domenica 6 gennaio 2019

Giovani e dialetto: un articolo per la rivista "Figure"

Cari amici lettori,
condivido l'incipit di un mio articolo pubblicato per la rivista "Figure". Al link che segue troverete l'articolo completo.

Anno scolastico 2017-2018. Una mattina come tante in un istituto professionale del vicentino. Mentre mi dirigo verso la sala insegnanti, incrocio uno studente di quinta dell’indirizzo meccanico. È un ragazzotto alto, atletico; tatuaggio sul collo, orecchino che penzola all’orecchio sinistro e addosso un maglione aderente che lascia intravedere i muscoli. Lo saluto guardandolo negli occhi e lui risponde prontamente.
- Be’? - gli chiedo poi - come mai non siamo in classe?
Abbozza un sorriso di sfida.
- Son ’ndà in bagno, desso vo in classe.
Io pure rispondo con un sorriso. Poi gli domando:
- Perché mi hai risposto in dialetto?
Lui sostiene il mio sguardo, è sveglio e capisce al volo l’intenzione del prof che ha davanti. E subito mi risponde per le rime.
- Come parché? Parché la zè la me lengua.

Parché la zè la me lengua. Ecco, vorrei partire da qui. Perché è vero: nella mia regione il dialetto è ancora la lingua ufficiale delle comunicazioni quotidiane. I dati dell’ultimo rapporto ISTAT (dicembre 2017) confermano che il Veneto rimane, tra le regioni del nord, quella in cui il dialetto è più utilizzato in famiglia (62%). Ma non solo: il dialetto è fondamentale nelle situazioni più comuni, dal dialogo con il negoziante di quartiere a quello con il benzinaio fino ad arrivare alle ciàcole tra colleghi in sala insegnanti, non solo con i veneti, anche con i foresti.
Qui vorrei però riflettere non sull’uso quotidiano di una categoria indistinta di parlanti, bensì su quello che ne fanno i giovani e sulla loro percezione del dialetto, in particolare i giovani che l’anno scorso, nel mio anno di prova, ho avuto modo di osservare e ascoltare in un istituto professionale dell’ovest vicentino. La risposta del nostro studente dà infatti, a mio avviso, significativi indizi su un fenomeno che coinvolge una parte dei giovani della mia regione.

mercoledì 11 luglio 2018

Riflessioni su fascismo e antifascismo nella scuola

Cari lettori,
scrivo una breve nota per informarvi che ho iniziato a collaborare con il sito laletteraturaenoi.it. Pochi giorni fa è uscita una mia riflessione su fascismo e antifascismo nella scuola. La potete leggere al seguente link: https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/814-riflessioni-su-fascismo-e-antifascismo-nella-scuola.html


lunedì 9 luglio 2018

Commemorando i sette martiri di Valdagno, domenica 8 luglio 2018

Cari lettori,
riporto di seguito il testo dell'orazione che a nome dell'ANPI ho pronunciato ieri, nel corso della commemorazione dei sette martiri di Valdagno, fucilati dai nazifascisti il 3 luglio 1944.



Commemorazione dei sette martiri
Valdagno, domenica 8 luglio 2018


Signor vicesindaco, autorità civili e militari, cittadine e cittadini: porgo a voi il mio saluto personale e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che ho l’onore di rappresentare. Ringrazio in particolare la sezione di Valdagno per l’invito offertomi a commemorare con voi i “sette martiri” di una città a cui sono molto legato, città che tanto ha dato alla Resistenza e che per la Resistenza è stata decorata di Medaglia d’Argento al V.M. Saluto anche con particolare affetto i famigliari dei martiri e la staffetta partigiana Teresa Peghin Wally.
Commemorare è una parola importante, significa fare memoria assieme. È un gesto profondamente umano e denso di significato, che ci unisce nella consapevolezza di quanto è qui accaduto settantaquattro anni fa per ricordare ma anche per attualizzarne il messaggio. Un’altra parola altrettanto importante che ci unisce oggi è ‘martire’, che in origine, nell’antica Grecia, significava ‘testimone’. Col Cristianesimo il suo significato si trasformò in parte, assumendo il significato di fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta tuttavia di rinnegare la propria fede. Diviene perciò testimone per gli altri di ciò in cui crede. Con questo significato la parola ‘martire’ è giunta fino a noi, abbracciando ancora l’ambito civile oltre che religioso, rappresentando chi lotta fino alle estreme conseguenze per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia e di pace. Per questo siamo qui oggi a fare memoria insieme, a commemorare, appunto, questi sette uomini, fucilati dai nazifascisti il 3 luglio 1944.

Essi erano Ferruccio Baù, valdagnese, classe 1908, di professione commerciante, noto come antifascista dal 25 luglio 1943, quando aveva gettato dal balcone del municipio la foto di Mussolini, deposto e arrestato poche ore prima;
Virgilio Cenzi, classe 1896, militante comunista e sostenitore del movimento partigiano, di professione falegname alla manifattura della Marzotto”;
Antonio Bietolini, classe 1900, meccanico, militante comunista di lungo corso. Arrestato più volte nel corso del ventennio, aveva trascorso sette anni di Confino alle isole Tremiti. Dal 13 febbraio 1944 era stato incaricato di dirigere la federazione vicentina del Pci in sostituzione dello scledense On. Domenico Marchioro e agiva sotto il falso nome di Bruno Morassuti;
Alfeo Guadagnin, classe 1899, socialista bassanese di lunga militanza, di professione noleggiatore d’auto, presente a Valdagno per incontrarsi con l’amico Ferruccio Baù;
Marino Ceccon, classe 1912, comunista, operaio agli stabilimenti “Marzotto”;
Francesco Rilievo, classe 1919, operaio alla “Marzotto”, privo di legami con l’attività clandestina, arrestato semplicemente perché cognato di Giovanni Zordan;
Pasquale Giovanni Zordan, “Nani Sette”, classe 1908, comunista, attivista nella fabbrica “Marzotto”.
Il loro arresto e la loro fucilazione avvennero in una fase drammatica della Guerra di Liberazione per Valdagno e per l’intera vallata. Come hanno ormai chiarito studi recenti [mi riferisco in particolare ai saggi pubblicati sull’argomento dal prof. Maurizio Dal Lago] questi sette martiri, a cui doveva aggiungersi Raffaele Preto, di 24 anni, calzolaio, membro della Resistenza, che riuscì invece a scampare alla fucilazione attraverso una fortunosa fuga, furono uccisi perché antifascisti nel corso di una rappresaglia che aveva il duplice scopo di colpire l’attività clandestina e terrorizzare la popolazione.

Nessuno dei sette uomini fucilati il 3 luglio 1944 era coinvolto con l’attacco partigiano, avvenuto il 30 giugno precedente fra le località Canova e Ghisa di Montecchio Maggiore e costato la vita a due soldati tedeschi, che fu addotto dai nazifascisti a motivo della feroce rappresaglia. Fu per essi un’occasione per mostrare ancora una volta la forza e la brutalità a cui poteva giungere la repressione ad azioni della Resistenza, un’occasione che si sommava a quanto avvenuto poche settimane prima, l’11 giugno, in contrada Borga, quando, a fronte dell’uccisione di un soldato tedesco, diciassette uomini innocenti erano stati massacrati, le case bruciate, terrorizzata la popolazione.
Ma il terrore non si fermò nemmeno a seguito dell’uccisione dei sette martiri: proseguì nei giorni seguenti con un rastrellamento nella zona fra Castelvecchio e Marana che portò alla morte di diversi civili e alla distruzione di numerose contrade accusate di aver dato «alloggio, vitto e la possibilità di deposito per armi e munizioni ai Ribelli». La Valle del Chiampo sarebbe poi stata colpita da un nuovo rastrellamento dal 9 al 15 luglio e, dopo l’estate, rinnovata strage avrebbe colpito questa città, con il rastrellamento di Piana, costato la vita, nel solo giorno 9 settembre, a 61 uomini, 20 civili e 41 partigiani.

Ecco dunque il nostro fare memoria, un’azione profonda e viva, che si volge al passato per vivere con consapevolezza il presente, un’azione che oggi è più necessaria che mai. Viviamo infatti in un’epoca di grande confusione, che spesso sfocia nel pressappochismo, nella faciloneria condita da slogan e frasi fatte, quando non, addirittura, nell’ignoranza esibita e rivendicata. Quella che doveva essere l’epoca dell’informazione per tutti, attraverso internet, del superamento delle ideologie, si sta rivelando come l’epoca della paura, dell’intolleranza e del ritorno di mostri che si pensava di aver sconfitto: il nazionalismo, il razzismo, il nazifascismo. E tutto ciò si fa strada nell’ignoranza, nel vuoto delle relazioni e delle discussioni reali, nella mancata conoscenza dei fatti storici e nella mancata trasmissione della memoria.

Se pochi mesi fa si poteva ancora affermare che il fascismo stava rialzando la testa, oggi purtroppo dobbiamo constatare che esso è presente e vivo: non solo il fascismo nostalgico di chi, senza conoscere quanto è avvenuto, difende ed osanna il ventennio mussoliniano, iniziato nella violenza e nella violenza finito nel modo più tragico, ma anche, soprattutto, è presente un fascismo nuovo, fomentato dalla crisi economica e morale degli ultimi anni, cresciuto tanto con la cattiva politica quanto con il qualunquismo e con gli slogan, reso forte e dilagato attraverso la paura, spesso strumentalizzata ad arte, del diverso e dello straniero, attraverso il razzismo, l’insicurezza e, ancor più, la percezione di insicurezza, l’intolleranza, l’inasprimento del conflitto sociale. In un paese, l’Italia, in cui il fascismo storico è stato sconfitto militarmente ma mai culturalmente, in cui, come ha dichiarato Carlo Smuraglia, presidente nazionale emerito dell’ANPI, «è mancato un ragionamento rigoroso su cosa è stato il fascismo, cosa ha rappresentato e come è stato recepito dal popolo durante il ventennio», il nuovo fascismo si insinua e fa proseliti proponendo una politica forte, risoluta, “di un uomo solo al comando”, di “qualcuno che metta a posto le cose”. Utilizzando un lessico machista, gesti risoluti, distogliendo l’attenzione dai veri problemi per scatenarsi contro minoranze, il nuovo fascismo catalizza i sentimenti più oscuri e si radica nella perdita dei riferimenti storici e culturali più autentici.

A questo fascismo dobbiamo contrapporre l’interesse, la partecipazione, la conoscenza e la memoria. Nel frastuono dei social, delle frasi fatte urlate e facili da ripetere come automi è fondamentale conoscere, studiare, apprendere correttamente, accertare, documentarsi. Occorre studiare la storia della Resistenza, limpidamente, riconoscendo anche gli errori che possono essere stati commessi in singoli episodi o da singoli personaggi, ma riconoscendo al contempo l’impegno ideale che la animava e la contrapponeva radicalmente al nazifascismo. Da una parte, quella giusta, quella che scelsero i sette martiri, si combatteva infatti per la libertà, per la pace, per la giustizia; dall’altra si combatteva per un mondo di schiavi, un mondo fondato sul razzismo, sulla violenza come mezzo generalizzato di potere e di dominio, sull’eliminazione del diverso, dell’avversario politico, del nemico.

Tuttavia la sola storia può non bastare. Occorre infatti unire ad essa la memoria, la partecipazione emotiva e personale, attraverso le tante storie di chi allora disse “No” al nazifascismo, sia che abbia impugnato le armi, sia che abbia scelto altre forme di Resistenza, come la popolazione delle contrade, che aiutava e proteggeva i partigiani correndo rischi altissimi. Inoltre occorre accompagnare in questo i giovani, che più di altri sono oggi vulnerabili ai richiami allettanti del nuovo fascismo: dobbiamo tornare a fermarci davanti ai monumenti come quello in via Sette Martiri, tornare a leggere i nomi, riscoprire le storie di questi uomini e di queste donne che ebbero il coraggio di dire “No”. Non erano eroi, ma persone normali che tuttavia scelsero. E scelsero la parte giusta. Come ha detto Mario Rigoni Stern: «È molto più difficile dire no che sì». Da qui dobbiamo ripartire, cittadine e cittadini, per affermare oggi il nostro “no” al nuovo fascismo.

È una battaglia culturale che non possiamo permetterci di perdere. Riprendendo le parole di Smuraglia, occorre ribadire con fermezza che «il nostro è un Paese non solo democratico, ma anche antifascista». Lo afferma chiaramente la Costituzione repubblicana, dalla cui entrata in vigore ricorre quest’anno il settantesimo anniversario, negli articoli a tutela della libertà in tutte le sue forme, dell’uguaglianza, dei diritti fondamentali, della dignità, del diritto di asilo e di tutela dello straniero, tutto ciò che il fascismo aveva negato. Questo antifascismo della Costituzione, che dovrebbe permeare le istituzioni anche oggi, fu ribadito in sede di Assemblea Costituente da un giovane deputato, Aldo Moro, di cui abbiamo ricordato poche settimane fa il quarantesimo anniversario dalla tragica scomparsa. Disse Moro: «Non possiamo […] fare una costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro paese un movimento storico di importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale».

Cari cittadine e cittadini, i riferimenti storici e culturali non ci mancano. Consapevoli di quello che è stato, commemoriamo i nostri sette martiri e con essi tutti coloro che hanno lottato per darci oggi un’Italia libera, repubblicana, democratica, antifascista. Sentiamo in noi il compito di onorare la loro memoria con il nostro impegno oggi, sempre.
Viva la Resistenza, viva la Costituzione!

domenica 17 giugno 2018

Cari amici lettori,
rompo un lunghissimo silenzio per segnalarvi un mio racconto sulla distruzione dell'antica fontana di Valbona pubblicato sul sito https://casacibernetica.wordpress.com. Spero che il mio scritto aiuti a riflettere e a rompere l'indifferenza verso lo scempio del nostro territorio. 

domenica 14 gennaio 2018

Commemorando Dino Carta, partigiano ventenne, ucciso dai fascisti il 12 gennaio 1945

Cari lettori,
riporto di seguito il testo dell'orazione che a nome dell'ANPI di Vicenza ho pronunciato ieri, nel corso della commemorazione del partigiano Dino Carta, ucciso dai fascisti il 12 gennaio 1945.



Commemorazione del partigiano Dino Carta
Vicenza, sabato 13/01/2018

Signori rappresentanti delle Istituzioni, delle associazioni combattentistiche, cittadine e cittadini, colleghi insegnanti ma soprattutto parenti di Dino Carta e ragazze e ragazzi delle scuole, dell’Istituto “Boscardin”, del “Farina”, del “Pigafetta” e del “Rossi”: saluto tutti voi con affetto e porto i saluti dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che qui rappresento e che ringrazio per l’opportunità offertami di parlare oggi a voi tutti.
Non è senza emozione che vi parlo. Ho infatti ancora viva nella memoria la cerimonia dello scorso anno, alla quale presenziai assieme agli allievi della mia terza media. Proprio allora, alcuni di essi, avvicinatisi alla lapide che ricorda Dino, caduto in questo luogo il 12 gennaio 1945, mi chiesero di spiegare loro cosa significassero certe espressioni che si trovano scritte. Rileggiamo insieme la lapide:
QUI
RABBIA DEI FRATELLI
ASSOLDATI DALL’INVASORE TEUTONICO
SPEZZÒ LA GIOVINEZZA DI 
DINO CARTA
VENTENNE.
I COMPAGNI DI LOTTA
VOLLERO ETERNATO L’EROICO MARTIRIO
PER L’IDEALE SUBLIME DELLA LIBERTÀ
N. 7-11-1924                      M. 12-1-1945

Colpiscono alcune parole, che allora potei illustrare solo in parte ai miei ragazzi e che ora vorrei riprendere: la «rabbia dei fratelli assoldati dall’invasore», l’aggettivo «teutonico», l’altro aggettivo, «ventenne», la parola «martirio», l’espressione «ideale sublime della libertà». Non le riprendo per fare una lezione di etimologia, bensì per ricordare, a me e a voi, quanto i segni di ciò che avvenne dal settembre 1943 al maggio 1945 siano ancora visibili nella nostra terra, nelle nostre città, per le strade e in angoli talora purtroppo dimenticati. Sono dei moniti che dovrebbero ricordarci di continuo il prezzo pagato per conquistare la libertà, la democrazia, la pace, la giustizia. E invece nelle nostre vite spesso distratte non ce ne accorgiamo, intenti come siamo a fissare lo sguardo sugli schermi dei nostri smartphone o ad inseguire le incombenze quotidiane.

Oggi dunque ricordiamo un ragazzo di vent’anni, cresciuto a Vicenza sotto la dittatura fascista e morto per mano degli sgherri di quella dittatura, un regime che, dopo aver preso il potere con la forza, nel 1922, aveva oppresso la libertà per oltre vent’anni. Una dittatura che, servendosi dell’intimidazione e della violenza, aveva messo a tacere gli oppositori, molti dei quali avevano pagato con la vita. Penso a Giacomo Matteotti, a cui pure sono intitolate vie, strade e, qui a Vicenza, una piazza; penso ad Antonio Gramsci, ai fratelli Rosselli, a Piero Gobetti, a Giovanni Amendola e a molti altri uccisi fra gli anni Venti e Trenta, noti e meno noti. Uccisi perché volevano essere liberi di seguire i loro ideali.

Il fascismo, invece, aveva messo a tacere l’opposizione, aveva vietato la manifestazione libera delle idee, soppressi gli altri partiti e la libertà di stampa e costruito il consenso degli italiani attraverso un’organizzazione capillare. Ogni momento della vita degli italiani era controllato e organizzato affinché non germogliasse la minima idea contraria a quella dominante, affinché tutti seguissero ciecamente il “credere, obbedire, combattere” voluto dal duce, lo stesso duce che nel 1935 portò l’Italia ad aggredire l’Etiopia, paese in cui i nostri soldati si macchiarono di crimini di guerra atroci; lo stesso duce che, con l’avvallo del re Vittorio Emanuele III, le cui spoglie sono rientrare da poco in Italia, fece promulgare nel 1938 – quest’anno saranno ottant’anni – le leggi razziali, una macchia indelebile nel nostro paese.

Ecco, ogni volta che mi trovo a ricordare ragazzi come Dino Carta, penso al “miracolo” che rappresentò la loro ribellione al fascismo. E non a caso uso la parola “miracolo”. Dino, come del resto moltissimi altri, cresciuto sotto il pensiero oppressivo, unico e dominante dell’ideologia fascista, senza avere la possibilità, come noi oggi invece abbiamo, di connettersi a internet per avere in un attimo qualsiasi tipo di informazione, fece tuttavia la propria scelta. Scelse la strada della libertà, che allora voleva dire Resistenza.
Si trattava di una scelta difficilissima, avvenuta quando l’Italia, dopo tre anni di guerra disastrosa a fianco della Germania nazista, l’8 settembre 1943 si era ritrovata divisa, abbandonata dal re e dalla classe politica, occupata a nord dai tedeschi - l’«invasore teutonico» di cui parla la lapide -  e al sud dagli anglo-americani che faticosamente avanzavano per liberarla. Ma la divisione e la guerra erano anche civili, interne all’Italia, tra «fratelli», come recita la lapide: da una parte chi aveva deciso di combattere dalla parte giusta, come Dino Carta, e dall’altra chi invece ancora voleva perpetuare l’odio, la violenza, la disuguaglianza sociale ed etnica, il razzismo, la schiavitù dell’uomo sull’uomo, fino all’eliminazione fisica di chiunque non fosse ritenuto degno di vivere nel “mondo nuovo” dall’ideologia nazifascista.

Dino poteva sembrare un ragazzo come tanti. Studente prima del Patronato “Leone XIII” e poi dell’Istituto “Rossi”, viene descritto da chi lo conobbe come un ragazzo pieno di vita. Appassionato calciatore, era uno dei portieri del Vicenza nel campionato regionale del ’43-’44. Ma Dino non era solo questo. Arruolatosi nella polizia ausiliaria fascista, dopo aver preso contatti con i partigiani della brigata “Argiuna”, aveva iniziato la missione pericolosissima della collaborazione con la Resistenza, passando informazioni preziose ai partigiani. Sospettato dai fascisti, sorvegliato, venne scoperto e il 12 gennaio arrestato e portato a poche centinaia di metri da qui, a Villa Girardi, in via Fratelli Albanese, la cosiddetta “Villa Triste”, per essere interrogato e torturato, come da prassi nazifascista. Da lì riuscì a scappare giungendo fino a via Calderari dove venne raggiunto e ucciso.
Dino, dicevo poco fa, poteva sembrare un ragazzo come tanti, ma quella sua scelta, pagata con la vita, lo rese diverso: diverso da molti che combatterono, in buona o in cattiva fede, dalla parte sbagliata come da coloro che scelsero di non combattere. Questa sua scelta, pagata con la vita, lo rese uomo libero e «martire», parola che significa “testimone”, usata nell’antica Grecia in ambito giuridico e passata poi al Cristianesimo per rappresentare il fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta di rinnegare la propria fede. Quale fosse la fede di Dino ce lo dice l’ultima espressione della lapide che ho voluto segnalare, quell’«ideale sublime della libertà» per cui Dino diede la vita. A vent’anni.

Noi oggi spesso dimentichiamo il valore della libertà o, addirittura, ne travisiamo il significato, arrivando a ritenere che essa equivalga a fare ciò che si vuole, pensando a noi stessi, al nostro piacere o tornaconto, paghi di un vestito di marca, dell’ultimo modello di smartphone, del lavoro, della carriera, di una bella macchina, e degli altri “chi se ne frega!”. Attenzione, ragazze e ragazzi, perché sotto questa falsa idea di libertà, deformata da un sistema economico perverso come quello in cui ci troviamo oggi e che a noi mostra solo le sue luci allettanti, si annida di nuovo il fascismo, a partire proprio da quell’espressione, “fregarsene”, che riecheggia il motto delle squadracce fasciste “me ne frego”.

Al “me ne frego” fascista rispose nel dopoguerra un grande educatore: don Lorenzo Milani. All’ingresso della scuola di Barbiana ancora oggi è visibile il motto, “I care”, “m’importa, mi sta a cuore”. Ecco, Dino ebbe a cuore la libertà, non solo per se stesso ma per gli altri, rischiò la vita e con la vita pagò di persona per conquistare qualcosa che lui, cresciuto sotto il fascismo, non aveva conosciuto. Dino andava cercando la libertà, la quale, ci ricorda Dante all’inizio del Purgatorio, «è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». E oggi c’è ancora bisogno di ragazzi come Dino, ragazzi come voi, di venti, diciannove, diciotto anni, l’età che avevano moltissimi partigiani, ragazzi che abbiano a cuore «l’ideale sublime della libertà». Come ha scritto Mario Rigoni Stern, oggi «non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza».
Anche oggi la libertà non è scontata. Mi tornano in mente le parole di Piero Calamandrei, padre costituente: «La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai».

Ma come si difende oggi la libertà? Voi, ragazze e ragazzi, la difendete innanzitutto interessandovi agli altri, alla società, alla vita politica. Non credete a chi vi dice che è tutto marcio e corrotto, che non vale la pena battersi. Chi dice così ha già perso e diventa complice di quanti vorrebbero scardinare le conquiste della Resistenza, sancite dalla nostra Costituzione. Interessatevi, battetevi per una maggiore giustizia sociale, per la pace, per una libertà vera e consapevole. La strada è difficile ma, a differenza dei tempi in cui visse Dino Carta, è già tracciata, e in modo luminoso, dalla nostra Costituzione, che proprio quest’anno festeggia i settant’anni dall’entrata in vigore, il primo gennaio 1948. La Costituzione è il frutto della collaborazione fra tutti i partiti antifascisti che avevano preso parte alla Resistenza. È un documento importantissimo, un patrimonio comune che tutti dovremmo conoscere, amare, difendere e cercare di applicare ogni giorno, specie i suoi primi dodici fondamentali articoli.

La libertà si difende dunque, prima di tutto, con l’impegno per gli altri. Ma occorrono anche la conoscenza, la preparazione e lo studio, personale e a scuola, di tutte le discipline e in particolare della storia. Sì, ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini, occorre conoscere, perché fare memoria è importante, è fondamentale, ma se non si conosce non si può ricordare con consapevolezza. A noi tutti spetta il compito di conoscere con onestà ciò che è stata la Resistenza, senza mitizzarla, senza dimenticare anche gli errori che possono essere stati commessi in singoli episodi o da singoli personaggi, ma riconoscendo l’impegno ideale che la animava e la contrapponeva al nazifascismo. Impegno che Dino assunse consapevolmente e con coraggio.

Attenzione, ragazze e ragazzi, perché stiamo assistendo giorno dopo giorno ad una vera e propria involuzione sociale, politica e culturale: la crisi economica, il neoliberismo esasperato, i flussi di persone in fuga dalla miseria o dalle guerre, guerre spesso finanziate o segretamente appoggiate dai paesi più prosperi, ma anche la scarsa conoscenza del passato e l’indifferenza, tutti questi fattori stanno mettendo in crisi la fiducia nella democrazia. Lo vediamo in Europa, dove le estreme destre xenofobe e razziste sono in crescita; lo vediamo in Italia, dove partiti che si ispirano al nazifascismo aumentano sempre più i loro adepti; lo abbiamo visto anche a Vicenza, all’istituto “Rossi”, dove, il 13 aprile scorso, giovani vicini a movimenti di estrema destra, si sono permessi di affiggere uno striscione contro una presunta insegnante trans, nascondendosi dietro la difesa di valori a loro avviso tradizionali. Lo abbiamo visto, infine, nei giorni scorsi, dietro l’iniziativa della “befana tricolore” portata avanti da un partito di estrema destra richiamando la “befana fascista” che portava i doni ai bambini. Eppure in rete molti si sono scandalizzati non contro i neofascisti, che aiutano i bisognosi, purché naturalmente italiani e bianchi, ma contro l’ANPI, accusata di intolleranza: una follia! È un mondo alla rovescia quello che sta venendo avanti…

Vediamo sempre di più persone dichiararsi pubblicamente fasciste senza che nessuno obietti nulla, diffondere sui social foto e contenuti inneggianti al duce o alla dittatura, sostenere che dopotutto “il fascismo ha fatto anche cose buone”, che non era una dittatura rigida. E a seguire una lista di luoghi comuni, errori, palesi falsità e inesattezze, che però si insinuano nella mente di chi non ha la conoscenza di quanto è avvenuto. Ecco perché è importante leggere, studiare, documentarsi. Ragazze e ragazzi, leggete Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu per capire quali erano i metodi del fascismo, leggete le Lettere dei condannati a morte della Resistenza per capire gli ideali si oppose al fascismo e al nazismo, leggete i libri di Primo Levi, di Elie Wiesel, di Boris Pahor, di Mario Rigoni Stern, per citare solo alcuni nomi di sopravvissuti alla barbarie nazifascista.

Interesse, dunque, e conoscenza. Così potremo affermare senza paura che il fascismo non è un’opinione, è un reato, non fu un governo che aveva a cura gli italiani ma un regime violento e oppressivo, non fu e non è nemmeno politica, ma rappresenta la negazione stessa della politica, la quale, ci insegna Aristotele, è dialogo e confronto, attraverso la parola, di opinioni e pensieri diversi.  
Dunque, oggi che, per citare Primo Levi, viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, oggi che siamo circondati da visi amici e che viviamo in pace, dobbiamo vigilare affinché istrioni e fomentatori d’odio non riemergano, palesi o mascherati dietro parole più o meno innocenti. A chi torna a proporre vecchi e ben noti slogan o utilizza, spesso deformandole, parole o espressioni come “tradizioni”, “nazione”, “sangue”, “razza”, “prima noi”, “prima gli italiani”, “invasione” riferita ai flussi migratori, “patria” rispondiamo che non questa patria noi vogliamo, ma quella patria onesta, giusta, in pace, libera e accogliente per la quale centinaia di migliaia di giovani come Dino hanno combattuto, molti fino a dare la vita: una patria italiana ma senza barriere, una patria all’interno di una più grande patria che sono l’Europa e il mondo.
“Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano i partigiani sulle nostre montagne. Questo allora il compito nostro e vostro, ragazze e ragazzi, in particolare, per onorare davvero, con la nostra vita, quanti, come Dino Carta, hanno dato la loro per la nostra libertà.
Onore al partigiano Dino Carta, evviva la Resistenza, evviva la Costituzione!


Michele Santuliana

domenica 15 ottobre 2017

Ricordando i sette martiri di Pojana Maggiore - sabato 14 ottobre 2017

Cari amici lettori,
come alcuni di voi sanno, l'impegno per la memoria e per la trasmissione dei valori di libertà, giustizia e democrazia mi vede da anni impegnato nell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Ieri mattina a Pojana Maggiore (Vi), ho avuto l'onore di rappresentare il Comitato provinciale dell'ANPI in occasione della commemorazione dei sette martiri fucilati dai nazifascisti il 15 ottobre 1944. Pubblico di seguito il testo dell'orazione che ho pronunciato, rivolta in particolare ai ragazzi delle scuole primaria e secondaria di primo grado presenti alla cerimonia.


Signor Sindaco e rappresentanti delle Istituzioni, cittadini, colleghi insegnanti ma soprattutto ragazze e ragazzi delle scuole, saluto tutti voi con affetto e porto i saluti dell’ANPI provinciale.

Un saluto speciale e un ringraziamento anche al maestro Efren Diani, memoria vivente dell’evento e delle persone che oggi siamo a commemorare.

È con emozione che vi parlo oggi, di fronte a questo monumento alla memoria dei vostri e nostri sette martiri. Qualche giorno fa riflettevo su questa parola – ‘martiri’ – e mi sono stupito a pensare quanto spesso essa risuoni nella nostra provincia, a ricordare le vittime della ferocia nazifascista. Cito solo alcuni esempi che mi sono venuti in mente. A Valdagno c’è un monumento “ai sette martiri”, a Vicenza “ai dieci martiri” e anche nella mia città, Montecchio Maggiore, ci sono quattro martiri, uccisi nel 1944, che ogni anno vengono ricordati e celebrati. Ma si potrebbe continuare… Riflettiamo un istante sulle parole perché molto ci possono dire sul motivo per cui oggi ci troviamo qui. 

Martire è una parola antica: deriva dal greco e significa ‘testimone’. Usata nell’antica Grecia in ambito giuridico per designare i testimoni nei tribunali, col Cristianesimo il suo significato si trasformò in parte, venendo a significare il fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta di rinnegare la propria fede. Diviene perciò testimone della propria fede e del proprio ideale. Con questo significato la parola ‘martire’ è giunta fino a noi, abbracciando ancora l’ambito civile oltre che religioso: sì, perché non solo per un ideale religioso si può dare la vita, ma anche per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia e di pace. Per questo siamo qui oggi a fare memoria insieme, a commemorare, appunto, questi sette uomini: sei partigiani e un civile fucilati per rappresaglia dai nazifascisti la mattina del 15 ottobre 1944.

Ricordiamo sin d’ora i loro nomi: Renzo Bellon (partigiano di anni 30), Enrico Bressan (partigiano di anni 20), Ettore Dal Pra’ (partigiano di 22 anni non ancora compiuti), Alessandro Dovigo (partigiano di anni 19), Emilio Pivato (partigiano di anni 27), Piero Salamon (partigiano di anni 23) e Antonio Pastorelli (civile, di professione bovaro, di anni 64). I sei partigiani, tutti appartenenti alla brigata “Pierobon”, erano originari di questo territorio, figli e figlie di queste contrade e questi paesi. Giovani, alcuni di loro giovanissimi, erano entrati nelle formazioni partigiane a seguito dell’8 settembre, una data importante, di cui tornerò fra poco a parlare. Furono imprigionati dai nazifascisti dopo che un loro compagno della pattuglia detta “Visela”, catturato e torturato, aveva fatto i loro nomi. Antonio Pastorelli venne invece arrestato in quanto lavoratore nella cascina che ospitava la pattuglia “Visela”. Tutti indistintamente vennero trattenuti in carcere finché, a seguito di uno scontro a fuoco fra la pattuglia “Visela” e i nazifascisti, avvenuto nella notte di venerdì 13 ottobre, vennero fucilati perché si spargesse il terrore nella zona.

Questi erano i metodi dell’invasore tedesco e dei fascisti che lo spalleggiavano. Sul manifesto che seguì l’esecuzione questi uomini vennero definiti “banditi”, cioè fuori legge. Ma le persone di Pojana e di Noventa sapevano che non lo erano. Lo erano per le leggi imposte con la forza dai tedeschi ai paesi occupati. In realtà erano uomini che, seppur giovani, avevano scelto da che parte stare: la parte della libertà, della giustizia, della pace, del rispetto, ed erano pronti per questi ideali ad affrontare il rischio più alto, quello della vita. Avevano impugnato le armi per riportare la pace, per scacciare l’invasore e chi lo appoggiava, perché dopo di loro non ci fosse più nessun altro che avesse dovuto usare la violenza. Avevano scelto di combattere per una nuova patria, un’Italia libera e democratica, loro che nella libertà non avevano fino a quel momento vissuto. Per questo incontrarono la morte. 

Ma come si era giunti ad avere in Italia un invasore e una situazione di violenza tanto grave?

Oggi noi conosciamo la guerra solo per le immagini viste in televisione o su internet: basta connettersi a youtube o ad un altro social network per vedere, comodamente seduti in poltrona, scene terribili; voi ragazzi, poi, “conoscete”, per così dire, la guerra dai videogiochi: si spara, ci si diverte e se si muore poi c’è un’altra partita da poter giocare. Ma settantatré anni fa in Italia, nel Vicentino, qui a Pojana, non era così: non c’erano smartphone né tablet né social network; c’era a stento il cibo, ma soprattutto non c’era la libertà. Di contro c’era una guerra vera, una guerra scatenata per le assurde mire di conquista di due ideologie folli: il nazismo tedesco e il fascismo italiano, che del primo movimento era stato ispirazione e modello. Erano ideologie che predicavano la disparità di diritti fra le persone, la violenza come strumento di affermazione politica e di dominio, la sopraffazione come pratica di potere; predicavano infine l’esistenza di razze e l’illogica pretesa che fra esse alcune fossero superiori e altre inferiori. Chi era superiore poteva dominare, distruggere, uccidere, rubare, occupare. Su questo principio assurdo e fuori da ogni logica umana, fascismo e nazismo scatenarono guerre di aggressione e sterminarono milioni di persone inermi, ritenute indegne di vivere.

Con la Seconda guerra mondiale, scatenata dalla Germania di Hitler, anche il nostro paese si trovò coinvolto nel peggiore conflitto mai combattuto. Dal 1940 al 1943 Mussolini, dittatore e duce del fascismo, inviò giovani a morire contro la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Russia. Paesi che non avevano dichiarato guerra all’Italia, paesi che l’Italia aggredì. La guerra, disastrosa per il nostro paese, portò alla caduta del regime fascista, che per vent’anni aveva oppresso la libertà in Italia: il 25 luglio 1943 il regime crollò e il governo italiano si affettò a chiedere un armistizio agli alleati ango-americani. La richiesta venne accolta. Si giunse così all’8 settembre, la data storica in cui molti pensavano che la guerra sarebbe finita. Si sbagliavano: il conflitto durò ancora un anno e mezzo e divenne lotta di Liberazione contro i tedeschi, che per rappresaglia avevano invaso l’Italia, e guerra civile, che vide contrapposti italiani contro italiani: da una parte i partigiani, che avevano scelto la strada della libertà, dall’altra i fascisti, che avevano scelto ancora la via dell’odio, della violenza gratuita e della sopraffazione a fianco dei nazisti. Si combatté in Italia e anche fuori, come testimoniano gli oltre 600.000 militari italiani internati in Germania dei quali la grande maggioranza preferì restare in lager piuttosto che arruolarsi con i fascisti e i nazisti. È la scelta che fece il vostro compaesano Giuseppe Zanotto, catturato dai tedeschi e resistente anche lui dietro i fili spinati di un campo di concentramento per prigionieri italiani. Lo avete commemorato pochi giorni fa, riportandone le spoglie in patria. Come ha detto Mario Rigoni Stern, anche quella fu Resistenza, quella di chi disse “No” al fascismo, a costo rimanere dietro i fili spinati e, come fu per Giuseppe, di pagare con la vita.

La lotta fu terribile anche in Italia e investì la nostra provincia: portò lutti, dolore, distruzione e miseria. Solo nella primavera del 1945, con l’avanzata degli Alleati nella pianura padana e la riscossa dei partigiani, che liberarono le città del nord, arrivò finalmente il giorno della Liberazione. Quel giorno le persone festeggiarono per strada, nelle piazze, si abbracciarono felici per la fine di un incubo. Da quel giorno iniziò un percorso nuovo per l’Italia, un cammino che l’avrebbe portata, il 2 giugno 1946, a scegliere la Repubblica come forma di governo e a darsi una Costituzione. Entrata in vigore il 1 gennaio 1948 (fra pochi mesi saranno settant’anni), la Costituzione è il frutto della collaborazione fra tutti i partiti antifascisti che avevano preso parte alla Resistenza. È un documento importantissimo, che tutti dovremmo conoscere, amare e difendere, specie i suoi primi dodici articoli. È grazie allo Costituzione se oggi noi possiamo esprimere liberamente il nostro pensiero, se, dunque, possiamo essere qui. 

Tuttavia, oggi che, per citare Primo Levi, viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, oggi che abbiamo un pasto caldo, oggi che siamo circondati da visi amici e che viviamo in pace, non possiamo dimenticare chi ha dato la vita per dare a noi tutto ciò. La libertà e la democrazia non sono conquiste perenni, ragazzi. Guardiamoci intorno: viviamo in tempi in cui riemergono sempre più forti idee e comportamenti di odio, di intolleranza, di rifiuto dell’altro perché straniero o perché diverso, per molti motivi. Pensiamo alle nostre vite quotidiane: l’arroganza al lavoro, il bullismo a scuola, la furbizia di chi imbroglia gli altri o lo Stato, la voce di chi grida “prima noi” o cose simili, il razzismo e l’odio contro chi è costretto a lasciare il proprio paese perché vittima della guerra o della miseria sono come un tarlo che divora a poco a poco la democrazia. E noi non possiamo permetterlo, come non possiamo permettere che vi sia chi ancora propone di riabilitare una dittatura feroce e liberticida com’è stato il fascismo. Spetta a ciascuno di noi vivere e attuare i principi di libertà, giustizia, uguaglianza, pace e rispetto sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Solo così la nostra Italia sarà una nazione matura, responsabile e accogliente verso tutti.

Come ha scritto Mario Rigoni Stern, oggi «non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza». Tocca a noi adulti e, ancor più, a voi ragazzi vigilare: innanzitutto conoscendo la storia, meditando che questo è veramente stato; in secondo luogo vivendo nel quotidiano i valori della Resistenza sanciti nella Costituzione; in terzo luogo analizzando le parole, proprie ed altrui, non fidandoci di chi ancora propone falsi valori permeati di razzismo, di divisione, di odio. Ne va del nostro futuro, e lo dobbiamo a loro: a Renzo, Enrico, Ettore, Alessandro, Emilio, Piero, Antonio e a tutti i partigiani e le partigiane che settantaquattro anni fa scelsero. E scelsero la parte giusta. 

Viva la Resistenza, viva l’Italia libera, viva la Costituzione!

venerdì 7 luglio 2017

Collaborazione con "Quaderni Vicentini"

Cari amici lettori,
un brevissimo post per segnalare che ho iniziato a collaborare con la rivista bimestrale "Quaderni Vicentini", rivista che, come si legge nel sito http://quadernivicentini.it/, ha come obiettivo «l'analisi della realtà contemporanea e storica: cronaca, politica, cultura». 

Nel numero 2/2017 potrete trovare un racconto scritto qualche tempo fa, ma a cui tengo molto, Il concerto, di cui riporto l'incipit in calce a queste righe.

"Quaderni Vicentini" si può trovare nelle edicole e librerie di Vicenza città e provincia e anche on-line nei siti dei distributori maggiori. Qui potete reperire informazioni: http://quadernivicentini.it/rivenditori/.

In alternativa contattatemi attraverso il modulo di contatto a fianco.



Il concerto

Non era un buon periodo, questo era poco ma sicuro. Ogni sera, tornando dal lavoro, questa piccola e insieme irritante verità si affacciava nella mente di Giacinto Masiero. Piccola e irritante come una scheggia di legno, una sgrezénda avrebbe detto lui, che era veneto, anzi vicentino, e sapeva che con le sgrezénde c’è poco da scherzare: subdole, ti si infilano sotto la pelle in un attimo, le senti appena o non le senti proprio, e poi, quando te ne accorgi, è già troppo tardi. Allora arriva una sensazione che non è nemmeno dolore, che ha in sé dello sberleffo bello e buono. Solo un ago sottile, opportunamente sterilizzato sulla fiamma del fornello, potrà avere ragione, ma non è detto, della sgrezénda.
Forse però quel pensiero non era neppure simile ad una sgrezénda, pensava Giacinto Masiero ogni sera, infilando la macchina nel garage di casa sua. Perché una sgrezénda si può cavar via in qualche maniera. Quel pensiero invece non si poteva cavare, era fisso come un chiodo da muro o, peggio ancora, come un fischer da muro. Per estrarlo si sarebbe dovuto scavare, magari addirittura buttar giù tutto e poi dare di nuovo le malte. Invece, le uniche cose che Giacinto Masiero faceva erano scrollare la testa e sbuffare in silenzio. E bestemmiare, anche, ma piano, tra i denti: bestemmie sussurrate che sua moglie fingeva di scambiare per preghiere.
Insomma, buttava male per lui. Pazienza per il lavoro, il suo lavoro di tornitore che per tanti anni era stato soltanto cartellino-otto ore, cartellino-casa e ora invece andava e veniva tagliato dalla cassa integrazione a rotazione; pazienza anche per la sua vita coniugale, non del tutto piatta ma, anche nei brevi attimi di una notte rubata, controllata e prevedibile. Del resto, e la schiena, e la prostata che cominciava a farsi sentire, e la menopausa di sua moglie che le metteva spesso e volentieri la voglia solo per toglierla in quattro e quattr’otto… tutto contribuiva, ma pazienza.
Pazienza, infine, che suo figlio si facesse poco vedere e sentire ma studiare a Milano, dove pure riusciva a mantenersi quasi da sé, era una gran cosa per lui. Anzi, non solo per lui, per tutta la famiglia. Sarebbe stato il primo dottore ad arrivare in casa! E per Giacinto Masiero questa era una soddisfazione bella e buona, sufficiente a fargli superare tanti momenti di scoramento. Pazienza dunque, sempre pazienza. Ma che adesso anche i vicini di casa si fossero messi a piantar rogne riguardo ai confini del terreno dietro casa, questo era troppo anche per il carattere remissivo di Giacinto Masiero. Il fatto poi che “i vicini” fossero in realtà suo fratello, con cui condivideva, oltre al cognome , anche uno dei muri portanti della casa, non semplificava le cose. Anzi, le rendeva più intricate e fastidiose da risolvere.
Dopotutto non era stato lui a segnare i confini, quella volta! L’avevano fatto assieme e allora tutto era andato bene. Perché adesso suo fratello tirava fuori quelle storie? Era in pensione: non poteva godersi il riposo senza rompere le balle a chi invece, ringraziando il governo ladro, avrebbe dovuto lavorare fino a perdere i denti e il resto? Forse era per quest’ultima spina, forse tutto l’insieme, chissà. Giacinto Masiero scrollava ogni sera la testa mentre apriva la porta di casa. No, non era per niente un bel periodo. Di ciò poteva star sicuro, pensava dondolando un poco la testa...