giovedì 3 settembre 2020

Lingua, cultura, storia e tradizioni venete: il caso della Valle dell'Agno

 Cari lettori e lettrici,

condivido un mio articolo apparso sull'ultimo numero di "Rezzara Notizie", periodico dell'istituto "Rezzara" di Vicenza e bollettino informativo dell'istituzione Università degli Adulti/Anziani. Il numero è ricco di interventi interessanti e ben scritti sulla lingua, la cultura, la storia e le tradizioni venete. Il mio articolo affronta tutto ciò con un focus sulla Valle dell'Agno (ovest vicentino). 



«Il Veneto ha tutto, si sente spesso dire: è come un piccolo universo geografico. Ha un territorio che comprende, in magica unità, montagne bellissime, una pianura fluviale e il mare; ha città splendide, monumenti di incommensurabile valore, ha gente che sa il fatto suo, ingegnosa, cosciente della propria storia e della propria ‘venetità’, che conosce i segreti della bellezza e del piacere del vivere, gente che ha però anche il senso della realtà, che ha conosciuto la durezza del vivere».

Così nella Guida del Veneto edita dal Touring Club Italiano (ed. 2005) veniva presentata la nostra regione. Una definizione efficace e che offre uno spaccato realistico di quanto il Veneto, almeno in parte, è. Tuttavia una guida turistica non può dire tutto: presenta i dati, descrive, ma non è uno studio. E a ben guardare il Veneto è anche una terra in cui i motivi di vanto vanno di pari passo con le contraddizioni: terra di crescita economica tardiva rispetto alle altre regioni del nord ma rapidissima e senza precedenti per portata, il Veneto è anche più di altre la regione in cui affiorano i limiti e i rischi di quello che il grande poeta Andrea Zanzotto chiamava «progresso scorsoio», basti solo pensare al triste primato in relazione al consumo di suolo o all’inquinamento dell’aria e delle acque, conseguenza di decenni di cementificazione selvaggia e pesante industrializzazione.

Con la sua rete di piccole e medie imprese, frutto dell’ingegno e della capacità delle sue genti, la regione ha poi sofferto particolarmente la crisi economica scoppiata nel 2008 e proseguita negli anni seguenti, crisi che ha messo in luce anche i limiti di un modello in crescente difficoltà rispetto alle sfide che la globalizzazione ha imposto. E a livello sociale? Con la crisi, accanto all’aumento dell’insicurezza e della sfiducia, si sono rafforzate le pulsioni autonomistiche aleggianti nella regione, talora sfociando in movimenti politici che si sono spinti ad invocare la vera e propria indipendenza rispetto ad un governo centrale percepito solo per le imposizioni, per la burocrazia, per le ingerenze all’arte di arrangiarsi tipicamente veneta. Secondo questa narrazione i problemi della regione risiederebbero sostanzialmente al di fuori e la toccherebbero in quanto importati in un mondo in sé altrimenti perfetto.

Da tale rinnovato senso di «venetità» sono anche scaturite negli ultimi anni varie iniziative di riscoperta di una sospirata identità veneta, tanto più sentita oggi dopo che nei decenni trascorsi il rapido sviluppo economico aveva di fatto spinto molti a troncare di netto i legami con un passato di povertà avvertito come un fardello di cui vergognarsi.

Ma è lecito allora chiedersi: quale cultura e quale identità riscoprire? Una sola? E in che modo? Penso in particolare al moltiplicarsi nel territorio di simboli legati alla storia veneziana o ai tentativi di insegnamento della lingua veneta attuati in alcuni comuni della regione. Non è scopo di questa riflessione quello di esprimere un giudizio tout court su iniziative di questo tenore quanto piuttosto di interrogarsi sulle modalità di approccio ad un patrimonio storico, culturale e sociale che va certamente preservato, valorizzato e trasmesso alle nuove generazioni. Questo obiettivo è del resto ben noto all’Istituto Rezzara e alle numerose sedi nel territorio vicentino dell’Università degli Adulti/Anziani, due istituzioni da molti anni impegnate, grazie all’apporto fattivo di docenti, collaboratori e corsisti, al recupero e allo studio della storia e della cultura delle genti venete.

E in tal senso il Veneto ha davvero molto da offrire: in campo artistico, musicale e letterario, con una storia che si snoda nei secoli e ai grandi affianca una miriade di figure minori ancora oggi in parte da riscoprire; in campo linguistico, con l’immenso patrimonio delle lingue locali e minoritarie, dal ladino al cimbro ai dialetti delle singole città, aree o specifiche attività; nel campo delle tradizioni locali e del folclore, con mondi anche molto diversi in dialogo fra loro; in campo sociale ed economico, con infinite storie di fatica, sofferenza, emigrazione, ma anche di grandi risultati. E si potrebbe continuare.

Un esempio per spiegarmi. Chi scrive vive nella valle dell’Agno, area in cui in modo particolare si avvertono le tensioni fra passato e presente e in cui non sono mancate iniziative di riscoperta e valorizzazione della cultura veneta come quelle citate sopra. Tuttavia i simboli – penso in particolare al leone marciano la cui effige ha conosciuto negli ultimi anni grande diffusione – da soli non bastano. Anzi, i simboli, quando non sono accompagnati da studio, consapevolezza e visione d’insieme, rischiano di veicolare significati fuorvianti e che poco hanno a che fare con la storia. Quanti fra coloro che si fanno vanto di esporre il vessillo della Serenissima esaltandone il governo illuminato hanno contezza della storia della valle e dei nobili che a lungo la ressero? Mi riferisco ai nobili conti Trissino, dalla cui schiatta fiorì nella prima metà del Cinquecento il letterato Giangiorgio, e che furono sempre legati agli imperatori tedeschi al seguito dei quali erano discesi in Italia; consolidati fra XIV e XV secolo i propri dominii grazie ad abili e talora spregiudicati giochi politici, nel secolo di Michelangelo e Tiziano, mentre confermavano la loro fedeltà alla Dominante, muovevano sospetti di aver abbracciato l’eresia protestante; nel frattempo governavano col pugno di ferro.


Come non chiedersi allora il significato di certe riproposte? Qual è il loro scopo e soprattutto quale identità puntano a veicolare? Perché se si vuole affrontare con coscienza e necessaria scientificità il tema dell’identità veneta si dovrà prima o poi fare i conti con la sua dimensione plurale, eredità delle numerose genti transitate per queste nostre terre, dalle montagne alla laguna, e degli influssi con popoli e culture vicine, penso in particolare all’area tedesca per tutta la fascia montana e pedemontana o, per Venezia, ai rapporti con l’oriente. Anche a tal proposito vorrei offrire un piccolo esempio personale. Cresciuto in collina, mi sono abituato ad osservare le cose da una certa distanza: dal colle dietro la contrada dove il mio bisnonno giunse alla fine dell’Ottocento dopo aver lasciato Castello di Arzignano, vedo bene l’autostrada A4 e, parallela ad essa, la strada regionale 11. Quella strada poggia sull’antica via Postumia. Ma ben prima anche delle insegne di Roma queste terre avevano conosciuto una civiltà fiorente e pacifica, quella dei cosiddetti paleoveneti, e continuando a ritroso possiamo giungere fino all’Età del Rame, come testimonia l’area sepolcrale emersa negli anni Novanta a Sovizzo. Dopo la caduta di Roma, per millenni questa stessa zona fu passaggio obbligato per eserciti e genti migranti che hanno lasciato i segni della loro presenza. Questa è l’identità del Veneto: plurale e pluristratificata.

Oggi la stessa via Postumia è percorsa da torme di turisti che, scendendo dal nord o arrivando dalla Lombardia, corrono ad affollare Venezia, altro grande simbolo dell’identità e delle contraddizioni che una certa idea di passato e, più in generale, di cultura rischia di veicolare. È il dramma stesso della città lagunare, costretta ad affidarsi al turismo di massa per sopravvivere e dallo stesso soffocata, consumata, ridotta a parco dei divertimenti, a ricordarci che accanto ad uno studio scientifico e rigoroso del patrimonio culturale è necessario pensare ad un modo nuovo di trasmetterlo e di fruirlo, contestualizzandolo in una visione più ampia, superando approcci ideologici e soprattutto guardando al futuro. La valorizzazione del passato e delle identità dovrebbe infatti aprirsi alle sfide globali, prima fra tutti quella per la salvaguardia del pianeta, concretizzandosi in un rapporto nuovo con il territorio, rispettoso di quanto è stato ma, al contempo, aperto al futuro. È senza dubbio un’impresa che richiede coraggio e impegno notevoli ma che, considerata la posta in gioco, non può restare intentata. Dopotutto siamo o non siamo veneti?



domenica 12 luglio 2020

Disperazione civica

Anno 2020. Ultimi giorni di giugno, in un liceo della provincia veneta.

Sono arrivato a scuola verso le nove. La riunione era alle dieci. Ne ho approfittato per scambiare qualche parola coi rari colleghi e con le persone che lavorano fra corridoi e uffici, poi sono andato in biblioteca per sistemare alcuni libri: l’aula in cui ho passato interi pomeriggi fra novembre e febbraio ora è silenzioso e scuro magazzino di pagine che a lungo nessuno sfoglierà.

Intorno a me un’aria strana. C’è il solito innaturale silenzio che pervade corridoi e aule prima e dopo le lezioni e ci sono gli ormai consueti visi sudati dietro le mascherine, gli schermi in plexiglas, i distributori di gel affissi ad ogni punto di passaggio e che mi ricordano le armi che decoravano la sala del banchetto nella reggia di Odisseo. Ma nessuna vendetta attende qui di essere celebrata, nessuno scontro finale è imminente. Al contrario l’immagine che presto, per contrasto, si associa alla reggia del figlio di Laerte è quella di un campo di battaglia dopo lo scontro. Intendiamoci: tutto è lindo, brillante, perfettamente sanificato, eppure la sensazione di attraversare il luogo ove si è consumata una battaglia non mi abbandona. Sarà l’architettura razionalista del liceo, saranno i mesi passati a sentire metafore guerresche, saranno stati gli esami svolti secondo un protocollo di sicurezza da fare invidia ai corpi speciali. Ma forse sono anche gli occhi stanchi seminascosti dalle mascherine e che paiono quelli di reduci da una campagna militare, forse sono gli spazi vuoti nelle aule che fanno pensare a cameroni di caserma…

E dopotutto non è stata una “guerra” anche quella della DAD, con la DAD, per la DAD? Nella mia scuola ce la siamo cavata bene: avevamo i mezzi e dai primi giorni di marzo siamo partiti con le videolezioni. Come scrivevo in quei giorni, era importante esserci. Per i nostri ragazzi. Ed è stato importante continuare. Lo abbiamo fatto all’inizio con entusiasmo, qualcuno con titubanza, talora con lo slancio, se vogliamo dirlo ancora per metafore guerresche, dei fantaccini nell’agosto del 1914. Tre mesi dopo, cessata l’euforia della didattica-lampo, trasformatasi la DAD in quotidiano logorio, immobile successione di giorni sempre uguali, abbiamo continuato, con le occhiaie, perdendo il sonno, qualcuno ricorrendo ai sostegni delle erbe o della chimica. Eppure ce l’abbiamo fatta, abbiamo portato a casa un anno. Nonostante tutto.

Esco dalla biblioteca, incontro Davide, uno dei colleghi con cui dovrò confrontarmi. Un sorriso si intravede nonostante la mascherina, poche parole ma che vengono dal cuore. Ci siamo parlati spesso in questi mesi, al telefono o su meet: sentirsi vicini, amici oltre che colleghi, è stato per me uno degli antidoti all’isolamento. Un altro è stato avvertire il sostegno delle famiglie di moltissimi miei studenti. Nella seconda in cui sono coordinatore non ho raccolto che parole di stima e ringraziamento per quanto abbiamo fatto. Tutti. Un frutto dolce da conservare, un dono da non disperdere. Oggi però non c’è tempo per parlarne. Oggi dobbiamo discutere di Educazione civica.

Mentre ci dirigiamo verso l’aula preparata per accoglierci arrivano anche le altre colleghe. Ci troviamo perché formiamo la Commissione nominata dal Collegio docenti per l’Educazione Civica, nuova materia obbligatoria dal prossimo anno nelle scuole di ogni ordine e grado. Ci accomodiamo a due metri di distanza, con le finestre aperte: parliamo a turno, ci scambiamo le opinioni sulle linee guida. La voce però ci esce stanca. Abbiamo passato l’anno della DAD, molti di noi hanno affrontato anche l’ultimo scoglio degli esami; nemmeno il tempo di staccare e siamo di nuovo qui per pensare ai prossimi mesi. La materia è vastissima, molto, è vero, già lo facciamo, si tratta però di definire, strutturare, organizzare, stabilire, programmare. Rileggiamo ancora frammenti delle Linee guida, integriamo con contributi mandatici dalla dirigente: almeno trentatré ore annuali, interdisciplinarietà, contenuti da scegliere-approvare-costruire, curvatura sugli indirizzi, valutazione in decimi, media, criteri da inserire nel PTOF, durata triennale del tutto; poi il Ministero, recependo il nostro lavoro, provvederà per tutti a normare, stabilire, ordinare. Buttiamo giù un’ipotesi di percorso: dipartimenti da coinvolgere, recupero delle attività già in essere scartando ab origine tutte quelle che corrono il rischio di saltare nel caso di un'altra general clausura. Le parole si diradano a mano a mano che tentiamo di venire a capo della cosa, di sintetizzare e di individuare un percorso plausibile, fattibile. Ma dove sono i nostri ragazzi in tutto ciò?

D’un tratto sulla porta, rimasta aperta, si affaccia la dirigente. Sorride, ci chiede come va. Anche lei ha lo sguardo stanco, più di noi: da mesi non fa che studiare decreti e ordinanze. Ci parla delle misurazioni delle aule, pare un geometra: in pratica ha misurato ogni angolo della scuola. Poi ci accenna all’anno prossimo, dice senza mezzi termini che quello che abbiamo fatto è niente rispetto a quello che ci attende. Alla fine ci scambiamo qualche parola di incoraggiamento per i rispettivi compiti e torniamo al lavoro. Scaccio a stento un’immagine che mi si para davanti. È l’orchestrina del Titanic: “Signori, è stato un onore suonare con voi stasera”.

Sono oltre due ore che ci confrontiamo: abbiamo buttato giù un percorso, ma tutto ci pare ancora da costruire. Siamo stanchi. Andiamo avanti un’altra mezz’ora: alla fine, prima di uscire, la proposta di un gruppo whatsapp per sentirsi più agilmente. È l’ennesimo, ma serve. Il nome vien da sé: dopotutto basta guardarsi negli occhi. Ci aggiorneremo fra qualche giorno. Nel frattempo, per quanto possibile, buona estate.

domenica 19 aprile 2020

Ritrovamenti da quarantena: il Gattermann di Primo Levi

Come gli amici più stretti ben sanno, la suprema arte del rumare, di cui ho avuto modo di scrivere qualche anno fa (Rumando d’estate… un ritrovamento straordinario), è una delle attività che più mi stanno a cuore, a cui mi dedico sovente e volentieri nel tempo libero e che, modestia a parte, ritengo di saper ormai svolgere con una discreta competenza oltre che con passione notevole – e per questo mi sembra riduttivo chiamare tutto ciò con i termini banali e spesso logorati di ‘hobby’ o ‘passatempo’.

Naturalmente l’arte del rumare si può esercitare quasi esclusivamente in tempi normali. In periodi eccezionali come quello in cui viviamo essa è pressoché impossibile da praticarsi secondo gli standard consueti: non è infatti nelle librerie linde e profumate che essa trova la sua applicazione, ma in mercatini polverosi, negozi dell’usato, cooperative, bazar nostrani, soffitte, cantine, talora addirittura discariche. La fisicità richiesta da questa umile, lenta azione di ricerca, spesso segnata dal successo ma talora anche da delusioni e sconfitte, è chiaramente impraticabile nell’isolamento imposto da decreti e ordinanze. Ma, dicevo, c’è sempre un ‘quasi’, un breve pertugio che consente limitati spazi di manovra ma non un’assoluta stasi delle operazioni. Mi riferisco, ovviamente alla rete.
Il piacere di rumare in rete è ovviamente molto diverso da quello che si prova in praesentia. Più che la metafora della caccia generica o della pesca, che si adattano meglio all’attività esercitata in tempi normali, in rete si dovrebbe parlare di ‘caccia di selezione’, un’attività pianificata e studiata negli obiettivi e nelle modalità, una ricerca mirata, precisa. L’obiettivo infatti non è in gran parte ignoto come in un’incursione fisica, come io almeno la intendo, ma è il libro raro, l’edizione particolare, il tassello mancante per una collezione. Chi ha letto il breve saggio di Walter Benjamin Tolgo la mia biblioteca dalle casse, Il mondo di ieri di Stefan Zweig o La biblioteca di notte di Alberto Manguel sa a cosa mi riferisco.

Si tratta di navigare tra le molte decine di siti, italiani e stranieri, noti o semisconosciuti, grandi o piccoli, specializzati o di semplici possessori, e di cercare. Ripeto, è soprattutto una caccia mirata, ma può accadere anche di imbattersi più o meno per caso nell’edizione dimenticata o nel tesoretto impensato. È chiaro che “grandi colpi”, acquisti cioè di piccoli o grandi tesori a prezzi convenienti quando non addirittura stracciati, possibili o anche frequenti per un rumatore esperto nel mondo reale, sono in rete molto più difficili da realizzare.

Ma veniamo alla scoperta di questa settimana, un libro che avevo cercato forse ai lontani tempi della mia tesi triennale ma che poi avevo dimenticato. L’altra sera, dopo aver visto l’interessante documentario “Le mani di Primo Levi” su Rai play, quel libro è ricomparso nella memoria e ha ripreso a solleticare la mia fantasia. Si tratta del manuale su cui Levi studio la chimica organica pratica, quel Die Praxis des organischen Chemikers di Ludwig Gatterman di cui fa menzione per la prima volta in Se questo è un uomo, nel capitolo Esame di chimica:

«Qualcosa mi protegge. Le mie povere vecchie Misure di costanti dielettriche interessano particolarmente questo ariano biondo dalla esistenza sicura: mi chiede se so l’inglese, mi mostra il testo del Gattermann, e anche questo è assurdo e inverosimile, che quaggiù, dall’altra parte del filo spinato, esista un Gattermann in tutto identico a quello su cui studiavo in Italia, in quarto anno, a casa mia».
Primo Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Einaudi, Torino 1989, p. 96.

Ho fatto una veloce ricerca nei principali siti che frequento di solito. La ricerca è stata tutto sommato facile e rapida: un’unica occorrenza, in una libreria antiquaria del nord. Allora mi ha sfiorato per un attimo il pensiero di rinunciare: le librerie antiquarie non offrono solitamente libri a buon prezzo e il piacere del ritrovamento aumenta in me se è accompagnato da una cifra bassa per ottenere l’agognato volume. Non mi si fraintenda, non si tratta affatto di un vile sentimento legato al risparmio di denaro. No, è il piacere di salvare un libro che altri hanno ritenuto di poco valore, è lo scovare il tesoro nel campo arato da altri centinaia di volte, è trovare la perla rara nell’ostrica finita per errore nel mucchio di quelle scartate.

Ma l’ansia di una ritirata ha ceduto alla gioia del colpo di mano possibile: il prezzo era buono, solo lievemente superiore alla media contando le spese di spedizione, e l’unicità del pezzo unita al mio amore per Levi hanno fatto il resto. L’ho ordinato e in capo a pochi giorni Die Praxis des organischen Chemikers, Berlin 1939, era sulla mia scrivania.

È un manuale austero, la cui autorità promana sin dalla copertina, al centro della quale, dopo autore, titolo, tiratura (26esima edizione!) e curatela, campeggia il logo dell’editore Walter De Gruyter & Co. All’interno la stampa è nitida e l’impressione si coglie lieve al tatto, le illustrazioni (cinquantotto, come richiamato sul frontespizio), arricchiscono taluni passi e fanno più chiaro e arioso il testo, come finestre in un antico palazzo. Le formule, per me purtroppo spesso incomprensibili, rendono poi il tutto come pervaso dal mistero della «Materia-Mater», la «madre nemica» (Così in Ferro, racconto del Sistema periodico) con cui Levi, da buon chimico, amava ingaggiare confronti.

Ecco ormai sulla scrivania la mia copia del Gattermann, questo libro tanto importante per Levi. Fu infatti grazie al tedesco imparato per studiarlo se il prigioniero 174.517 poté comprendere la lingua degli aguzzini, primo fondamentale ostacolo alla sopravvivenza in lager. E fu ancora anche grazie ad esso se, come ricordato sopra, Levi poté sostenere l’esame di chimica che lo preservò dal lavoro più duro a Monowitz. Infine questo manuale segnò anche il ritorno alla vita di Levi, al suo lavoro di chimico. Questo debito è testimoniato dal fatto che tre pagine di questo manuale saranno da Levi inserite, col titolo significativo Le parole del Padre, nella raccolta antologica La ricerca delle radici (Einaudi, Torino 1981):

«Includere fra le letture predilette queste tre pagine del mio vecchio testo di Chimica Organica Pratica non vuol essere una provocazione. In trent’anni di professione le ho consultate centinaia di volte, le ho imparate quasi a memoria, non le ho mai trovate in difetto, e forse hanno silenziosamente stornato guai da me, dai miei compagni di lavoro e dalle cose che mi erano affidate. Ma la loro citazione qui non è solo un atto di riconoscenza e di omaggio. Vi si sente qualcosa che è più nobile del puro ragguaglio tecnico: l’autorità di chi insegna le cose perché le sa, e le sa per averle vissute; un sobrio ma fermo richiamo alla responsabilità, il primo, a ventidue anni, dopo sedici anni di studio e infiniti libri letti. Le parole del Padre dunque, che ti risvegliano dall’infanzia e ti richiamano adulto sub conditione».
                                                                             Primo levi, La ricerca delle radici, Einaudi, Torino 1981, p. 83.

venerdì 6 marzo 2020

Letteratura: sfida al caos (fuori e dentro di noi)

Provincia di Vicenza, 2 marzo 2020. Sono le 9.28: è quasi tutto pronto per l’avvio della lezione. Una rapida occhiata agli appunti sulla scrivania, un altrettanto rapido controllo dello stato di connessione. Sì, siamo pronti. Considerato che ogni aspetto tecnico risulta a posto, condivido in piattaforma la password per accedere alla diretta streaming. I miei allievi mi seguiranno così. Sono una seconda liceo scientifico, nativi digitali, simili a tanti altri studenti d’Italia: in tempi normali molti di loro non attendono forse altro che la campanella della ricreazione per poter finalmente rispondere al moroso, alla morosa o… a genitori troppo apprensivi che li tempestano di messaggi ad ogni ora. Per poter, insomma, posare gli occhi su quello schermo che, come una calamita, cattura i loro sguardi, catalizza i loro sogni, le loro vite. Ma oggi non è una giornata normale. Oggi anche la lezione di Italiano si terrà attraverso uno schermo...

Cari lettrici e lettori,
condivido il link di una riflessione apparsa ieri sul blog laletteraturaenoi in merito a  questi giorni di sospensione forzata delle normali lezioni scolastiche.

Potete continuare la lettura dell'articolo cliccando qui sotto:

mercoledì 25 dicembre 2019

Il cipresso di Pietro Manina - racconto

Care lettrici, cari lettori,
come dono natalizio condivido il racconto uscito sull'ultimo numero di Quaderni Vicentini. Buona lettura e Buone Feste!
MS

Il cipresso di Pietro Manina

Fu sul finire del secolo decimonono, sotto la cura d’anime di don Marchesini, che al paese invalse l’abitudine, poi divenuta usanza e infine tradizione, di piantare un cipresso per ogni nuovo prete che la comunità offriva alla Santa Madre Chiesa. Il curato disse dal pulpito che aveva avuto questo suggerimento in sogno: un bambino gli era apparso e con la mano aveva accennato ad un piccolo cipresso sopra un colle. “Per grazia ricevuta”, aveva detto il piccolo prima di svanire, improvviso e misterioso com’era apparso. La domenica in cui il curato raccontò il sogno era un giorno di maggio particolarmente luminoso e bello che a lungo le genti delle contrade avrebbero tramandato nei racconti, al pari di quello, due settimane più tardi, in cui cantò la sua prima Messa al paese il giovane Tarcisio Bertola, partito undici anni prima per il collegio dei Salesiani di C*** e ritornato lustro nella sua talare nera, col tricorno calcato sulla fronte ampia e la cotta lavorata dalle suore di un convento della città che pareva ricamata dalle mani di un Serafino, tanto era prezioso il punto. Il cipresso allora fu piantato al margine della piazza, a pochi passi dalla chiesa, ché l’albero - aveva detto don Marchesini - doveva vedersi bene e spingere a devozione e preghiera la comunità, giacché erano sedici anni che al paese non cantava Messa un nuovo prete.
Il cipressetto, in apparenza alquanto gracile, venne posto con solenne cerimonia dopo la Messa cantata, e Padre Tarcisio, con quella voce flebile e quel portamento nobile ma insieme semplice e spontaneo che ebbe sempre e che tanto piaceva alle vecchine che affollavano i primi banchi per ascoltare le sue prediche quando, sempre più di rado col procedere degli anni, tornava al paese, Padre Tarcisio, dicevo, spese parole tanto belle per ringraziare don Marchesini di quel gesto che di certo da Lassù ebbero a ricordarsi di esse negli anni a venire perché quel giorno solenne di devozione e di festa inaugurò un periodo florido di vocazioni al paese.
Nel novantanove cantò la sua Prima Messa il giovane Giovanni De Pretto, che fece poi una brillante carriera nella cancelleria vescovile e divenne prima arciprete di una delle più popolose parrocchie della diocesi e poi Monsignore a Roma, voluto da sua santità Pio undecimo in persona per collaborare alla revisione di certe parti del Diritto Canonico, ai tempi del concordato fra lo Stato e la Santa Sede; fu poi la volta di Padre Severino Marangoni, che sentiva sua la vocazione del missionario e che tante chiese avrebbe fondato nell’America del sud, fino a terminare i propri giorni in odore di santità in un uno sperduto villaggio della Patagonia divenuto presto meta di folle di pellegrini.
Poi venne la prima Messa di don Germano Tovo, consacrato nel novecentosei, poi di don Giuseppe Cocco, nel tredici, e infine di don Francesco Borgo, destinato purtroppo a fulgida quanto breve esistenza. Cappellano di un battaglione di bersaglieri nella Grande Guerra, sarebbe caduto nel novecentodiciassette sul fronte della Bainsizza nell’atto di recare gli estremi conforti a due feriti nella battaglia. Fu decorato con medaglia d’argento al valor militare alla memoria.
Intanto però, col nuovo secolo, era venuta meno alla curazia la guida sapiente e ferma di don Marchesini, chiamato a maggiori responsabilità da sua Eccellenza il Vescovo. Dopo i primi cipressi, piantati tutti al margine della piazza per volere del reverendo curato, i suoi successori decisero, forse anche per motivi di spazio, di disseminare gli alberi fra le contrade da cui provenivano i consacrati alla vita sacerdotale.
Fu così che per i tre decenni successivi si videro spuntare tanti cipressi ai crocicchi delle strade quanti erano i nuovi figli che la curazia donava alla Chiesa. Le madri additavano ai figli quelle piante e talvolta le più devote li facevano inginocchiare ai loro piedi. Un’Avemaria, un Gloriapatri, e chissà che il Signore un domani non avesse chiamato alla sua sequela il piccolo che adesso salmodiava col capo chino e le manine giunte al petto.
Ma la strada tortuosa, talora oscura, degli uomini tanto si discosta dalle speranze delle madri! Il nuovo secolo non portò soltanto al paese il benessere delle strade lastricate o quello, invero assai più ambiguo e gravido di rischi per i giovani della via ferrata la quale, attraversando la grande pianura, metteva in comunicazione la campagna con la città e le sue tentazioni, portò anche le idee del nuovo secolo che tanto male avrebbero recato alla nazione. Fu così che sul principiare del quindici vennero gli oratori dalla città a incitare i contadini alla guerra contro i todeschi, che nulla avevano mai fatto ai nostri e che anzi tanta devozione avevano ma che spiacevano ai politici che volevano la guerra ad ogni costo. E la fiumana, sebbene i contadini scuotessero la testa, inondò anche i cuori più freddi: così la guerra giunse infine a mietere le sue vittime fra i figli delle contrade.
Dopo il conflitto accadde anche di peggio, con la marea dei rossi che spargevano ovunque le loro idee contrarie alla religione e quella dei neri che con le loro violenze andavano ad assaltare le sedi dei rossi. Dopo tante violenze l’ordine ritornò, ma fu ordine senza pace finché un’altra guerra, più brutta e terribile della prima, avrebbe spazzato il vecchio mondo e portato via quanto restava dell’anima antica del paese.

Luciano e Pietro crebbero nella contrada Piana, una delle più distanti dal centro del paese. Gemelli, erano nati il giorno della prima messa di don Pietro Gecchele, pure originario di quella contrada, il 22 maggio 1921. Il paese, elevato a parrocchia da pochi mesi, era bardato a festa come pochi ricordavano, giacché la festa per il nuovo sacerdote andava sovrapponendosi con il sesto anniversario dell’entrata del Regno nella guerra vittoriosa per la civiltà. Queste le parole che il cav. Bellomo, sindaco per il partito popolare, aveva volute nel pubblico proclama. I lavori preparatori erano dunque stati solenni, benché il parrocco, don Alessio Bertacche, avesse fatto notare al primo cittadino in via confidenziale che non era bene confondere la festa del regno della terra con quella che la Chiesa celebrava per un suo figlio consacrato alla gloria dei cieli. Tutto si svolse comunque nel migliore dei modi e don Gecchele si commosse nel momento in cui, con la banda che suonava e le campane che accompagnavano a festa, egli fu chiamato a gettare, secondo la consuetudine, la prima manciata di terra sulle radici del cipresso. Nessuno tuttavia se ne accorse, dal momento che il giovane sacerdote seppe dissimulare la commozione fingendo che un granello di terra gli fosse entrato nell’occhio; allo stesso modo, grazie ai rintocchi delle campane e agli squilli della banda, nessuno sentì che a poche centinaia di metri la Rosina, moglie del Matìo detto Dei covoli, urlava per le doglie del parto. Grande fu la sorpresa dei presenti, dalla levatrice al marito, rimasto fuori a tormentarsi il cappello, nel vedere che due erano i bambini venuti alla luce. La Rosina aveva preparato il nome per il solo Luciano, per rinnovare quello del suocero; ma dal momento che le creature che il Signore le aveva dato erano due, da donna devota qual era, il secondo lo volle chiamare col nome di don Pietro. Chissà che non le portasse bene, che era suo desiderio profondo avere anche lei un giorno un figlio consacrato al Signore.
Il parroco don Alessio Bertacche venne il giorno seguente a battezzare i fanciulli, i quali, benché magri, apparivano di colorito roseo e di sana costituzione. Disse poi alla Rosina che aveva fatto bene a dare il nome di un sacerdote novello, che il Signore si sarebbe di certo ricordato di lei e del suo gesto di carità.

Quando i bambini cominciarono a muovere i primi passi, la madre li conduceva sovente al cipresso piantato per la prima Messa di don Gecchele. Raccontando la storia della tradizione di piantare quei tronchi pii e ricordando ai fanciulli il giorno in cui erano venuti al mondo, sperava di far nascere in uno di essi quel sentimento che è premessa, diceva don Alessio dal pulpito, alla chiamata del Signore. I bambini annuivano e poi si inginocchiavano per dire la preghiera a mani giunte. Fra loro si dicevano che erano come due metà della stessa persona e che il cipresso, venuto al mondo con loro, era un fratello silenzioso anche lui.
Passarono gli anni, Luciano e Pietro crescevano belli e tanto simili l’uno all’altro che per riconoscerli la Rosina aveva cucito una fascetta verde da legare al braccio del primo e una bleu per il secondo. Ma quando entrarono nella giovinezza e cominciarono a frequentare le compagnie di coetanei, i fratelli scherzavano sul fatto che più di una volta si erano scambiati la fascia per fare uno scherzo alla madre. Ridendo dicevano che nemmeno loro sapevano chi erano, ma tanto poco importava giacché erano uguali e che quanto a forza e intelligenza uno valeva l’altro.
Altre volte si rincorrevano per la strada, scambiandosi, fra allegri richiami, il nome e quando arrivavano al cipresso di don Gecchele, chiamavano anche lui dicendo che era per loro un terzo gemello. Se la Rosina a volte li rimproverava per quegli scherzi e perché c’era, diceva, da diventare matti con quei figli che si prendevano gioco di tutto, tanto si somigliavano come due grani di sorgo, il vecchio Matìo scuoteva la testa e diceva di lasciarli fare, purché crescessero sani e robusti per dare braccia in casa.
Allora non potevano sapere che di lì a pochi anni il destino avrebbe pensato a distinguerli nel modo più atroce. Fu durante la mietitura del Trentanove, l’ultima del mondo in pace prima della grande burrasca che avrebbe tempestato il mondo. Nessuno fra i presenti seppe mai dire come quella cinghia si fosse impigliata o come mai Pietro si fosse tanto avvicinato alla testa della trebbiatrice, fatto sta che in un attimo la macchina gli aveva divorato la mano sinistra fin quasi a metà del braccio. Lo salvarono per miracolo, giacché quel giorno al paese era presente il dottor Cinquetti, venuto a visitare il vecchio maestro Andrian Del Maso, colpito da spasmi, e prestò le prime cure conducendo in automobile il ferito all’ospedale. Là Pietro fu operato d’urgenza da un professore che aveva fama di luminare in chirurgia, avendo imparando il mestiere sui campi della guerra. E in effetti lo sottrasse alla morte, ma disse che nulla si poteva fare per salvare la mano al ragazzo. Conclusa la convalescenza di sei mesi Pietro si ritrovò menomato. Il professore però non demordeva: disse che la scienza faceva miracoli e che c’erano delle protesi in grado di riprodurre in tutto e per tutto i movimenti di una mano fatta di ossa e di carne. Pietro prima di accettare volle parlare con suo fratello. Si parlarono e solo allora l’infortunato accettò di indossare la mano meccanica. Quando ritornò al paese, i malevoli, che dappertutto ci sono, presero a chiamarlo Pietro Manina. Ma lo facevano di nascosto, che Luciano al solo sentire da distante quel nomignolo andava in bestia e una volta poco mancò che rompesse la faccia ad un coscritto che aveva voluto fare dell’ironia sul conto di Pietro.
Ma i mesi scorrevano rapidi e il mondo allora sembrava impazzito di nuova strage. La bufera scoppiò in Polonia ma in breve, come un incendio che dà fuoco prima alla stalla, poi al fienile e poi, inarrestabile, arriva a divorare le case attorno finché l’intera contrada brucia, si diffuse nei paesi, invocata a gran voce dai capi che comandavano nelle città del mondo. Così dopo l’oro, il rame e il ferro le famiglie si trovarono a donare i figli. Ma a differenza dell’altra guerra, nessuno, nemmeno chi partì per primo, lasciò il paese cantando. L’aria era pesante e la domenica le madri, andando in chiesa, voltavano la testa perché lo sguardo non cadesse sul monumento ai caduti. Al termine delle funzioni accendevano i ceri all’altare della Madonna del Carmine, a domandare la salvezza per i figliuoli o i mariti lontani.
Pietro, ormai menomato, fu scartato alla visita di leva e quando Luciano fu costretto ad indossare le giberne non riuscì ad accettare di veder partire il fratello. Avevano condiviso tutto da quando erano nati. Persino una volta, per scherzo, prima dell’incidente si erano scambiati le morose. Nessuna delle due si era accorta e avevano passato la serata passeggiando a braccetto e dicendosi le frasi d’amore.
Rimase a casa, ad aiutare, come poteva, il padre nei campi e a consolare la madre che per Luciano non si dava pace.

Dicono che fu nell’estate del quarantuno che Pietro fece il voto che poi lo portò alla pazzia: Luciano gli mancava sopra ogni cosa; persino alla morosa aveva detto che era meglio non vedersi fino a quando suo fratello non fosse ritornato dal fronte: non era giusto - disse - che lui a casa si godesse la vita mentre l’altra sua metà era in guerra a rischiare la pelle. La ragazza, che era di buon cuore, aveva capito e benché addolorata aveva rispettato la sua volontà. Ma questo a Pietro non bastava. Così un giorno si recò al cipresso davanti al quale tante volte aveva pregato col fratello e giurò che si sarebbe fatto frate il giorno in cui Luciano sarebbe ritornato dalla guerra. In ginocchio, giurò fra le lacrime e poi si fece tre volte il segno della croce per rendere più solenne il voto.
Chi mai fra i poveri diavoli che siamo può scrutare i pensieri di Colui che tutto governa? Certo, nessuno può indovinare le vie stabilite lassù, ma allora, perché l’uomo tanto pena senza capire? Forse è lecito pensare che non ci sia spiegazione alla sofferenza dei poveri che stanno quaggiù e tribolano e soffrono e muoiono per le parole vuote di chi sempre la guerra la vuole ma a farla poi manda gli altri?

Luciano non tornò mai dalla guerra verso cui era partito. Artigliere alpino della Julia, sopravvisse alle montagne dell’Albania per finire poi inghiottito dall’immensa steppa ucraina. Da laggiù scriveva alla famiglia e a Pietro cartoline piene di speranza per l’avvenire, e intanto chiedeva della semina, del raccolto, della vendemmia e del prezzo del fieno al quintale. A Pietro mandava i saluti e fra le righe, perché la censura non capisse, gli faceva capire che in fondo era meglio che la guerra fosse andato solo lui a farla. E scherzava dicendo che c’era tanta neve in Russia da fare settimane di villeggiatura per i ricchi della città. L’ultima cartolina giunse al paese datata 4 gennaio 1943. Poi fu il silenzio.

Pietro dal giorno dell’ultima cartolina non si dette pace. Nessuna notizia, nessuna parola, niente. La Rosina sentiva e pure taceva: lo vedeva cambiato, era come se qualcosa si fosse rotto dentro di lui. Divenne taciturno e schivava la compagnia. Lavorava nei campi con foga, per quanto la mano menomata gli consentiva, ma appena poteva se ne andava da tutti. Sovente correva al cipresso in fondo alla strada, vi girava intorno, si sedeva ai suoi piedi; qualcuno disse che ci parlava addirittura. Passò un altro anno, in paese arrivarono i tedeschi, e i fascisti rimasti si toglievano il cappello quando passavano le vetture in grigioverde degli alleati; inviperiti, davano la caccia nei casolari ai renitenti e ai figli delle contrade che erano passati con i partigiani. Pietro ormai pareva lontano da tutto questo: si guardava intorno e non capiva. Passava giornate intere ai piedi del suo cipresso, come aveva preso a chiamarlo. In paese si diceva che ormai la crepa che aveva dentro faceva da timone alla sua vita. Eppure una sera sul finire di maggio accettò senza titubanze la proposta del Rosso, che si diceva fosse il capo dei partigiani della zona, quando questi gli domandò di diventare portaordini.  Forse vide l’occasione per fare anche lui la sua guerra, forse lo convinsero i racconti di chi dalla Russia era tornato raccontando che i tedeschi urlavano contro gli italiani peggio che con le bestie da macello e che quando era arrivato l’ordine della ritirata li avevano abbandonati nella steppa sparando a chi tentava di salire sui loro autocarri. Nell’inverno del quarantaquattro il Pietro fece la spola innumerevoli volte fra le cascine della campagna, consegnando biglietti in codice che erano in realtà gli ordini alle pattuglie. Dai biglietti passò alle provviste, dalle provviste agli esplosivi e alle armi. Come nome di battaglia scelse di chiamarsi Luciano. Gli altri capirono e dissero che era il nome più bello che potesse scegliere.
Fu al ritorno da una di queste missioni che lo presero i fascisti. Addosso Pietro non aveva niente, ma tornava in pieno febbraio dai campi e a nulla valse la scusa della zia malata che gli avevano suggerito. Chi aveva fatto la spia disse che non aveva zie malate da andare a trovare. E così lo pestarono a sangue e lo buttarono in carcere, in città. Solo una volta finita la guerra vennero fuori i racconti di chi era stato arrestato, dissero delle torture e di tutto quello che i fascisti avevano fatto nelle carceri ai prigionieri. Molti avevano ceduto, ma Pietro-Luciano no, non aveva parlato. Lo liberarono i partigiani quando la città insorse e lo proposero a Roma per una medaglia. Ma a Pietro della medaglia non importava proprio niente. Con la cattura, le botte e il carcere, la crepa che aveva dentro si era allargata. Cominciò a non dormire più a casa la notte: vagava per i campi come una bestia che ha perduto l’orientamento e solo accanto al suo cipresso ritrovava la pace. Smise quasi del tutto di parlare: ripeteva soltanto il nome di Luciano e metteva insieme frasi sconnesse e senza senso. Diceva anche del voto, che doveva farsi frate. Quando? Presto, il tempo che tornasse Luciano dai campi e sarebbe partito. Ma le stagioni scorrevano e Luciano dai campi non tornava mai.
Passarono altri anni, il paese cambiò volto. Accanto alle case ora sorgevano le fabbriche, le distese di frumento cedevano il passo ai capannoni. La gente pareva diventata matta per il cemento: scansava la terra, la schifava. I giovani inseguivano il lavoro nelle fabbriche, ché là dentro davano soldi veri a fine mese e non bestemmie e vita da cani come in campagna.
E poi anche la famiglia di Pietro in parte si rinnovò in parte si disperse: fratelli e sorelle si sposarono e andarono altrove, i vecchi morivano. Il primo ad andarsene fu il Matìo, nel Sessantotto, per un colpo apoplettico, la Rosina invece resistette ancora lunghi anni. Diceva che non poteva morire in pace, con un figlio disperso in Russia e uno disperso a casa. Fece costruire una piccola tettoia accanto al cipresso in fondo alla strada e passava le giornate con Pietro in silenzio, lui ad inseguire i suoi pensieri e lei a lavorare ai ferri o a recitare sottovoce un rosario per i suoi figli perduti.
Ricordo che feci in tempo a conoscerla, ingobbita per il peso degli anni e quasi cieca. Se ne andò una mattina di maggio dell’Ottanta, mentre il mondo galoppava verso il progresso e ormai di quella guerra lontana quasi nessuno aveva voglia di ricordarsi. Pietro Manina invece fu uno dei personaggi della mia infanzia. Silenzioso, sempre seduto sotto la tettoia, la protesi appoggiata stancamente sulla gamba, ci guardava sfrecciare in bicicletta accanto al suo cipresso e le rare volte in cui accettava il saluto mio e dei miei amici non perdeva occasione per dirci che stava per partire. Sarebbe presto andato frate. E quando noi, con la malizia dei bambini, insistevamo e gli chiedevamo quanto presto lui alzava le spalle. Poi, gettata un’occhiata al cipresso, rispondeva:
- Presto, non appena torna Luciano dai campi.

Ora che tanto tempo è passato e anche Pietro non c’è più ripensare a quegli anni lontani mi reca la nostalgia che è propria di chi ha perduto qualcosa di caro. Vecchi che raccontano storie non ce ne sono più ormai, e nessuno più in paese pianta cipressi. Col dopoguerra e il calo dei preti, accanto al mondo di ieri, è scomparsa anche questa pratica: degli alberi piantati alcuni sono morti, schiantati dai temporali o stecchiti dal sole di queste estati sempre più calde, altri, quelli posti davanti alla chiesa, sono stati abbattuti quando il Comune ha deciso la riqualificazione urbanistica della piazza. Solo il cipresso di Pietro e di Luciano è ancora là. L’ultimo. È crollata la tettoia, il tempo ha lavato la memoria e forse domani qualcuno, in qualche ufficio di Roma o di Venezia, stabilirà che sul terreno in cui sorge l’albero piantato tanti anni fa per don Gecchele dovrà passare un’autostrada. Allora anche il quel cipresso, il cipresso di don Gecchele e di Pietro Manina, sarà abbattuto.
Per ora è là. Resiste. Una sera di queste magari porterò i miei figli a vederlo da vicino e racconterò loro la storia che ormai nessuno sa più. Poi diremo insieme un’Avemaria. Infine, accompagnati dal chiarore di queste sere di maggio, cammineremo per mano fino a casa.




domenica 13 ottobre 2019

Fontane perdute, fontane ritrovate


Pubblico di seguito un breve articolo uscito sul fascicolo della Sagra di S. Eurosia di S. Urbano.


«Il primo che venne ad abitare quassù pare sia stato un certo Biasio Massignan, il quale proveniente da Marsiglia, dapprima si fermò a Novale di Valdagno, pascolando le pecore, dipoi passò a S. Urbano, dove, trovata l’acqua necessaria per il bestiame, pose sede». Così Agostino Agosti descriveva, all’inizio del Novecento, le origini dell’abitato di S. Urbano nel suo Memorie storiche di Montecchio Maggiore (Arzignano, Tip. Dal Molin 1909). Se oggi gli studi storici e le scoperte archeologiche hanno posto ben più indietro nel tempo i primi insediamenti di quello che sarebbe in seguito divenuto S. Urbano, su un dato l’Agosti aveva ragione: quell’acqua che il pastore Biasio trovò per le sue pecore è da sempre una ricchezza che ha consentito la vita sui nostri colli, favorendo la pratica dell’agricoltura e lo sviluppo delle contrade.

Oggi che le memorie vanno svanendo, soffocate dalla fretta, dalla distrazione e dagli interessi economici per essere spesso sostituite da storie che poco hanno a che vedere con la civiltà contadina, a testimoniare il rapporto antico fra uomo e acqua restano le nostre fontane, ben tre quelle dell’abitato principale – la fontana del prete, del prà de Bepo, del Lavello – e quelle sparse per le contrade del colle e della pianura. Così l’escursionista domenicale che, partendo dal centro del paese, voglia raggiungere i Bernuffi costeggiando l’antico confine fra Montecchio e Sovizzo sul monte Sarolo percorre appunto il sentiero “delle fontane”; e qualora volesse proseguire altre ne troverebbe, tanto proseguendo verso i Bernuffi quanto scendendo verso la Valbona lungo l’antica Strada degli asini, ripulita, come altri sentieri, dal “Gruppo trodi M. Pellizzari”.

E qui giova riflettere un istante sui toponimi. Valbona, la valle buona, la valle dai campi fertili, è nome che rivela ancora una volta l’importanza dell’acqua per la vita nel nostro territorio, nome attestato, per quanto sappiamo, sin dal 1206. Da un documento conservato presso l’archivio diocesano si apprende infatti che l'allora titolare della Chiesa di Vicenza, il vescovo Uberto, al fine estinguere un cospicuo debito in cui versava l’episcopato, ottenne dal patriarca di Aquileia, suo superiore, di vendere ai canonici della cattedrale alcune proprietà vescovili, tra cui un feudo che, comprendendo i territori di Montemezzo, Monteviale e Gambugliano, proseguiva attraverso la valle e i colli «sino alla Valle Bona […] e dalla stessa Valle Bona risalendo per il Turrino sino a Bocca delle Mole» (A. Morsoletto, Signori e popolo nelle prime valli del Retrone nell’Età di Mezzo, in Sovizzo e le sue genti. Storia di un villaggio rurale alle sorgenti del Retrone, a cura di A. Dani, Edizione del Comune di Sovizzo 1994). Altro nome per la contrada, tramandato dalle memorie orali, è Valbruna, probabilmente dall’antico germanico *Brunno, cioè “sorgente” (Luciano Chilese, Toponomastica di Montecchio Maggiore, Francisci Editore, 1988). La valle buona, la valle della sorgente. Ecco cos’era la Valbona, prima che l’acqua si accompagnasse negli ultimi anni al pensiero dell’inquinamento, delle falde compromesse, dei PFAS…

La fontana perduta...
Giunto infine in Valbona, il nostro escursionista potrebbe oggi godere di una piacevole scoperta e, al contempo, soffrire la scomparsa di un altro capitolo della nostra storia. Due erano infatti le fontane di Valbona conosciute: due almeno fino allo scorso anno. Di una, più in alto, si erano in realtà da tempo perse le tracce, dal momento che un canneto, cresciuto fin troppo rigoglioso, aveva soffocato l’antico sito; l’altra era invece visibile dalla strada che conduceva alla contrada, seppur negli ultimi tempi coperta dall’erba alta e da qualche russa spuntata attorno. A pochi passi da quest’ultimo manufatto sorgeva la lapide, oggi spostata sull’altro lato della carreggiata, che ricorda Marziano Salvato e Sereno Patalfi, caduti il 26 aprile 1945 combattendo per la libertà contro il nazifascismo. La fontana era lì. Era, appunto, fino al 26 aprile 2018. Triste ironia della sorte, settantatré anni dopo lo scontro che portò alla morte i due giovani la fontana è stata distrutta dal sopravanzante cantiere della Superstrada (a pagamento) Pedemontana Veneta. Quasi nessuno se n’è accorto, a parte gli abitanti della contrada, che su quella fontana avevano costruito la loro storia, e qualche altro, appassionato o non del tutto distratto dal rumore di un mondo troppo preso da altro che dalle tracce di un passato ormai lontano. E pensare a quante fatiche, quanto lavoro, quante storie di vita si sono accumulate fra quei sassi, fra quel lento silenzioso scorrere di acque…

... e la fontana ritrovata
E tuttavia non vogliamo lasciarci con il pensiero di ciò che non è più, perché, come dicevamo, in quelle stesse settimane è stata riportata alla luce da alcuni volontari la fontana più alta della contrada. La struttura è quella tipica delle fonti del nostro territorio: un piano superiore per raccogliere l’acqua e un lavatoio inferiore, realizzato nel Novecento, a sfruttarne il corso per consentire il lavaggio dei panni. Attualmente l’acqua non scorre, ma un piccolo intervento alla conduttura – ha commentato un paesano del posto – la potrebbe senza troppa fatica far rivivere. Ci affidiamo a questa speranza, perché anche l’acqua, come le memorie della nostra terra, torni a scorrere. E magari, scorrendo, possa far riflettere l’escursionista domenicale, e noi con lui, su un mondo che non è più ma che avrebbe, forse, ancora qualcosa da insegnare.






venerdì 4 ottobre 2019

Articolo "Fuga da Lipari"

Lipari, sabato 27 luglio 1929. La sera sta calando sull’isoletta siciliana divenuta la principale colonia di confino del regime fascista. All’imboccatura del porto alcuni carabinieri di guardia notano un motoscafo. Non danno tuttavia l’allarme: si tratta di certo di uno dei mezzi del servizio di sorveglianza, magari preso in prestito da qualche papavero dell’isola per un giretto serale in dolce compagnia.

Il motoscafo ha il motore spento. A bordo, però, nessun gerarca, niente militi o carabinieri. Tre antifascisti: il capitano Italo Oxilia, già responsabile della fuga di Filippo Turati in Francia nel 1926 al timone, ai motori Paul Vonin e a prua, a scrutare l’orizzonte, Gioacchino Dolci, ex confinato proprio a Lipari. I minuti passano. Interminabili...


Cari amici lettori,
sul sito www.laletteraturaenoi.it da oggi trovate un mio articolo (di cui sopra ho proposto l'incipit) in merito all'incredibile fuga di Emilio Lussu, Fausto Nitti e Carlo Rosselli dal carcere a cielo aperto di Lipari avvenuta sabato 27 luglio 1929. 

Una versione più ampia dell'articolo si può invece trovare sull'ultimo numero della rivista Quaderni Vicentini, reperibile nelle migliori edicole e librerie della provincia di Vicenza.