine successive fu una continua processione di monatti che entravano dalla porta di ferro e passavano dinanzi al nostro blocco con i barelloni vuoti, per ripassare poi con tristissimi carichi. Erano ancora corpi umani quelli che vidi in quei barelloni? Sembravano scheletri indossanti una pelle livida, sbranata, uncinata, lacerata, forata dai proiettili, chiazzata di sangue che non sembrava più sangue tanto era pallido. Nel groviglio delle membra le teste riverse avevano aspetti infernali. Guancie (sic) scarnificate, occhi vitrei spalancati quando gli occhi ancora c’erano, bocche sfondate, crani aperti. Nessuna cosa al mondo potrà mai farmi dimenticare quella sintesi di tutta la possibilità di strazio delle creature umane.
Capii allora veramente che cosa era Mauthausen>>.

Piero Caleffi, Si fa presto a dire fame, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1954, pp. 140-141.

 

Piero Caleffi, nato a Suzzara nel 1901 e morto a Roma nel 1978, fu dirigente socialista e, durante la guerra, partigiano e dirigente del Partito d’Azione. Arrestato più volte prima della guerra, nel 1944 viene di nuovo catturato e spedito dapprima al campo di transito di Bolzano-Gries e quindi a Mauthausen. Dopo la guerra Caleffi sarà giornalista e verrà eletto in Senato per il PSI per più mandati. Sarà anche presidente dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati). Si fa presto a dire fame esce in prima edizione nel 1954 e sarà poi ripubblicato più volte divenendo una lettura imprescindibile fra i libri di memorie sull'internamento nei campi nazisti. L’episodio a cui si fa riferimento nel passo riportato è l’evasione di massa dal terribile blocco 20 di Mauthausen, la notte sul 1 febbraio 1945.