domenica 22 febbraio 2015

Collaborazione con "Scuola Twain"

Agli amici lettori comunico che, nonostante il poco tempo a disposizione, ho accettato l'invito di alcuni conoscenti a collaborare con il sito del progetto "Scuola Twain". Per saperne di più sul progetto potete andare direttamente alla pagina di presentazione cliccando qui; per leggere i miei interventi potete accedere al sito e andare sulla pagina 'Agorà' e quindi entrare nella sezione 'Opnioni'.  Di seguito trovate i link dei post di gennaio e febbraio:


Si tratta di approfondimenti e interventi su argomenti diversi e questioni che mi stanno a cuore, più o meno letterarie, un po' come avviene anche in questo blog. Vi ringrazio sin d'ora per l'attenzione che vorrete rivolgere alle mie parole e vi saluto cordialmente.
MS

domenica 8 febbraio 2015

"L'eco delle battaglie": in arrivo la seconda edizione

Cari lettori,
questo è un post di notizie. Prima di dare spazio a quella annunciata nel titolo, procedo con un'altra. Dovrete infatti scusarmi, nei prossimi mesi non riuscirò a dialogare con voi con assiduità. Ho iniziato il percorso di studi del TFA, il Tirocinio Formativo Attivo, cui spesso ho accenanto negli ultimi mesi, a volte in post scanzonati, altre volte in riflessioni più serie. Ora dunque il tempo, già poco, si è ulteriormente assottigliato. Farò il possibile, ma non potrò scrivere molto.

Seconda notizia. Come già annunciato alcuni giorni fa su facebook, L'eco delle battaglie, uscito lo scorso anno più o meno in questo periodo, è giunto alla seconda edizione. Per questa tappa importante devo ringraziare molte persone, in primis i miei giovani lettori e tutti coloro che hanno contribuito a diffondere il testo e a far sì che venisse letto. Notizia nella notizia: per la seconda edizione il testo uscirà con un "vestito" nuovo, una nuova copertina e una sopresa. Grazie all'ottimo lavoro dello staff di Raffaello Editrice, il libro ha ottenuto il logo ufficiale della Presidenza del Consiglio dei Ministri per le iniziative legate al centenario della Grande Guerra, un riconoscimento che mi onora e mi carica di responsabilità verso il dovere della memoria di quel lontano conflitto.

Terza notizia. Molti sono stati i giovani lettori che in questi mesi ho incontrato. Da essi ho ricevuto numerosi doni, fra cui i disegni realizzati a seguito della lettura del libro e nel corso delle attività di approfondimento organizzate dagli insegnanti. Pubblico di seguito alcuni di questi disegni (mi scuso per l'orientamento di alcuni di essi ma il nous elettronico li ha posti così e non sono riuscito a modificarli) come segno di ringraziamento per tutto quanto ricevuto, con l'impegno, ovviamente, di pubblicarne altri in futruro. 
Come ha scritto nel suo discorso all'Accademia di Svezia il Premio Nobel Patrick Modiano, quando un autore termina di scrivere un libro, questo non appartiene più a colui che l'ha scritto ma ai lettori che lo leggeranno. Grazie di cuore a tutti coloro che hanno letto o leggeranno L'eco delle battaglie.









domenica 25 gennaio 2015

Giorno della Memoria: due proposte per riflettere e capire

Dopodomani sarà il 27 gennaio, Giorno della Memoria, istituito <<al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. Così la Legge n. 211 del 20 luglio 2000.

Quest'anno la celebrazione del Giorno della Memoria si carica di un significato più solenne, ricorrendo il settantesimo anniversario di quel 27 gennaio 1945 in cui i russi liberarono il campo di Auschwitz. E se già da qualche giorno i media hanno iniziato a parlare dell'argomento, ci attende una settimana senza dubbio ricca di riflessione e memoria. Giusto che sia così. Confido che si riesca davvero a riflettere, a farlo profondamente, in silenzio, nonostante il molto rumore che accompagna ogni ricorrenza.

Intravedo un duplice rischio quando la memoria diventa ufficiale, quando si fa istituzione: quello, comune a tutte le ricorrenze, di perdere il senso profondo di ciò che si fa, trasformando alla lunga la memoria in una cermonia ripetuta e stanca; l'altro rischio, più complesso ma non meno fuorviante, legato al ricordo delle grandi persecuzioni e stragi, è quello di lasciarsi troppo suggestionare dalle emozioni. Le emozoni contano, ma non possiamo comprendere a fondo la Shoah se, accanto al cuore, non poniamo anche la mente, se non ci sforziamo di capire, e di capire a fondo ciò che è avvenuto. È questo un insegnamento che ho appreso ascoltando di persona chi visse i fatti di settant'anni fa, ed è per questo che vorrei proporre, in occasione del Giorno della Memoria di quest'anno, due opere che, fra le tante che ci verranno proposte, possono aiutarci a riflettere e capire. Meglio, a riflettere per capire.

La prima opera è un film: Hannah Arendt. Uscito nel 2012 ma giunto in Italia solo lo scorso anno, è, come suggerisce il titolo, dedicato alla pensatrice omonima, una delle più importanti del Novecento. Non è una biografia di Arendt, bensì un film che indaga la genesi di una delle opere fondamentali da lei scritte, La banalità del male. Nel 1961, dopo essere stato catturato dai servizi segreti israeliani, Adolf Eichmann, ex tenente colonnello delle SS responsabile dei trasporti ferroviari che deportavano gli ebrei, fu tradotto a Gerusalemme e processato. Fu un evento mediatico senza precedenti oltre che il più importante processo ad un nazista dopo quello di Norimberga, e  Hannah Arendt vi assistette in qualità di inviato del settimanale statunitense "New Yorker". Dall'osservazione diretta di Eichmann e dalla lettura degli atti del processo, Arendt maturò una riflessione sul concetto del male che espose in un saggio destinato a fare storia. Il film, diretto da Margarethe Von Trotta, racconta con nitore e senza retorica la genesi dell'opera e le vivaci (in certi casi violente) reazioni che suscitò la tesi della pensatrice: il male non era qualcosa di mostruoso, di sadico, di sanguinario; esso, anzi, si celava dietro un funzionario ligio e scrupoloso, estremamente povero di idee, che in ottemperanza ad una legge perversa aveva rinunciato a pensare con la propria testa. Una tesi che, appunto, all'epoca suscitò non poche reazioni, ma che fu portata avanti e difesa con coraggio dalla pensatrice. Il film di Von Trotta, al pari della Hannah Arendt storica, si sforza di capire. Lo fa, dicevo, senza enfasi, spettacolarità e patetismi, restituendo un'immagine lucida e lasciando allo spettatore, alla fine, la possibilità giudicare.

La seconda opera che suggerisco è un libro, Dora Bruder, dello scrittore francese Patrick Modiano, premio Nobel per la Letteratura 2014. È la storia vera di una ragazza ebrea di Parigi, deportata ad Auschwitz e della quale Modiano tenta di inseguire le tracce. Tutto ha inizio con un annuncio che l'autore scopre in una rivista del 1941: <<Si cerca una ragazza di 15 anni, Dora Bruder, m 1,55, volto ovale, occhi castano-grigi, cappotto sportivo grigio, pullover bordeaux, gonna e cappello blu marina, scarpe sportive color marrone. Inviare eventuali informazioni ai coniugi Bruder, boulevard Ornano 41, Parigi>>. Con queste poche righe in mano, Modiano si getta in una ricerca silenziosa ma appassionata, inseguendo tracce flebili, scolorite, fra i pochi documenti disponibili e ripercorrendo le strade di una Parigi che trascende di continuo i limiti temporali, in cui i decenni sfumano e la topografia della città coeva all'autore si sovrappone, mescolandovisi, con quella della Parigi dei tempi dell'occupazione. È, quella di Modiano, una ricerca e insieme un cammino di riscoperta di un passato oscuro e a lungo rimosso, passato che si mescola a fatti autobiografici, a riflessioni sulla memoria, sui luoghi, sul rapporto fra essi e le persone che vi abitano. Soprattutto, se letto in prospettiva del Giorno della Memoria, è un libro che fa di essa, della memoria, un qualcosa di vivo e da riscoprire con l'urgenza di un fatto privato. Ecco la forza del libro: inseguendo Dora Bruder, Modiano insegue una storia personale, dà un volto a questa ragazza, una fra le tante. Lo fa con una lingua scarna ed essenziale, senza orpelli e senza retorica e che tuttavia si apre a momenti di assoluta poesia. E pare alla fine di averla conosciuta, Dora Bruder: non una cifra, non più un nome fra milioni. Lei sola, eppure tanto basta per comprendere.



domenica 18 gennaio 2015

Prima de parlar, tasi! Per difendersi dalla scrittura rumorosa

C'è nel dialetto veneto una formula breve ed efficace, una sententia direbbe Seneca, che dovrebbe regolare ogni conversazione, anzi, ogni forma di comunicazione parlata fra le persone; è una formula che quasi tutti dalle mie parti hanno appreso dalle mamme e dalle nonne: Prima de parlar, tasi! La traduco liberamente, cercando di tradurne il significato profondo: "Prima di parlare, stattene zitto, pensa, rifletti, onde evitare di fare figure magre o, come si dice sempre dalle mie parti, da ciòdi".

Prima de parlar, tasi! Questa formuletta mi ha accompagnato negli ultimi dieci giorni: saltava fuori all'improvviso, talora con leggerezza e talora con fare impertinente, ogni volta che, con mezzi diversi, mi giungevano notizie di quanto accadeva nel vasto mondo. Sono stati dieci giorni che non occorre descrivere: gli attentati di Parigi, le volontarie liberate, il viaggio del papa nelle Filippine, le notizie dal medio oriente...
Nulla di troppo nuovo in fondo, verrebbe da dire, se non, forse, per la drammatica successione degli eventi. Non è di questo, però, che vorrei scrivere oggi, bensì di una riflessione che ho maturato in questi giorni a seguito di questi fatti e, soprattutto, a seguito del tanto parlare sopra di essi cui abbiamo assistito. In dieci giorni ne abbiamo sentite di tutti i tipi, in tutti i toni, con tutte le sfumature possibili; si son visti nascere o rinascere esperti di questo o di quest'altro argomento, si sono scritti editoriali, articoli da prima o da (fu) terza pagina, lettere aperte, comunicati stampa, post di ogni genere prontamente decorati da pollici all'insù e altrettanto prontamente condivisi sui social.

Io ho pensato al mio paesello, alla corte di casa mia e alla mia nonna paterna che, agitando davanti al mio naso una mano talmente rigida da parere inamidata, mi diceva: Prima de parlar, tasi! 
Capisco la necessità di parlare - dicevo fra me in questi giorni - di esprimersi, di dire la propria e di cercare di farlo per mettere ordine in un caos che sempre più ha le dimensioni del pianeta, tuttavia quale incredibile profluvio di parole, parlate e scritte!  E se queste parole aggiungessero caos al caos?
Ho così ripescato un passo da Esattezza, una delle Lezioni americane di Italo Calvino, e l'ho trovata illuminante. Scriveva il buon Italo trent'anni fa:

«Mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a un’intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto».

Ecco, appunto. La differenza, fondamentale direi, fra parlato e scritto sta, o dovrebbe stare, nell'eliminare quel «modo approssimativo, casuale, sbadato». Qualcuno potrà obiettare che Calvino si riferiva alla scrittura con scopo artistico, quella scritta per diventare ciò che chiamiamo Letteratura, e che esistono scritture più immediate fatte per comunicare e basta: quella giornalistica o quella dei social, ad esempio. Corretto. Tuttavia anche chi obietta dovrebbe riconoscere che la scrittura possiede, per suo statuto, un filtro in più, se non altro per dover fisicamente uscire da noi attraverso un passaggio ulteriore rispetto alla volatile parola pronunciata. Ecco il centro della mia riflessione: la velocità del mondo e la facilità con cui le parole volano oggi mi pare abbiano allentato, e di molto, questo filtro. Non ce l'ho col fatto che tutti scrivano, non sia mai! Ce l'ho, se proprio devo dire così, col fatto che molti scrivono senza riflettere, sull'onda del caos, siano essi privati cittadini che postano in bacheca su facebook o giornalisti con fame di scoop. Parole, parole, parole... E parole che, per quanto scritte, hanno lo stesso tono e la stessa consistenza di quelle parlate o, non di rado, urlate. Non ci si documenta, non ci si premura nemmeno di riflettere, l'importante è battere il proprio tamburo un po' più forte degli altri.
In tutto questo vorticoso frastuono, mi sembra che sempre più la parola scritta si avvicini alla parola pronunciata, e non solo ad essa, ma anche alle immagini, come in quelle tabelle (come si chiamano?) che imperversano su facebook con una foto di un personaggio celebre e la loro bella citazione pronta all'uso e ai "mi piace". Un discorso complesso, lo riconosco, sul quale magari tornerò. 

Ora, invece, torno a studiare carte e a preparare lezioni; non prima, però, di aver fatto eco alle parole di mia nonna e di Calvino con quelle di un altro grande autore che mi aiuta a non perder del tutto le speranze nel frastuono quotidiano. Ancora una conferenza, scritta e pronunciata a Vicenza nel 1984 da Luigi Meneghello, intitolata L'esperienza e la scrittura e oggi contenuta in Jura. Ricerche sulla natura delle forme scritte (BUR). La dedico a me e a chi ha la pazienza di leggermi. Consideriamola una pastiglia contro l'"influenza" di questi tempi concitati:

«C’è ancora, almeno per me, una strana funzione dello scrivere: mi pare un ottimo mezzo per difendersi dall’eccesso delle comunicazioni specialmente parlate a cui si è esposti, la marea della pubblicità, il chiasso, il troppo e il vano nel quale ci troviamo immersi. Scrivendo ho l’impressione di usare un filtro, o forse si tratta di un altro tipo di aggeggio, che mi dà il senso di non dover gridare tra gente che grida. È così che scrivere, per me, è quasi per definizione scrivere poco, o piuttosto scrivere sempre ma concludere poco e di rado. In pratica, cercare qualcosa che forse non c’è, cancellare molto, fare e rifare le pagine, e far passare alla fine solo quelle che paiono un po’ meno sbagliate, un po’ meno goffe o vacue o sguaiate».

domenica 4 gennaio 2015

"Pride": un film che sa far piangere e ridere allo stesso tempo

Ieri sera, in compagnia di una cara amica, sono andato al cinema. Non in grandi sale né in "villaggi" che portano il nome di grandi marchi, sono andato in uno dei pochi cinema della mia provincia che proiettano una pellicola rimasta fuori dai grandi circuiti di distribuzione e che tuttavia ha goduto nel nostro paese di presentazioni di primo livello anche in televisione. Mi riferisco a Pride, film vincitore della Queer Palm al festival di Cannes del 2014 e lanciato in Italia nel più prestigioso tra i salotti culturali del piccolo schermo, "Che tempo che fa". Ma veniamo al film. Dopo aver letto recensioni, parlato con amici che già l'avevano visto, guardato il trailer e alcuni spezzoni, alta era l'aspettativa. E, finalmente, dopo mesi di film deludenti o soddisfacenti e basta, con Pride sono riuscito ad emozionarmi davvero.


Riassumo brevemente la vicenda, tratta, fra l'altro, da una storia vera. Siamo nella Gran Bretagna del 1984, in piena era Thatcher e in pieno sciopero dei minatori, quel lunghissimo, estenuante sciopero che fermò per mesi e mesi l'estrazione carbonifera per impedire la chiusura forzata di molte miniere voluta dalla Lady di ferro. Il clima e l'ambientazione mi hanno riportato subito ad altri film ambientati nello stesso periodo: al magico Billy Elliot, che vidi per la prima volta ai tempi delle medie, o al commovente e umoristico Brassed Off, in italiano Grazie, signora Thatcher, che ai temi sopra citati univa quello della musica bandistica come tentativo di riscatto dal desolante scenario imposto da una politica lontana dalle persone.

In Pride però, accanto al dramma dei minatori, si apre subito un altro tema: la discriminazione sessuale di gay e lesbiche nella Gran Bretagna di allora. Mentre si svolge infatti il pride di Londra del 1984 un attivista gay, Mark Ashton, propone di avviare una campagna di raccolta fondi per i minatori in sciopero, fondando l'iniziativa sull'assunto che entrambe le categorie, omosessuali e minatori, sono categorie emarginate dalla medesima società. Fra dubbi, defezioni e difficoltà, sei amici accettano infine di sostenere l'idea e nasce il comitato LGSM (Lesbiche e Gay Sostengono i Minatori). Si raccolgono le prime somme di denaro ma i problemi non cessano: quando infatti si tratta di devolvere il ricavato i sei trovano solo porte chiuse e cornette che sbattono. L'idea che infine sblocca la situazione è quella di contattare direttamente un piccolo paese del sud del Galles che vive di estrazione mineraria. 

Da qui inizia il bello, potremmo dire. Fra iniziale diffidenza e in certi casi aperto rifiuto, minatori da una parte e lesbiche e gay dall'altra cominciano a conoscersi e a capire che la loro è davvero una lotta contro lo stesso nemico. 



Ne risulta una storia che appassiona e commuove, che avvince e diverte, una storia di lotta comune, di amicizia, di crescita e nella quale prendono posto storie personali altrettanto commoventi e appassionanti: quella di Mark, attivista mai stracco di cambiare il mondo, quella di Joe Copper e del suo drammatico coming out in famiglia, quella di Zoe, che a lungo è, come dice lei stessa, l'unica 'L' del LGSM. Inoltre, come ho già detto, nel film si ride, a tratti a crepapelle. Complici umorismo british, stereotipi esibiti a tal punto da non apparire più tali e trovate fra le più diverse, Pride, in sé commedia drammatica, sa alternare con sapiente maestria il riso e il serio, proponendo al contempo temi e scenari che possono dire molto anche a noi. A trent'anni di distanza. Come spesso accade, riso e sorriso introducono alle più serie riflessioni. E Pride è un gioiello anche per questo.

- Si piange e si ride allo stesso tempo - abbiamo esclamato entrambi uscendo dalla sala.
Lascio a voi, amici lettori, scoprire il resto, assicurando che non ve ne pentirete.

domenica 21 dicembre 2014

Pensieri (e un augurio) sotto le stelle

Ieri sera, di ritorno da una serata di musica e festa, mentre rientravo in casa, mi sono accorto che in cielo brillavano le stelle: una magnifica volta stellata invernale, limpida e che invitava alla contemplazione. Non ho sbagliato verbo e non credo di esagerare. Per i Romani il verbo contemplo aveva in origine proprio il significato di scrutare con attenzione il cielo entro uno spazio sacro denominato, appunto, templum. Il contemplare, che anche per noi si lega alla sfera del sacro, era perciò legato al cielo, all'osservazione attenta e silenziosa. E ieri sera era silenzio, la temperatura vicina allo zero, l'aria ferma. Ricordavo, uscendo in cortile, l'attacco di una celebre canta natalizia, testo di Carlo Geminiani e musica di Bepi De Marzi:

Le stelle in cielo passan piano piano
e nelle case scure ancor se sogna...

Potete ascoltarla qui nella prima incisione realizzata dal M. De Marzi coi suoi Crodaioli. Certo, tornando indietro nel tempo della letteratura, altri testi si potrebbero citare. Proprio ora me ne torna in mente un altro:

Dolce e chiara è la notte e senza vento...

Inizia così anche La sera del dì di festa di Leopardi, poeta e filosofo che, paradossalmente, più di tanti "mistici" sapeva contemplare lo spettacolo della notte. 
Ieri sera, però, mentre mi distendevo sulla superficie scomoda di una panchina posta in cortile, in bocca la pipa e in testa un berretto di lana, non ho pensato a Leopardi ma a Dante. Osservavo le stelle, le più vicine e luminose e poi, dopo che lo sguardo si era abituato all'oscurità, anche le più distanti. Con la parola 'stelle', si sa, termina ogni cantica della Commedia dantesca. Ieri sera, contemplando il cielo, ripetendo come un bambino i versi finali dei tre canti trentatreesimi, ho capito il perché di questa scelta. Non chiedetemi di spiegarlo, non è stato un ragionamento razionale; piuttosto si è trattato di un'intuizione. Al di là di manuali, trattati, studi, saggi, al di là, e di gran lunga, da tutto questo fiume di parole, nel silenzio di una notte di inizio inverno ho capito la bellezza di quei versi. Erano come musica, e davano pace.

Nel frattempo avevo acceso la pipa, nuvolette di fumo si alzavano verso il cielo e si perdevano nell'aria silenziosa. Sono stati mesi impegnativi gli ultimi dodici. Un anno fa scrivevo come un pazzo la tesi di laurea, sei mesi fa studiavo per il TFA, gli "Hunger games nostrani", come li definisco, non penso del tutto a torto. Poi, da settembre, la scuola, le soddisfazioni, la ansie, le fatiche, le gioie, la responsabilità di un lavoro estremamente appassionante e, al contempo, di un ruolo estremamente impegnativo. A novembre, infine, le prove scritte e orali degli Hunger games. Mesi impegnativi e che, tuttavia, sotto il cielo stellato sfumavano in quel momento come le nuvolette biancastre che sbuffavo verso l'alto.
So di dire ovvietà, eppure davvero dovremmo tornare più spesso a contemplare il cielo. Fermarci, alzare la testa, cambiare direzione allo sguardo, specie in questo periodo di parossissmi luminosi a buon mercato. A cambiare prospettiva le cose riacquistano il giusto senso, la giusta misura. E senza bisogno di tante spiegazioni. Così, se prima di leggere Dante o Leopardi o qualsiasi altro autore ci immergessimo in tanta immensità, nessuno porrebbe più la ridicola assurda domanda: "A cosa serve studiare queste cose?". Perdonate la lieve vis polemica, mi giustifico dietro al fatto che faceva parte dei pensieri di ieri sera...

L'anno scorso auguravo un Natale di silenzio. Quest'anno a tutti voi, amici lettori, auguro un Natale di contemplazione. Non di luci al neon, di stelle che brillano a intermittenza o di luccichii accompagnati da musiche metalliche. Di ciò che veramente conta, magari passando attraverso la contemplazione reale di quel cielo stellato che da millenni scrutiamo alla ricerca di risposte e dal quale riceviamo, il più delle volte, soltanto nuove domande.

lunedì 8 dicembre 2014

"Hunger games": spunti per l'analisi di un successo

Ebbene sì, sono anch'io un fan di Hunger games, la celebre saga che spopola fra gli adolescenti e di cui è da poco uscito al cinema il primo episodio della terza parte. Un po' nascondendomi dietro la frase "I miei alunni lo guardano, devo guardarlo anch'io", un po' tacendo e dissimulando (verbo che mi riporta a certa trattatistica del Seicento, secolo sempre troppo bistrattato) mi sono da tempo visto le prime due parti e, qualche giorno fa, anche la terza. Non starò qui a raccontare emozioni o a fare analisi, anche perché il film è stato in effetti piuttosto noioso: distante l'azione e la suspanse dei primi due, speriamo che l'abbassamento di tensione sia funzionale, come mi ha suggerito un'amica, al gran finale.
La riflessione che vorrei condividere oggi verte piuttosto sul successo della saga, successo dovuto certamente ai giovani protagonisti, alle scene spettacolari, ai temi vicini alle giovani generazioni ma, forse, anche a qualcos'altro. Questo qualcos'altro mi interessa particolarmente. Premettendo che non ho letto i romanzi cui i film si ispirano e nemmeno ho voluto informarmi su come andrà a finire la storia, mi limiterò a presentare alcune considerazioni su alcuni dei temi presenti o su particolari aspetti della vicenda, a partire dal primo film e fino all'episodio da poco uscito, magari cercando - filologia docet -  qualche modello che spieghi o per lo meno indichi come mai la saga tanto piace ai giovani e non solo.  

Innanzitutto l'elemento distopico: la saga è ambientata in un futuro tetro e negativo che fa ripensare a 1984 di George Orwell o a Farenheit 451 di Ray Bradbury, per citare a memoria due romanzi che hanno fatto la storia letteraria del genere. In Hunger games un'unica città, Capitol City, tiene sottomessi dodici distretti e i loro abitanti, asserviti e costretti a produrre materie prime che vengono consumate da una ristrettissima minoranza. Non credo serva analizzare oltre: futuro distopico, certo, ma anche molto presente, molto mondo reale.

In secondo luogo vorrei focalizzare l'attenzione sugli elementi mitici. Chiunque abbia una buona conoscenza della mitologia greca non avrà faticato a riconoscere nell'orribile sacrificio che ogni anno Capitol City impone ai distretti un riferimento al mito di Teseo e del Minotauro. Una ripresa ibrida, che si mescola a pratiche di divertimento tipiche anche del mondo romano (si pensi fra tutte ai giochi gladiatori) e che si lega anche ad un altro aspetto: la spettacolarizzazione della morte tipica della nostra società. Dietro la barriera uniformante di uno schermo di computer o di un televisore tutto appare finzione e spettacolo. Così nel film la lotta che si consuma fra i giovani gettati nell'arena a uccidersi l'un l'altro diviene spettacolo e divertimento per gli abitanti di Capitol City. La morte in diretta, la morte spettacolo: se qualcuno volesse approfondire la questione rimando ad un'interessante analisi firmata qualche tempo fa da Emanuele Zinato per Le parole e le cose. La potete trovare cliccando qui.

Un quarto aspetto su cui ho riflettuto riguarda la dimensione omnipervasiva del reality. In Hunger games viene infatti portato alle estreme conseguenze il mondo descritto da Orwell e che, direi, è divenuto mutatis mutandis parte della nostra realtà quotidiana. Telecamere osservano, spiano, riferiscono al malvagio dittatore che governa Capitol City, il presidente Snow, unico detentore di un potere rappresentato con le fattezze delle dittaure novecentesche, nel suo modo di porsi e di rappresentarsi: scenografie grigie e lugubri che potrebbero esser state disegnate da Albert Speer si mescolano a scenari postmoderni fatti di giochi di luce e d'acqua. In un mondo tale, che unisce immaginario collettivo e fantasia, la dimensione privata non esiste più. Tutti possono essere spiati se il potere lo vuole. Anche qui, dove sono il fantasy, dove la realtà e dove l'immaginario e la memoria collettivi?

Altri elementi meriterebbero di essere analizzati: il fatto, anzitutto, che la protagonista sia una ragazza e una ragazza che non si conforma per nulla agli stereotipi di genere. In un mondo futuro che, oltre agli aspetti sopra descritti, serba anche caratteri del più favoloso medioevo (si pensi solamente agli scenari selvaggi o alle armi utilizzate dai combattenti) Katniss può divenire un vero e proprio cavaliere che, al pari di Orlando o di altre figure tipiche dei cantari di gesta medievali, difende i deboli e, addirittura, li guida alla rivolta. Un po' cavaliere e un po' vendicatrice (penso allo stupendo V per vendetta di qualche anno fa), la bella, impulsiva e irriverente Katniss rappresenta la ribellione ad un sistema ingiusto e tirannico, pronto a reprimere ogni sussulto di ribellione e che, soprattutto, non esista a sacrificare la vita umana alle leggi dell'economia e del potere. Fantasy, dunque, o realtà?

Direi che gli elementi presentati potrebbero fornire alcune chiavi di lettura per comprendere il successo meritato di una serie che mi sembra nel complesso ben costruita. Anzi, a mio avviso proprio la sapiente mescolanza degli aspetti evidenziati ha contribuito, e non poco, a determinare il successo di Hunger games, che - non lo dimentichiamo - si traduce come 'i giochi della fame'. Il mito riporta ad archetipi che non possono non incontrare, se ben presentati, il favore del pubblico, presentando nodi profondi dell'animo umano e della storia dell'uomo, nodi che i tragediografi greci hanno insegnato a sviscerare sulla scena; l'elemento fantasy, poi, colora e trasporta altrove per affermare cose che sono molto più vicine alla nostra realtà di quanto a prima vista non sembri.
Poi, certo, si rimane sempre nel consueto circolo vizioso: per quanto fautore e diffusore di idee e di immaginari alternativi, un film è e resta, come qualsiasi opera creativa, il prodotto di una determinata visione, di una determinata cultura, di una determinata economia. In quanto prodotto è finalizzato alla vendita. Non voglio riprendere riflessioni su cui si sono spesi fior fior di filosofi e pensatori da Marx in avanti. Tuttavia, in un panorama sempre più appiattito e in cui - mi riferisco in particolar modo al nostro paese - si legge sempre meno, qualche buona idea ci può anche venire dalla visione di un film o di una serie di film. Una serie che emoziona e coinvolge ma che, al contempo, se guardata con la testa, può offrire spunti per una riflessione più profonda.