domenica 20 giugno 2021

Sui passi dei Piccoli Maestri

Ci sono luoghi che ci chiamano, luoghi di silenzio gremito di memoria a cui si ritorna con l'animo del pellegrino. L'Altipiano è per me ricco di questi luoghi. E fra essi Malga Fossetta è certo uno dei più importanti. Fu questa infatti la base del gruppo partigiano di Antonio Giuriolo, Capitano Toni, nel maggio 1944. 

Qui, all'estremo margine nord-orientale dell'Altipiano, dove già era passata la storia con la Grande Guerra, vissero per alcune settimane quegli studenti alla macchia che divennero i Piccoli Maestri. Qui per diversi anni si sono ritrovati, e con loro quanti hanno amato e amano le pagine dei Piccoli maestri, e leggono, e studiano questo piccolo capitolo di una grande storia. Qui, fino a un paio d'anni fa, l'Istituto Storico della Resistenza e dell'Età Contemporanea "Ettore Gallo" organizzava, nel mese di giugno, un pellegrinaggio civile che richiamava persone da tutta la regione, e spesso anche da fuori. Speriamo si possa riprendere presto: ne abbiamo bisogno.

Oggi però non c'è nessuno. Per tutto il giorno non un'anima sul nostro percorso. Lasciamo la macchina parecchio indietro, a causa di lavori di sistemazione che bloccano l'accesso all'ultimo tratto di strada che sale dalla Val Campomulo. E camminiamo. Camminiamo nel bosco di giugno, attraverso  vallette e teatri di rocce in cui la tempesta Vaia ha lasciato segni profondi. 

Un'ora di strada, poi Malga Fossetta. Poco prima dell'edificio la tabella che racconta in breve la storia del gruppo.

Malga Fossetta è lì, dietro una curva. Immersa nel silenzio, in un triste abbandono. Così la descrive Meneghello nel cap. 5 del suo libro: «La malga era vuota, nuda: in tutta la zona alta dell’Altipiano le malghe quell’anno furono senza occupatori, naturalmente la gente aveva paura, e inoltre le autorità facevano i loro divieti, contando di affamarci. Questo era un errore, fame ne avevamo già tanta che affamarci di più era praticamente impossibile, ma le autorità tentavano, tentare non nuoce. A noi delle autorità non ce ne interessava niente, e si prendeva per naturale che le malghe fossero vuote.

Questa malga però era singolarmente vuota e nuda, e c’era intorno una pulizia, una povertà una lindura che mi turbarono. Sentivo un fondo di contentezza turbata, piacere fisico di dire qualche parola in inglese, pudore. Antonio e gli inglesi si aggiravano di qua e di là con aria quieta e circospetta, rosicchiando quello che avevamo portato, e chiacchierandoci un po’; notai che parlavano tutti sottovoce».

Il tempo la divora a poco a poco: l'erba alta invade lo spiazzo, dal tetto penzola un pezzo di grondaia, qualche vandalo ha danneggiato la staccionata sul retro. Silenzio.

Dopo alcune letture e mezzo panino ripartiamo verso cima Incudine e cima Isidoro: è il loro sentiero, il sentiero dei Piccoli Maestri. 
Lungo la via si incontrano cartelli con citazioni da Meneghello o da Giuriolo. Scrive ancora Meneghello: «Senza di lui non avevamo veramente senso, eravamo solo un gruppo di studenti alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un’altra cosa [...] Sospiravamo di soddisfazione perché era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse un segnale».

Non è un percorso impegnativo ed è particolarmente suggestivo da percorrere in questo giorno nuvoloso, con il sole che fa capolino a tratti, quasi con ironia.


Arriviamo al margine ultimo dell'Altipiano. Oltre i dirupi, il salto di vuoto sulla Valsugana. Qui si ritirarono, pressati dal rastrellamento, diversi dei partigiani di capitano Toni. Ancora dai Piccoli maestri«Antonio con un paio di squadre si avviò direttamente a nord. Forse ci dicemmo “ciao” con Antonio, ma non mi ricordo. Finiva la notte. Questo è il punto che lui se ne va, per le sue strade, col braccio al collo, fuori della mia vita […]. Il resto che è accaduto su quello spalto davanti alla Valsugana, dove restarono uccisi Nello e il Moretto, e tanti altri nostri compagni, non lo abbiamo mai voluto ricostruire. Alcune cose si sanno, e sono altamente onorevoli e perfino leggendarie. Ma io non ne parlerò. Antonio non morì qui, ma lontano, fuori della nostra vita, non rastrellato ma in combattimento aperto, com’era più giusto».

Saliamo ancora, stavolta attraverso il ripido sentiero che porta a cima Incudine. Da lì qualche volta sono sceso fino alle lapidi poste lungo il pendio, nel punto in cui caddero diversi di quei ragazzi di vent'anni. 
Alcuni di loro si salvarono perché trovarono rifugio in una nicchia di roccia. I rastrellatori non scesero fin là.

Infine ecco la lapide comune che li ricorda: «Durante la battaglia che su questi monti avvampò nel mese di giugno del 1944, in una guerra nella quale avevano scelto con l'entusiasmo dei giovani e con la consapevolezza degli uomini civili la parte della libertà, combattendo nel reparto guidato dal capitano Toni Giuriolo, che di libertà fu maestro e che sull'Appennino emiliano trovò morte gloriosa, onorata con la medaglia d'oro al Valore Militare, caddero». 

E seguono i loro nomi:

Rodino Fontana di anni 19

Gaetano Galla di anni 22

Siro Lozer di anni 19

Ferruccio Piccioni di anni 21

Rinaldo Rigoni di anni 20

Giobatta Thiella di anni 19

Ancora in silenzio per qualche istante. Intorno solo i rumori del bosco. Dalla Valsugana sale una nebbiolina leggera. Proseguiamo fino alla nuova lapide del Moretto, Rinaldo Rigoni, del quale scrisse anche Mario Rigoni Stern in un bellissimo racconto intitolato Un ragazzo delle nostre contrade, testo inserito nella raccolta Ritorno sul Don.

Torniamo infine alla malga. Superiamo la cappella edificata dai soldati nell'autunno 1916, quindi eccoci di nuovo sullo spiazzo erboso. Appena il tempo di una foto, poi riprendiamo la strada per ritornare in pianura. Nella testa ancora le parole di Gigi: «Fu in queste settimane, credo, che ci entrò così profondamente nell’animo il paesaggio dell’Altipiano. In principio, di esso si avvertiva piuttosto ciò che è difforme, inanimato, inerte: ma restandoci dentro, e acquistando via via un certo grado di fiducia e di vigore, anche l’ambiente cambiava. […] Lassù, per la prima volta in vita nostra, ci siamo sentiti veramente liberi, e quel paesaggio s’è associato per sempre con la nostra idea della libertà».

sabato 20 marzo 2021

Omaggio alle Galline pensierose di Luigi Malerba

Apologhi, nonsense, storie umoristiche. Come definire le Galline pensierose di Luigi Malerba? Il libro, uscito per la prima volta nel 1980 per Einaudi, ha conosciuto un'altra edizione ne l994 (Mondadori) e, dopo diversi anni di assenza dalle librerie, è stato ripubblicato da Quodlibet nel 2014.
Mirabolante creazione di Luigi Malerba (1927-2008), fra i principali autori italiani del secondo Novecento, ha per protagonista galline che pensano, agiscono e guardano il mondo dal loro punto di vista.

In questi giorni, complice la notizia di un errore durante un'esercitazione con mezzi corazzati in Friuli (un carro armato ha centrato un allevamento di polli), una cara amica mi ha trascinato in un piccolo omaggio a Malerba. Ecco dunque a voi, care lettrici e cari lettori, La gallina guerriera.


La gallina guerriera
di Paola Valente e Michele Santuliana

Una gallina guerriera decise che voleva conquistare il mondo. Dichiarò la guerra e fece per partire alla conquista ma in quel momento fu centrata da un carro armato e morì. Le altre galline commentarono il fatto e conclusero che era meglio becchettare sull'aia che conquistare il mondo.
Ognuna di loro donò comunque una piuma per fare un monumento alla gallina guerriera. Il gallo rifiutò dichiarandosi pacifista.

Per saperne di più su Malerba suggerisco il sito del premio letterario che ne porta il nome e da cui ho preso la foto dell'autore: http://www.premioluigimalerba.it/biografia_Luigi_Malerba.html

lunedì 22 febbraio 2021

Il futuro della scuola sarà la burocrazia?



<<Anche in questi mesi, mentre, fra mille difficoltà quotidiane, fuori e dentro di noi, si cerca di portare avanti il dialogo con i nostri studenti, l’ombra della burocrazia incombe. Attenzione, non sono qui per demonizzarla: siamo istituzione pubblica, i documenti attestano, offrono trasparenza nella condivisione dei fini, nella progettazione e nella valutazione, dunque servono. Non si tratta di scegliere fra sì o no, piuttosto, si tratta di capire come e quanto e perché e dove. Sì, dove. Si tratta di fermarsi ogni tanto a riflettere, come un pellegrino a misurare la via; si tratta di interrogarsi sui fini e sui mezzi, sugli obiettivi e sulla meta, sospendendo per un istante la corsa cui a volte con troppa foga ci sottoponiamo. Perché anche l’illusione di trovare una casella per ogni aspetto della realtà può produrre frutti avvelenati: “Dum scribitur vita transcurrit” mi disse un giorno un collega riferendosi a non so quale documento che stentava a completare. Era sconsolato e con lo sguardo trasmetteva quello che le parole non dicevano: perché? a che scopo? Ecco, questi mesi potrebbero servire anche a questo, a riflettere su obiettivi, scopi e direzioni da prendere>>.

Un mio contributo su scuola e burocrazia sul blog laletteraturaenoi. Per leggere il testo completo cliccare qui.

domenica 31 gennaio 2021

La memoria che ritorna: "1945" di Ferenc Török

Come ogni anno la ricorrenza del Giorno della Memoria ha fatto sì, e giustamente, che in rete e in televisione vi fossero molteplici occasioni di conoscenza e commemorazione. Attenzione però: in tutto questo c’è anche un rischio, ben evidenziato da Daniele Lo Vetere nella sua recensione al libro di Valentina Pisanty I guardiani della memoria (su www.laletteraturaenoi.it), quello di cadere in una memoria vuota, stereotipata, decontestualizzata e destoricizzata. Condita di immagini “pop” (solo per citarne alcune, il treno, la bambina vestita di rosso di Schindler’s list, la torre di controllo di Birkenau), la nostra memoria rischia di scivolare in un circuito di rappresentazione che si autoalimenta e che ci coinvolge nella sfera estetico-emotiva senza interrogarci nel profondo.

Oltre a certi documentari mal costruiti, soprattutto i film contribuiscono a fissare immagini stereotipate nel nostro immaginario, sia i grandi film, corretti storicamente, come il già citato Schindler’s list, sia film profondamente sbagliati come Il bambino con il pigiama a righe, il quale, assieme a incredibili errori storici, confonde e sbaglia del tutto la prospettiva, anche didattica, con cui affrontare il tema complesso delle persecuzioni e della Shoah.

Questo non accade a volte con film minori o i quali, anziché concentrarsi sugli aspetti più violenti e brutali, analizzano sfumature o momenti, oppure indagano le multiformi manifestazioni della memoria, il rapporto delle comunità con essa, le rimozioni e le riscoperte.  Per questo, fra i film disponibili online, mi sento di consigliare 1945, pellicola del 2017 visibile gratuitamente su Rai Play (www.raipaly.it). A mio parere, un piccolo capolavoro.

Diretto dal regista ungherese Ferenc Török (classe 1971), il film è ambientato in un remoto paesino magiaro. Qui, in un afoso giorno di agosto del 1945, due ebrei ortodossi, padre e figlio, giungono portando due pesanti bauli. L’arrivo dei due turba l’apparente pace di una comunità che si prepara a celebrare il matrimonio del figlio del notaio locale e costringe gli abitanti, nonostante le resistenze, a ritornare all’oscuro passato recente. Cosa vogliono quei due? Perché sono arrivati?

La verità che un po’ alla volta emerge è che diversi personaggi, fra cui lo stesso notaio e il parroco del paese, sono direttamente implicati nella denuncia, seguita dalla deportazione, dei loro compaesani ebrei. Ma attorno a loro si muove una galassia grigia di conniventi che, per interesse o per paura o per indifferenza, hanno finto di non vedere. Il quadro di complicità che emerge capovolgerà completamente la superficiale serenità del paese, già intaccata del resto da crepe interne (i due sposi non si amano) ed esterne (l’incombente regime sovietico): la festa si muterà in tragedia e alla fine i fantasmi del passato si manifesteranno in tutta la loro evidenza.

1945 è un film ricco di simboli: le due misteriose casse che i due uomini portano con loro, ciò che ne faranno, ma anche il loro incedere lento, l’arrivo al villaggio e i due elementi, fuoco e acqua, che suggellano il finale, la nube di fumo nero che si alza in una della ultime scene. Realtà storica e rappresentazione simbolica scandiscono dunque i momenti della vicenda, evocando, alludendo, ma lasciando allo spettatore il compito di ricostruire i tasselli di un passato che sempre si affaccia. L'operazione è resa ancor più forte dal sapiente uso del bianco e nero, che pure Spielberg aveva a suo tempo scelto per rappresentare un evento che definiva «vita senza luce».

Un fotogramma del film
Il ritmo, inizialmente lento, procede sempre più incalzante a mano a mano che la rimozione cede di fronte al pressante ritorno della memoria: finché, inesorabile, la catastrofe suggella il ritorno del passato, secondo una struttura che ricalca quella della tragedia classica, con perfetta rispondenza delle unità antiche.

Il finale, nonostante il male che riemerge, rimane sospeso e interroga lo spettatore: si conclude un giorno che ha cambiato la vita dell’intera comunità, costretta a fare i conti col proprio passato, e nulla potrà più procedere come prima. La storia, dopo la Shoah, non può più essere la stessa. Allo stesso modo, senza memoria - una memoria realmente ancorata alla storia - una comunità non può reggersi. 

domenica 24 gennaio 2021

Libri da leggere: "Si fa presto a dire fame"

<<Poi non udimmo che urli frenetici e spari al di là del muro. E all’alba delle due mattine successive fu una continua processione di monatti che entravano dalla porta di ferro e passavano dinanzi al nostro blocco con i barelloni vuoti, per ripassare poi con tristissimi carichi. Erano ancora corpi umani quelli che vidi in quei barelloni? Sembravano scheletri indossanti una pelle livida, sbranata, uncinata, lacerata, forata dai proiettili, chiazzata di sangue che non sembrava più sangue tanto era pallido. Nel groviglio delle membra le teste riverse avevano aspetti infernali. Guancie (sic) scarnificate, occhi vitrei spalancati quando gli occhi ancora c’erano, bocche sfondate, crani aperti. Nessuna cosa al mondo potrà mai farmi dimenticare quella sintesi di tutta la possibilità di strazio delle creature umane.
Capii allora veramente che cosa era Mauthausen>>.

Piero Caleffi, Si fa presto a dire fame, Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1954, pp. 140-141.

 

Piero Caleffi, nato a Suzzara nel 1901 e morto a Roma nel 1978, fu dirigente socialista e, durante la guerra, partigiano e dirigente del Partito d’Azione. Arrestato più volte prima della guerra, nel 1944 viene di nuovo catturato e spedito dapprima al campo di transito di Bolzano-Gries e quindi a Mauthausen. Dopo la guerra Caleffi sarà giornalista e verrà eletto in Senato per il PSI per più mandati. Sarà anche presidente dell’ANED (Associazione Nazionale Ex Deportati). Si fa presto a dire fame esce in prima edizione nel 1954 e sarà poi ripubblicato più volte divenendo una lettura imprescindibile fra i libri di memorie sull'internamento nei campi nazisti. L’episodio a cui si fa riferimento nel passo riportato è l’evasione di massa dal terribile blocco 20 di Mauthausen, la notte sul 1 febbraio 1945.

giovedì 3 settembre 2020

Lingua, cultura, storia e tradizioni venete: il caso della Valle dell'Agno

 Cari lettori e lettrici,

condivido un mio articolo apparso sull'ultimo numero di "Rezzara Notizie", periodico dell'istituto "Rezzara" di Vicenza e bollettino informativo dell'istituzione Università degli Adulti/Anziani. Il numero è ricco di interventi interessanti e ben scritti sulla lingua, la cultura, la storia e le tradizioni venete. Il mio articolo affronta tutto ciò con un focus sulla Valle dell'Agno (ovest vicentino). 



«Il Veneto ha tutto, si sente spesso dire: è come un piccolo universo geografico. Ha un territorio che comprende, in magica unità, montagne bellissime, una pianura fluviale e il mare; ha città splendide, monumenti di incommensurabile valore, ha gente che sa il fatto suo, ingegnosa, cosciente della propria storia e della propria ‘venetità’, che conosce i segreti della bellezza e del piacere del vivere, gente che ha però anche il senso della realtà, che ha conosciuto la durezza del vivere».

Così nella Guida del Veneto edita dal Touring Club Italiano (ed. 2005) veniva presentata la nostra regione. Una definizione efficace e che offre uno spaccato realistico di quanto il Veneto, almeno in parte, è. Tuttavia una guida turistica non può dire tutto: presenta i dati, descrive, ma non è uno studio. E a ben guardare il Veneto è anche una terra in cui i motivi di vanto vanno di pari passo con le contraddizioni: terra di crescita economica tardiva rispetto alle altre regioni del nord ma rapidissima e senza precedenti per portata, il Veneto è anche più di altre la regione in cui affiorano i limiti e i rischi di quello che il grande poeta Andrea Zanzotto chiamava «progresso scorsoio», basti solo pensare al triste primato in relazione al consumo di suolo o all’inquinamento dell’aria e delle acque, conseguenza di decenni di cementificazione selvaggia e pesante industrializzazione.

Con la sua rete di piccole e medie imprese, frutto dell’ingegno e della capacità delle sue genti, la regione ha poi sofferto particolarmente la crisi economica scoppiata nel 2008 e proseguita negli anni seguenti, crisi che ha messo in luce anche i limiti di un modello in crescente difficoltà rispetto alle sfide che la globalizzazione ha imposto. E a livello sociale? Con la crisi, accanto all’aumento dell’insicurezza e della sfiducia, si sono rafforzate le pulsioni autonomistiche aleggianti nella regione, talora sfociando in movimenti politici che si sono spinti ad invocare la vera e propria indipendenza rispetto ad un governo centrale percepito solo per le imposizioni, per la burocrazia, per le ingerenze all’arte di arrangiarsi tipicamente veneta. Secondo questa narrazione i problemi della regione risiederebbero sostanzialmente al di fuori e la toccherebbero in quanto importati in un mondo in sé altrimenti perfetto.

Da tale rinnovato senso di «venetità» sono anche scaturite negli ultimi anni varie iniziative di riscoperta di una sospirata identità veneta, tanto più sentita oggi dopo che nei decenni trascorsi il rapido sviluppo economico aveva di fatto spinto molti a troncare di netto i legami con un passato di povertà avvertito come un fardello di cui vergognarsi.

Ma è lecito allora chiedersi: quale cultura e quale identità riscoprire? Una sola? E in che modo? Penso in particolare al moltiplicarsi nel territorio di simboli legati alla storia veneziana o ai tentativi di insegnamento della lingua veneta attuati in alcuni comuni della regione. Non è scopo di questa riflessione quello di esprimere un giudizio tout court su iniziative di questo tenore quanto piuttosto di interrogarsi sulle modalità di approccio ad un patrimonio storico, culturale e sociale che va certamente preservato, valorizzato e trasmesso alle nuove generazioni. Questo obiettivo è del resto ben noto all’Istituto Rezzara e alle numerose sedi nel territorio vicentino dell’Università degli Adulti/Anziani, due istituzioni da molti anni impegnate, grazie all’apporto fattivo di docenti, collaboratori e corsisti, al recupero e allo studio della storia e della cultura delle genti venete.

E in tal senso il Veneto ha davvero molto da offrire: in campo artistico, musicale e letterario, con una storia che si snoda nei secoli e ai grandi affianca una miriade di figure minori ancora oggi in parte da riscoprire; in campo linguistico, con l’immenso patrimonio delle lingue locali e minoritarie, dal ladino al cimbro ai dialetti delle singole città, aree o specifiche attività; nel campo delle tradizioni locali e del folclore, con mondi anche molto diversi in dialogo fra loro; in campo sociale ed economico, con infinite storie di fatica, sofferenza, emigrazione, ma anche di grandi risultati. E si potrebbe continuare.

Un esempio per spiegarmi. Chi scrive vive nella valle dell’Agno, area in cui in modo particolare si avvertono le tensioni fra passato e presente e in cui non sono mancate iniziative di riscoperta e valorizzazione della cultura veneta come quelle citate sopra. Tuttavia i simboli – penso in particolare al leone marciano la cui effige ha conosciuto negli ultimi anni grande diffusione – da soli non bastano. Anzi, i simboli, quando non sono accompagnati da studio, consapevolezza e visione d’insieme, rischiano di veicolare significati fuorvianti e che poco hanno a che fare con la storia. Quanti fra coloro che si fanno vanto di esporre il vessillo della Serenissima esaltandone il governo illuminato hanno contezza della storia della valle e dei nobili che a lungo la ressero? Mi riferisco ai nobili conti Trissino, dalla cui schiatta fiorì nella prima metà del Cinquecento il letterato Giangiorgio, e che furono sempre legati agli imperatori tedeschi al seguito dei quali erano discesi in Italia; consolidati fra XIV e XV secolo i propri dominii grazie ad abili e talora spregiudicati giochi politici, nel secolo di Michelangelo e Tiziano, mentre confermavano la loro fedeltà alla Dominante, muovevano sospetti di aver abbracciato l’eresia protestante; nel frattempo governavano col pugno di ferro.


Come non chiedersi allora il significato di certe riproposte? Qual è il loro scopo e soprattutto quale identità puntano a veicolare? Perché se si vuole affrontare con coscienza e necessaria scientificità il tema dell’identità veneta si dovrà prima o poi fare i conti con la sua dimensione plurale, eredità delle numerose genti transitate per queste nostre terre, dalle montagne alla laguna, e degli influssi con popoli e culture vicine, penso in particolare all’area tedesca per tutta la fascia montana e pedemontana o, per Venezia, ai rapporti con l’oriente. Anche a tal proposito vorrei offrire un piccolo esempio personale. Cresciuto in collina, mi sono abituato ad osservare le cose da una certa distanza: dal colle dietro la contrada dove il mio bisnonno giunse alla fine dell’Ottocento dopo aver lasciato Castello di Arzignano, vedo bene l’autostrada A4 e, parallela ad essa, la strada regionale 11. Quella strada poggia sull’antica via Postumia. Ma ben prima anche delle insegne di Roma queste terre avevano conosciuto una civiltà fiorente e pacifica, quella dei cosiddetti paleoveneti, e continuando a ritroso possiamo giungere fino all’Età del Rame, come testimonia l’area sepolcrale emersa negli anni Novanta a Sovizzo. Dopo la caduta di Roma, per millenni questa stessa zona fu passaggio obbligato per eserciti e genti migranti che hanno lasciato i segni della loro presenza. Questa è l’identità del Veneto: plurale e pluristratificata.

Oggi la stessa via Postumia è percorsa da torme di turisti che, scendendo dal nord o arrivando dalla Lombardia, corrono ad affollare Venezia, altro grande simbolo dell’identità e delle contraddizioni che una certa idea di passato e, più in generale, di cultura rischia di veicolare. È il dramma stesso della città lagunare, costretta ad affidarsi al turismo di massa per sopravvivere e dallo stesso soffocata, consumata, ridotta a parco dei divertimenti, a ricordarci che accanto ad uno studio scientifico e rigoroso del patrimonio culturale è necessario pensare ad un modo nuovo di trasmetterlo e di fruirlo, contestualizzandolo in una visione più ampia, superando approcci ideologici e soprattutto guardando al futuro. La valorizzazione del passato e delle identità dovrebbe infatti aprirsi alle sfide globali, prima fra tutti quella per la salvaguardia del pianeta, concretizzandosi in un rapporto nuovo con il territorio, rispettoso di quanto è stato ma, al contempo, aperto al futuro. È senza dubbio un’impresa che richiede coraggio e impegno notevoli ma che, considerata la posta in gioco, non può restare intentata. Dopotutto siamo o non siamo veneti?



domenica 12 luglio 2020

Disperazione civica

Anno 2020. Ultimi giorni di giugno, in un liceo della provincia veneta.

Sono arrivato a scuola verso le nove. La riunione era alle dieci. Ne ho approfittato per scambiare qualche parola coi rari colleghi e con le persone che lavorano fra corridoi e uffici, poi sono andato in biblioteca per sistemare alcuni libri: l’aula in cui ho passato interi pomeriggi fra novembre e febbraio ora è silenzioso e scuro magazzino di pagine che a lungo nessuno sfoglierà.

Intorno a me un’aria strana. C’è il solito innaturale silenzio che pervade corridoi e aule prima e dopo le lezioni e ci sono gli ormai consueti visi sudati dietro le mascherine, gli schermi in plexiglas, i distributori di gel affissi ad ogni punto di passaggio e che mi ricordano le armi che decoravano la sala del banchetto nella reggia di Odisseo. Ma nessuna vendetta attende qui di essere celebrata, nessuno scontro finale è imminente. Al contrario l’immagine che presto, per contrasto, si associa alla reggia del figlio di Laerte è quella di un campo di battaglia dopo lo scontro. Intendiamoci: tutto è lindo, brillante, perfettamente sanificato, eppure la sensazione di attraversare il luogo ove si è consumata una battaglia non mi abbandona. Sarà l’architettura razionalista del liceo, saranno i mesi passati a sentire metafore guerresche, saranno stati gli esami svolti secondo un protocollo di sicurezza da fare invidia ai corpi speciali. Ma forse sono anche gli occhi stanchi seminascosti dalle mascherine e che paiono quelli di reduci da una campagna militare, forse sono gli spazi vuoti nelle aule che fanno pensare a cameroni di caserma…

E dopotutto non è stata una “guerra” anche quella della DAD, con la DAD, per la DAD? Nella mia scuola ce la siamo cavata bene: avevamo i mezzi e dai primi giorni di marzo siamo partiti con le videolezioni. Come scrivevo in quei giorni, era importante esserci. Per i nostri ragazzi. Ed è stato importante continuare. Lo abbiamo fatto all’inizio con entusiasmo, qualcuno con titubanza, talora con lo slancio, se vogliamo dirlo ancora per metafore guerresche, dei fantaccini nell’agosto del 1914. Tre mesi dopo, cessata l’euforia della didattica-lampo, trasformatasi la DAD in quotidiano logorio, immobile successione di giorni sempre uguali, abbiamo continuato, con le occhiaie, perdendo il sonno, qualcuno ricorrendo ai sostegni delle erbe o della chimica. Eppure ce l’abbiamo fatta, abbiamo portato a casa un anno. Nonostante tutto.

Esco dalla biblioteca, incontro Davide, uno dei colleghi con cui dovrò confrontarmi. Un sorriso si intravede nonostante la mascherina, poche parole ma che vengono dal cuore. Ci siamo parlati spesso in questi mesi, al telefono o su meet: sentirsi vicini, amici oltre che colleghi, è stato per me uno degli antidoti all’isolamento. Un altro è stato avvertire il sostegno delle famiglie di moltissimi miei studenti. Nella seconda in cui sono coordinatore non ho raccolto che parole di stima e ringraziamento per quanto abbiamo fatto. Tutti. Un frutto dolce da conservare, un dono da non disperdere. Oggi però non c’è tempo per parlarne. Oggi dobbiamo discutere di Educazione civica.

Mentre ci dirigiamo verso l’aula preparata per accoglierci arrivano anche le altre colleghe. Ci troviamo perché formiamo la Commissione nominata dal Collegio docenti per l’Educazione Civica, nuova materia obbligatoria dal prossimo anno nelle scuole di ogni ordine e grado. Ci accomodiamo a due metri di distanza, con le finestre aperte: parliamo a turno, ci scambiamo le opinioni sulle linee guida. La voce però ci esce stanca. Abbiamo passato l’anno della DAD, molti di noi hanno affrontato anche l’ultimo scoglio degli esami; nemmeno il tempo di staccare e siamo di nuovo qui per pensare ai prossimi mesi. La materia è vastissima, molto, è vero, già lo facciamo, si tratta però di definire, strutturare, organizzare, stabilire, programmare. Rileggiamo ancora frammenti delle Linee guida, integriamo con contributi mandatici dalla dirigente: almeno trentatré ore annuali, interdisciplinarietà, contenuti da scegliere-approvare-costruire, curvatura sugli indirizzi, valutazione in decimi, media, criteri da inserire nel PTOF, durata triennale del tutto; poi il Ministero, recependo il nostro lavoro, provvederà per tutti a normare, stabilire, ordinare. Buttiamo giù un’ipotesi di percorso: dipartimenti da coinvolgere, recupero delle attività già in essere scartando ab origine tutte quelle che corrono il rischio di saltare nel caso di un'altra general clausura. Le parole si diradano a mano a mano che tentiamo di venire a capo della cosa, di sintetizzare e di individuare un percorso plausibile, fattibile. Ma dove sono i nostri ragazzi in tutto ciò?

D’un tratto sulla porta, rimasta aperta, si affaccia la dirigente. Sorride, ci chiede come va. Anche lei ha lo sguardo stanco, più di noi: da mesi non fa che studiare decreti e ordinanze. Ci parla delle misurazioni delle aule, pare un geometra: in pratica ha misurato ogni angolo della scuola. Poi ci accenna all’anno prossimo, dice senza mezzi termini che quello che abbiamo fatto è niente rispetto a quello che ci attende. Alla fine ci scambiamo qualche parola di incoraggiamento per i rispettivi compiti e torniamo al lavoro. Scaccio a stento un’immagine che mi si para davanti. È l’orchestrina del Titanic: “Signori, è stato un onore suonare con voi stasera”.

Sono oltre due ore che ci confrontiamo: abbiamo buttato giù un percorso, ma tutto ci pare ancora da costruire. Siamo stanchi. Andiamo avanti un’altra mezz’ora: alla fine, prima di uscire, la proposta di un gruppo whatsapp per sentirsi più agilmente. È l’ennesimo, ma serve. Il nome vien da sé: dopotutto basta guardarsi negli occhi. Ci aggiorneremo fra qualche giorno. Nel frattempo, per quanto possibile, buona estate.