domenica 3 novembre 2013

Se le biblioteche buttano i libri...

Gli amici lo sanno, ho una grande passione per i libri; non solo per la letteratura contenuta nei libri, anche per l'oggetto libro in sé. Sì, chiamiamola pure bibliofilia: non ai livelli estremi di facoltosi cacciatori perennemente alla ricerca di prime edizioni o libri rari, diciamo che mi piace esercitare l'arte ottimamente espressa dal verbo vicentino "rumare" (come tradurlo?) e, ogni tanto, portare a casa, possibilmente per pochi denari, qualche bel volume (e magari anche più di uno) da mercatini o negozi dell'usato. Oltretutto, coi tempi che corrono e visti i prezzi di un'edizione fresca di stampa, spesso conviene assai andarsene a rovistare tra i banchi polverosi di un venditore o tra gli scaffali di un rigattiere. 

È legato a questa passione un fatto accadutomi più di una volta ma sul quale, prima di qualche giorno fa, non avevo avuto modo di riflettere. Riassumerò il tutto, dunque, a partire da quanto mi è accaduto questa settimana. Giovedì, se non ricordo male, mi sono recato in una delle botteghe di cui sopra, un negozio nel quale spesso mi è capitato di fare buoni affari. Sono entrato e, come ogni altra volta, mi sono diretto al reparto libri.

Per i primi minuti nulla di entusiasmante: quasi solamente letteratura commerciale, grandi libri (in fatto di dimensioni) dei decenni passati e ormai dimenticati, "mattoni" americani o simili, romanzi buoni, per riprendere una frase di Antonio Tabucchi, da viaggio aereo lungo: si arriva in Thailandia e poi si buttano via; guardando bene, qua e là appariva qualche pepita, classici in edizioni più o meno di pregio. Ho recuperato una raccolta di racconti di Pirandello, la prima delle Novelle per un anno, un celebre romanzo di Hrabal e un'edizione recente de I sommersi e i salvati di Primo Levi. Poi lo sguardo, alzatosi, ha incontrato l'inconfondibile sagoma di quattro Meridiani Mondadori. Erano posati sopra una mensola piuttosto alta, soli. Mi sono avvicinato e non senza emozione ho letto i nomi sul dorso: due Romano (Lalla), un Papini (Giovanni), un James (Henry). Tutti praticamente nuovi. Ma l'emozione si è trasformata in sorpresa e poi in sgomento quando, alla base del dorso, ho notato la tipica etichetta di classificazione delle biblioteche (la classica Dewey) con tanto di nome della biblioteca di appartenenza. Ne ho acquistati tre, gli italiani, pagandoli due Euro a volume. Sì, avete letto bene, due Euro.

Ora, la riflessione che vorrei proporvi è questa: come mai una biblioteca decide di scartare (tutti i volumi erano regolarmente cancellati dall'inventario tramite apposito timbro) quattro Meridiani nuovi, tra cui tre dedicati ad autori italiani non certo minori nella letteratura del nostro paese? Qualche tempo fa avevo acquistato per un solo Euro le Istmiche di Pindaro, sempre scarto di biblioteca. Passi dunque per un Pindaro con testo greco a fronte, ma quattro Meridiani!
Ho azzardato tra me una risposta, ripensando alle dichiarazioni rilasciate alcuni anni fa dal direttore di una delle più importanti biblioteche della provincia. Il Nostro sosteneva che le biblioteche locali, non essendo biblioteche di conservazione, sono tenute a tenere solo i testi che vengono richiesti. A decidere sono i gusti del pubblico, ciò che non si legge (o non viene richiesto) si butta. Dunque immagino cosa possa essere accaduto coi quattro Meridiani in questione. Riconosco che molti altri possono essere i fattori che concorrono a decretare l'eliminazione di un libro, tra cui il sempre menzionato spazio che manca, e credo che sicuramente altre copie dei testi scartati saranno disponibili nel sistema bibliotecario provinciale, tuttavia confesso che l'idea alla base di questo agire mi inquieta, e molto. L'istituzione abdica al senso di responsabilità, il pubblico decide, i gusti impongono... 
Risultato: la letteratura come la classifica del campionato. Chi viene retrocesso finisce buttato via. Se questa è davvero la logica, quanto ci vorrà prima che nelle nostre biblioteche si trovino solo romanzi "da viaggio aereo lungo"? 

sabato 26 ottobre 2013

Nella steppa di Anton Cechov


Tra gli autori a me cari, un posto particolare è riservato ad Anton Cechov. Nato nel 1866 e morto nemmeno quarantenne nel 1904 della malattia che l’aveva perseguitato lungo tutta la breve vita, la tubercolosi, Cechov rappresenta per me forse qualcosa di più che un autore amato. I suoi racconti, la parte della sua produzione che conosco meglio, sono davvero un giardino cui ritorno sempre volentieri e che serba fiori freschi ad ogni visita. Distillato di osservazione precisa e approfondita della realtà umana (Cechov era medico), narrati con partecipazione e insieme con ironia, sono ricchi di quella vividezza e umanità che mi piace ritrovare nella letteratura come nella vita. 
Così non ho riflettuto a lungo quando, qualche giorno fa, ad un mercatino di libri usati, mi è capitata tra le mani l’edizione di un racconto lungo di Cechov che non avevo mai letto, La steppa. Il testo, di formato tascabile ma con copertina rigida, era piuttosto rovinato: pagine ingiallite, sovraccoperta strappata in più punti, dorso provato dall’uso. Era un piccolo Vallecchi del 1949 che, una volta aperto, ha rivelato inaspettatamente  un font leggibilissimo e una traduzione (del 1940) forse un po’ fuori moda ma raffinata, come si usava una volta. Ciò mi ha spinto ancor più all’acquisto del volumetto, per un solo Euro. A distanza di un paio di settimane posso affermare che si è trattato di un buon investimento.


Il racconto mi ha stupito. È la storia del viaggio attraverso la steppa che il piccolo Iegorusca, un bambino di nove anni, fa a seguito dello zio e di un religioso suo amico per recarsi nella cittadina dove inizierà a frequentare il ginnasio. È un racconto di viaggio, quindi, di incontri e di lunghe appassionate descrizioni della steppa, forse l’unica vera protagonista di quanto accade, ben poco, quanto a plot. Ma la grande letteratura insegna che i colpi di scena e la trama non sono tutto. E attraverso gli occhi del piccolo Iegorusca ce ne rendiamo conto una volta di più. Vorrei riportare le splendide descrizioni del paesaggio, ma lo spazio è tiranno. Mi limito a condividere una descrizione di cielo stellato piuttosto inconsueta per noi, abituati, dalle stelle di Dante a quelle di Pascoli passando per Leopardi (per citare solo alcuni nomi), agli astri come fidati compagni di viaggio e confidenti degli umani pensieri. 


 «Quando a lungo, senza staccare l’occhio, tu guardi il cielo profondo, allora non si sa perché i pensieri e l’anima si confondono nel senso della solitudine. Tu incominci a sentirti irrimediabilmente solo e tutto ciò che prima hai considerato vicino e come tuo, diventa infinitamente lontano e senza alcun valore. Le stelle, che guardano dal cielo già da migliaia di anni, lo stesso cielo inesplicabilmente e la caligine, indifferenti verso la breve vita dell’uomo, allorché tu resti con loro a faccia a faccia e cerchi di indagarne il senso, ti opprimono l’anima col loro silenzio; e ti viene in mente quella solitudine che attende ognuno di noi nella tomba e l’essenza della vita si presenta disperante, terribile…» (pp. 174-175). 


Leggendo queste parole ho provato anch’io la sensazione descritta; subito dopo, però, ho desiderato vedere dal vivo la steppa. E, di pensiero in pensiero, mi è tornata in mente un’altra stella, una costellazione anzi, quel quadrato di Cassiopea «che mi stava sopra la testa tutte le notti». Riconosciuto da dove ho preso la citazione? Se sì (ma anche se no), la lettura de La steppa di Cechov potrà essere ottima compagnia per questo tempo d’autunno.