lunedì 1 luglio 2019

"L'isola del labirinto" in uscita a settembre 2019


Care lettrici e cari lettori,
annuncio con gioia che da settembre sarà disponibile, per i tipi di Raffaello Editrice, la mia ultima fatica: L'isola del labirinto. La storia è ambientata a Creta nel corso della seconda fase della civiltà minoica (1500 ca a. C.) e ha come protagonista Maia, una bambina che, seguendo il nonno pittore, si reca a Cnosso per decorare il celebre palazzo. Proprio in concomitanza con l'arrivo dei due, però, ha inizio una serie di furti che metterà a dura prova gli abitanti di Cnosso. Fra coloro che indagano ci sarà anche Maia: avrà inizio così una serie di incontri e scoperte, fino ad un incontro un po'... particolare!
Estote paratae/i!





domenica 9 giugno 2019

Commemorazione dei Sette martiri di Grancona - 9 giugno 2019

Cari amici,
condivido di seguito il testo del mio intervento questa mattina a Grancona.



Commemorazione dei sette martiri di Grancona
9 giugno 2019


Un saluto cordiale ai rappresentanti delle Istituzioni, al sindaco di Val Liona e agli amici di Prato e di Pessano con Bornago in particolare, alle rappresentanze delle associazioni partigiane e combattentistiche, alle cittadine e ai cittadini presenti. Con emozione e con senso di responsabilità prendo la parola per commemorare con voi i sette martiri di Grancona.
Commemorare – letteralmente fare memoria assieme – è parola e pratica antica, profondamente umana, eppure, al contempo, è un’azione che proietta l’uomo oltre la finitezza della sua natura di singolo, in una dimensione di comunità e di continuità fra le generazioni, oltre il luogo e il tempo.
Oggi, dunque, siamo a fare memoria, di un evento tragico, ma soprattutto, di sette giovani, i “sette martiri” di Grancona, morti per la violenza nazifascista la sera dell’8 giugno 1944. Anche ‘martire’, che in origine, nell’antica Grecia, significava ‘testimone’, è parola antica. Entrata nella nostra lingua con il cristianesimo, ad identificare il fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta tuttavia di rinnegare la propria fede divenendo perciò testimone per gli altri di ciò in cui crede, la parola ha abbracciato l’ambito politico e civile, definendo la condizione di chi lotta fino alla vita per un ideale. E nella nostra provincia vicentina quanti sono i martiri della libertà nella lotta al nazifascismo!
Ripetiamo allora ancora una volta i nomi dei “sette martiri” di Grancona: Raffaele Bertesina, classe 1917, sposato e padre di una bambina; Silvio Bertoldo, classe 1920; Attilio Mattiello, classe 1920; Guerrino Rossi, classe 1919; Ermenegildo Sartori, classe 1918; Mario Spoladore, classe 1922; Ernesto Zanellato, classe 1917.
Figli di queste valli, operai, artigiani o contadini, andarono ignari incontro alla morte in questo luogo di preghiera e di devozione immerso nella natura, che tutto ci sembra rivelare fuorché inganno, violenza, orrore e morte.
Come ha raccontato il compianto Giuseppe Sartori, fratello di Ermenegildo, scampato quasi per caso all’eccidio, e come appurato dalle ricerche, i sette caddero per mano di un gruppo di sedicenti partigiani, in realtà militi della Repubblica Sociale Italiana, nel tentativo, operato dai fascisti, di sgominare i primi nuclei di Resistenza operanti nei colli Berici a partire dalla primavera del 1944.
Il movimento partigiano è in questo periodo in fase di strutturazione. I fascisti, subdolamente, tendono la loro trappola; stabiliscono la riunione coi giovani del luogo – una trentina in tutto – per la sera dell'8 giugno, festa del Corpus Domini: hanno promesso armi, equipaggiamenti e il trasferimento dei giovani dei Berici sulle montagne vicentine, dove già operano le formazioni partigiane.
Poche ore prima dell’agguato, però, si diffonde la voce che si tratti di una trappola. Un civile, Alberto Peruffo “Usche”, ascolta per caso in treno la conversazione di un gruppo di fascisti che si vantano per quello che stanno per compiere; sceso, corre in paese ad avvertire che si tratta di un tranello, ma ci riesce solo in parte. Saranno in sette a presentarsi: i nostri sette martiri. Caduti nella trappola, dapprima sono costretti a giurare la loro fede partigiana, poi, all’interno dell’oratorio, vengono torturati per oltre un’ora. Infine, alle 23 circa, sono trascinati oltre la strada, dove vengono finiti a raffiche di mitra. Fra essi resta vivo Silvio Bertoldo, che, trasportato all’ospedale di Montecchio Maggiore, morirà il giorno seguente.
La notizia dell’accaduto si sparge in un baleno: accorrono i famigliari, i parenti, gli amici. Il dolore è indicibile e ad esso si aggiunge la paura di nuove rappresaglie. Questo accadeva settantacinque anni fa.

Ma oggi che cosa ci dicono queste sette vite troncate? Qual è il significato del nostro fare memoria? Torniamo per un momento a riflettere su chi erano i sette martiri. A differenza dei loro aguzzini fascisti, inquadrati in compagnie e battaglioni della morte, che sfoggiavano orgogliosamente teschi, pugnali e altri simboli di violenza, i sette erano giovani con la vita nel cuore, desiderosi di vivere in pace, senza più guerre o dittature. Questo li aveva portati, dopo l’8 settembre, prima a nascondersi ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale e poi ad organizzarsi per dare il loro contributo alla causa della libertà. Insieme avevano eletto il più esperto fra loro di questioni militari, Raffaele Bertesina, ex combattente nei Balcani, quale comandante della nascente formazione. Nessuno di loro aveva compiuto studi di alto livello, nessuno di loro aveva mai vissuto una vita in democrazia, erano cresciuti tutti sotto il pensiero unico fascista, quel “credere, obbedire e combattere” che aveva imposto per vent’anni il culto del capo, della volontà ferrea, del nazionalismo esasperato, del militarismo, della violenza.
Per questo, ogni volta che rifletto sulla scelta di chi, dopo l’8 settembre 1943, scelse di stare dalla parte giusta, quella della libertà, non riesco a non stupirmi. C’era stata la guerra, è vero, ad aprire gli occhi agli italiani sulla vera natura del fascismo, una guerra che, come ebbe a dire Mario Rigoni Stern, era sempre «di aggressione» e di «offesa agli altri» e prima, durante la dittatura, c’erano stati tanti piccoli gesti di resistenza; c’era nel vicentino l’opera di un vescovo., Mons. Rodolfi, che in più occasioni aveva apertamente osteggiato il regime. E tuttavia ciò non è sufficiente a spiegare la scelta del tutto controcorrente di questi giovani.
Questo dovrebbe dirci molto oggi, in cui sentiamo sempre più spesso riaffiorare urla e slogan che pretendono di collocare alcuni “prima di altri”: “prima gli Stati Uniti” si urla oltre oceano, “prima i polacchi” urlava un gruppo di nazionalisti davanti ai cancelli di Auschwitz lo scorso 27 gennaio, dimenticando che furono decine e decine di migliaia i polacchi che persero la vita all’interno del campo. Anche in Italia questo slogan risuona sempre più spesso: ma cosa significa esso alla fine, se non “prima io”? Prima i miei diritti, i miei interessi, dopo gli altri!
Cosa direbbero i sette martiri a sentirci ripetere queste parole oggi? Loro che decisero di rischiare la vita per salvare, assieme alla propria, quella degli altri, cosa risponderebbero?
Dicevo all’inizio che il commemorare proietta l’uomo oltre la finitezza della sua natura di singolo, in una dimensione di comunità e di continuità fra le generazioni, oltre il luogo e il tempo. È questo allora il senso profondo del nostro ritrovarci oggi. Perché, consapevoli di cosa è stato, della scelta dei sette martiri, all’oggi deve essere rivolto il nostro sguardo.
Il nazifascismo è stato sconfitto militarmente nel 1945, lo sappiamo; ma i semi dell’odio, dell’intolleranza, del nazionalismo, del razzismo, di chi pretende di creare e fomentare le disuguaglianze fra i cittadini sono purtroppo sempre presenti e oggi, complici l’insicurezza e la paura, reali o percepite, la crisi economica, la globalizzazione, trovano terreno in cui attecchire. Scriveva Primo Levi nel 1986:

«La violenza […] è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato […]. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo. Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono “belle parole” non sostenute da buone ragioni».

Possiamo chiederci come fare ad «affinare i nostri sensi», per onorare davvero i combattenti della libertà. Non ci sono risposte univoche ma, credo, un modo è proprio quello di ritrovarci insieme per fare memoria, visitando i luoghi della Resistenza, portando, come fa l’ANPI di Grancona, i ragazzi e i giovani in questo e in altri luoghi che conservano la nostra storia, il cammino segnato di sofferenze e lutti che ci ha condotto alla libertà e alla pace, alla Repubblica e alla Costituzione.
Un secondo modo è quello di tornare, anche attraverso i luoghi, a studiare la storia, a non fermarci al sentito dire, ad approfondire le questioni. Più si allontana da noi il tempo dei fatti, più si assottigliano i testimoni diretti e più abbiamo la necessità, come cittadini e come uomini, di tornare a comprendere, attraverso lo studio, quanto avvenuto nel secolo da poco concluso.  Sono rimasto colpito da un episodio accadutomi pochi mesi fa, al termine di una lezione sulla Shoah ad un gruppo di adulti. Un signore anziano mi ha atteso al termine dell’incontro chiedendomi informazioni sul fascismo, dicendo: “Sa, io ho vissuto la dittatura, ero balilla, ma a parte le sfilate e la paura dei bombardamenti mi ricordo poco. Ora mi dicono alla televisione che il fascismo ha fatto anche tante cose buone”.
A questo siamo giunti! Non solo si tenta di parificare chi combatteva per perpetuare la dittatura con chi rischiava la vita per la libertà, ma, complice l’ignoranza di politici e pubblici intrattenitori, si diffondono errori, inesattezze, confusione quando non, addirittura, falsità e discredito. Studiare, dunque, senza timore, anche riportando alla luce errori che possono essere stati commessi da singoli partigiani o in singoli fatti. Perché nessun singolo episodio potrà mai confondere una verità inequivocabile: che da una parte si combatteva per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia, di solidarietà e di pace; dall’altra si voleva perpetuare un mondo fondato sulla disuguaglianza, sulla violenza, sull’odio e sull’eliminazione dell’avversario o, semplicemente, del diverso, di chi, come ha ribadito più volte la senatrice a vita Liliana Segre, aveva come unica colpa quella di essere nato.
Il fascismo, ispiratore del nazismo, non fu affatto un regime bonario, fu una dittatura e, prima ancora, un movimento politico basato sulla violenza come arma per imporsi sugli avversari. 
Scriveva nel 1954 il padre costituente Piero Calamandrei:

«Ciò che soprattutto va messo in evidenza del fascismo è […] il significato morale: l’insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell’uomo, l’umiliazione brutale, ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell’uomo degradato a cosa. […] Nel macabro cerimoniale in cui gli incamiciati di nero, preceduti dai loro osceni gagliardetti, andavano solennemente a spezzare i denti ai sovversivi o a verniciargli la barba o a somministrargli, tra sconce risa, la purga ammonitrice, c’era già, ostentata come un programma di dominio, la negazione della persona umana. […] Il ventennio fascista – conclude Calamandrei – non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile».

Dobbiamo pertanto ripartire da qui, tornando a studiare la storia del fascismo e, soprattutto, di chi, come i sette martiri, vi si oppose. E solo nel vicentino quanti esempi! Le loro storie devono diventare le nostre storie, quelle dei ragazzi e dei giovani, i quali, come disse il grande presidente Sandro Pertini, «non hanno bisogno di sermoni, […] hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo».
Dalla Resistenza al nazifascismo sono nel dopoguerra nati frutti preziosi, che ci hanno dato settantaquattro anni di pace: la Repubblica, la Costituzione, che, frutto di tutti i partiti che avevano lottato contro il nazifascismo, è profondamente antifascista; ma anche, a livello europeo, l’idea di un continente unito, in pace. Oggi più che mai studiare, approfondire è dunque necessario se vogliamo tornare all’idea che sta alla base dell’Italia e dell’Europa.
Mi sembra di scorgere, infine, un ultimo modo di onorare con la nostra vita quotidiana il gesto di quanti, come i sette martiri, diedero la vita per la nostra libertà: tornando, cioè, al senso della misura, soppesando i gesti quotidiani e soprattutto le parole. Spesso dimentichiamo che i totalitarismi del Novecento si imposero anche, se non soprattutto, attraverso la parola: agivano sulle parole, censurando quelle proibite e sovente violentando il significato di quelle concesse. Tutti ricorderemo che l’eliminazione degli ebrei non veniva chiamata col suo nome dai nazifascisti, ma indicata sotto la generica, vaga espressione di «Soluzione finale». E così per parole come ‘onore’, patria’, ‘fede’, ‘libertà’, infangate e snaturate dal nazifascismo.
Oggi vediamo riaffiorare nazionalismi, intolleranza, odio anche attraverso parole che incitano allo scontro continuo, attraverso un’ironia che non fa ridere ma vuole offendere e denigrare, attraverso gesti ed espressioni che ci ricordano tempi bui che non vogliamo far ritornare.

«Va ricordato che, in ogni ambito, libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate fra le identità, con chi fomenta scontri, con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo»

ha ribadito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 2 giugno. Alle sue parole, monito per l’oggi, vorrei associare le parole di una celebre canzone scritta da Italo Calvino, partigiano in Piemonte. Essa ci rivela tutta la speranza che animava i nostri partigiani, uomini e donne:

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. […]
La speranza era nostra compagna
ad assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Raffaele, Silvio, Attilio, Guerrino, Ermenegildo, Mario, Ernesto e con loro tutti i partigiani e le partigiane, i patrioti e le patriote volevano una vita in pace, un mondo bello, felice, inclusivo e accogliente, e combattevano perché nessuno dovesse più riprendere in mano le armi, per donare la libertà a se stessi e a noi. Ricordiamocene e onoriamoli oggi e ogni giorno, con la nostra vita, i nostri gesti, le nostre scelte.
Viva l’Italia libera, Viva la Costituzione, Viva La Resistenza!

Michele Santuliana



domenica 26 maggio 2019

Incontro a Novale - 20 maggio 2019

Cari amici lettori,
riprendo la parola dopo un lungo silenzio per ringraziare di cuore i bambini e i ragazzi della scuola primaria di Novale (Vi) assieme alle loro bravissime insegnanti. Sono stato loro ospite lunedì scorso, in occasione dell'iniziativa "Valdagno che legge", per presentare L'eco delle battaglie e sono rimasto davvero colpito dall'attenzione e dalla partecipazione delle mie lettrici e dei miei lettori. 
Di seguito condivido alcune foto dell'incontro e del bellissimo lavoro sul libro realizzato dalla 4a A. Grazie di cuore!












domenica 6 gennaio 2019

Giovani e dialetto: un articolo per la rivista "Figure"

Cari amici lettori,
condivido l'incipit di un mio articolo pubblicato per la rivista "Figure". Al link che segue troverete l'articolo completo.

Anno scolastico 2017-2018. Una mattina come tante in un istituto professionale del vicentino. Mentre mi dirigo verso la sala insegnanti, incrocio uno studente di quinta dell’indirizzo meccanico. È un ragazzotto alto, atletico; tatuaggio sul collo, orecchino che penzola all’orecchio sinistro e addosso un maglione aderente che lascia intravedere i muscoli. Lo saluto guardandolo negli occhi e lui risponde prontamente.
- Be’? - gli chiedo poi - come mai non siamo in classe?
Abbozza un sorriso di sfida.
- Son ’ndà in bagno, desso vo in classe.
Io pure rispondo con un sorriso. Poi gli domando:
- Perché mi hai risposto in dialetto?
Lui sostiene il mio sguardo, è sveglio e capisce al volo l’intenzione del prof che ha davanti. E subito mi risponde per le rime.
- Come parché? Parché la zè la me lengua.

Parché la zè la me lengua. Ecco, vorrei partire da qui. Perché è vero: nella mia regione il dialetto è ancora la lingua ufficiale delle comunicazioni quotidiane. I dati dell’ultimo rapporto ISTAT (dicembre 2017) confermano che il Veneto rimane, tra le regioni del nord, quella in cui il dialetto è più utilizzato in famiglia (62%). Ma non solo: il dialetto è fondamentale nelle situazioni più comuni, dal dialogo con il negoziante di quartiere a quello con il benzinaio fino ad arrivare alle ciàcole tra colleghi in sala insegnanti, non solo con i veneti, anche con i foresti.
Qui vorrei però riflettere non sull’uso quotidiano di una categoria indistinta di parlanti, bensì su quello che ne fanno i giovani e sulla loro percezione del dialetto, in particolare i giovani che l’anno scorso, nel mio anno di prova, ho avuto modo di osservare e ascoltare in un istituto professionale dell’ovest vicentino. La risposta del nostro studente dà infatti, a mio avviso, significativi indizi su un fenomeno che coinvolge una parte dei giovani della mia regione.

mercoledì 11 luglio 2018

Riflessioni su fascismo e antifascismo nella scuola

Cari lettori,
scrivo una breve nota per informarvi che ho iniziato a collaborare con il sito laletteraturaenoi.it. Pochi giorni fa è uscita una mia riflessione su fascismo e antifascismo nella scuola. La potete leggere al seguente link: https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/814-riflessioni-su-fascismo-e-antifascismo-nella-scuola.html


lunedì 9 luglio 2018

Commemorando i sette martiri di Valdagno, domenica 8 luglio 2018

Cari lettori,
riporto di seguito il testo dell'orazione che a nome dell'ANPI ho pronunciato ieri, nel corso della commemorazione dei sette martiri di Valdagno, fucilati dai nazifascisti il 3 luglio 1944.



Commemorazione dei sette martiri
Valdagno, domenica 8 luglio 2018


Signor vicesindaco, autorità civili e militari, cittadine e cittadini: porgo a voi il mio saluto personale e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che ho l’onore di rappresentare. Ringrazio in particolare la sezione di Valdagno per l’invito offertomi a commemorare con voi i “sette martiri” di una città a cui sono molto legato, città che tanto ha dato alla Resistenza e che per la Resistenza è stata decorata di Medaglia d’Argento al V.M. Saluto anche con particolare affetto i famigliari dei martiri e la staffetta partigiana Teresa Peghin Wally.
Commemorare è una parola importante, significa fare memoria assieme. È un gesto profondamente umano e denso di significato, che ci unisce nella consapevolezza di quanto è qui accaduto settantaquattro anni fa per ricordare ma anche per attualizzarne il messaggio. Un’altra parola altrettanto importante che ci unisce oggi è ‘martire’, che in origine, nell’antica Grecia, significava ‘testimone’. Col Cristianesimo il suo significato si trasformò in parte, assumendo il significato di fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta tuttavia di rinnegare la propria fede. Diviene perciò testimone per gli altri di ciò in cui crede. Con questo significato la parola ‘martire’ è giunta fino a noi, abbracciando ancora l’ambito civile oltre che religioso, rappresentando chi lotta fino alle estreme conseguenze per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia e di pace. Per questo siamo qui oggi a fare memoria insieme, a commemorare, appunto, questi sette uomini, fucilati dai nazifascisti il 3 luglio 1944.

Essi erano Ferruccio Baù, valdagnese, classe 1908, di professione commerciante, noto come antifascista dal 25 luglio 1943, quando aveva gettato dal balcone del municipio la foto di Mussolini, deposto e arrestato poche ore prima;
Virgilio Cenzi, classe 1896, militante comunista e sostenitore del movimento partigiano, di professione falegname alla manifattura della Marzotto”;
Antonio Bietolini, classe 1900, meccanico, militante comunista di lungo corso. Arrestato più volte nel corso del ventennio, aveva trascorso sette anni di Confino alle isole Tremiti. Dal 13 febbraio 1944 era stato incaricato di dirigere la federazione vicentina del Pci in sostituzione dello scledense On. Domenico Marchioro e agiva sotto il falso nome di Bruno Morassuti;
Alfeo Guadagnin, classe 1899, socialista bassanese di lunga militanza, di professione noleggiatore d’auto, presente a Valdagno per incontrarsi con l’amico Ferruccio Baù;
Marino Ceccon, classe 1912, comunista, operaio agli stabilimenti “Marzotto”;
Francesco Rilievo, classe 1919, operaio alla “Marzotto”, privo di legami con l’attività clandestina, arrestato semplicemente perché cognato di Giovanni Zordan;
Pasquale Giovanni Zordan, “Nani Sette”, classe 1908, comunista, attivista nella fabbrica “Marzotto”.
Il loro arresto e la loro fucilazione avvennero in una fase drammatica della Guerra di Liberazione per Valdagno e per l’intera vallata. Come hanno ormai chiarito studi recenti [mi riferisco in particolare ai saggi pubblicati sull’argomento dal prof. Maurizio Dal Lago] questi sette martiri, a cui doveva aggiungersi Raffaele Preto, di 24 anni, calzolaio, membro della Resistenza, che riuscì invece a scampare alla fucilazione attraverso una fortunosa fuga, furono uccisi perché antifascisti nel corso di una rappresaglia che aveva il duplice scopo di colpire l’attività clandestina e terrorizzare la popolazione.

Nessuno dei sette uomini fucilati il 3 luglio 1944 era coinvolto con l’attacco partigiano, avvenuto il 30 giugno precedente fra le località Canova e Ghisa di Montecchio Maggiore e costato la vita a due soldati tedeschi, che fu addotto dai nazifascisti a motivo della feroce rappresaglia. Fu per essi un’occasione per mostrare ancora una volta la forza e la brutalità a cui poteva giungere la repressione ad azioni della Resistenza, un’occasione che si sommava a quanto avvenuto poche settimane prima, l’11 giugno, in contrada Borga, quando, a fronte dell’uccisione di un soldato tedesco, diciassette uomini innocenti erano stati massacrati, le case bruciate, terrorizzata la popolazione.
Ma il terrore non si fermò nemmeno a seguito dell’uccisione dei sette martiri: proseguì nei giorni seguenti con un rastrellamento nella zona fra Castelvecchio e Marana che portò alla morte di diversi civili e alla distruzione di numerose contrade accusate di aver dato «alloggio, vitto e la possibilità di deposito per armi e munizioni ai Ribelli». La Valle del Chiampo sarebbe poi stata colpita da un nuovo rastrellamento dal 9 al 15 luglio e, dopo l’estate, rinnovata strage avrebbe colpito questa città, con il rastrellamento di Piana, costato la vita, nel solo giorno 9 settembre, a 61 uomini, 20 civili e 41 partigiani.

Ecco dunque il nostro fare memoria, un’azione profonda e viva, che si volge al passato per vivere con consapevolezza il presente, un’azione che oggi è più necessaria che mai. Viviamo infatti in un’epoca di grande confusione, che spesso sfocia nel pressappochismo, nella faciloneria condita da slogan e frasi fatte, quando non, addirittura, nell’ignoranza esibita e rivendicata. Quella che doveva essere l’epoca dell’informazione per tutti, attraverso internet, del superamento delle ideologie, si sta rivelando come l’epoca della paura, dell’intolleranza e del ritorno di mostri che si pensava di aver sconfitto: il nazionalismo, il razzismo, il nazifascismo. E tutto ciò si fa strada nell’ignoranza, nel vuoto delle relazioni e delle discussioni reali, nella mancata conoscenza dei fatti storici e nella mancata trasmissione della memoria.

Se pochi mesi fa si poteva ancora affermare che il fascismo stava rialzando la testa, oggi purtroppo dobbiamo constatare che esso è presente e vivo: non solo il fascismo nostalgico di chi, senza conoscere quanto è avvenuto, difende ed osanna il ventennio mussoliniano, iniziato nella violenza e nella violenza finito nel modo più tragico, ma anche, soprattutto, è presente un fascismo nuovo, fomentato dalla crisi economica e morale degli ultimi anni, cresciuto tanto con la cattiva politica quanto con il qualunquismo e con gli slogan, reso forte e dilagato attraverso la paura, spesso strumentalizzata ad arte, del diverso e dello straniero, attraverso il razzismo, l’insicurezza e, ancor più, la percezione di insicurezza, l’intolleranza, l’inasprimento del conflitto sociale. In un paese, l’Italia, in cui il fascismo storico è stato sconfitto militarmente ma mai culturalmente, in cui, come ha dichiarato Carlo Smuraglia, presidente nazionale emerito dell’ANPI, «è mancato un ragionamento rigoroso su cosa è stato il fascismo, cosa ha rappresentato e come è stato recepito dal popolo durante il ventennio», il nuovo fascismo si insinua e fa proseliti proponendo una politica forte, risoluta, “di un uomo solo al comando”, di “qualcuno che metta a posto le cose”. Utilizzando un lessico machista, gesti risoluti, distogliendo l’attenzione dai veri problemi per scatenarsi contro minoranze, il nuovo fascismo catalizza i sentimenti più oscuri e si radica nella perdita dei riferimenti storici e culturali più autentici.

A questo fascismo dobbiamo contrapporre l’interesse, la partecipazione, la conoscenza e la memoria. Nel frastuono dei social, delle frasi fatte urlate e facili da ripetere come automi è fondamentale conoscere, studiare, apprendere correttamente, accertare, documentarsi. Occorre studiare la storia della Resistenza, limpidamente, riconoscendo anche gli errori che possono essere stati commessi in singoli episodi o da singoli personaggi, ma riconoscendo al contempo l’impegno ideale che la animava e la contrapponeva radicalmente al nazifascismo. Da una parte, quella giusta, quella che scelsero i sette martiri, si combatteva infatti per la libertà, per la pace, per la giustizia; dall’altra si combatteva per un mondo di schiavi, un mondo fondato sul razzismo, sulla violenza come mezzo generalizzato di potere e di dominio, sull’eliminazione del diverso, dell’avversario politico, del nemico.

Tuttavia la sola storia può non bastare. Occorre infatti unire ad essa la memoria, la partecipazione emotiva e personale, attraverso le tante storie di chi allora disse “No” al nazifascismo, sia che abbia impugnato le armi, sia che abbia scelto altre forme di Resistenza, come la popolazione delle contrade, che aiutava e proteggeva i partigiani correndo rischi altissimi. Inoltre occorre accompagnare in questo i giovani, che più di altri sono oggi vulnerabili ai richiami allettanti del nuovo fascismo: dobbiamo tornare a fermarci davanti ai monumenti come quello in via Sette Martiri, tornare a leggere i nomi, riscoprire le storie di questi uomini e di queste donne che ebbero il coraggio di dire “No”. Non erano eroi, ma persone normali che tuttavia scelsero. E scelsero la parte giusta. Come ha detto Mario Rigoni Stern: «È molto più difficile dire no che sì». Da qui dobbiamo ripartire, cittadine e cittadini, per affermare oggi il nostro “no” al nuovo fascismo.

È una battaglia culturale che non possiamo permetterci di perdere. Riprendendo le parole di Smuraglia, occorre ribadire con fermezza che «il nostro è un Paese non solo democratico, ma anche antifascista». Lo afferma chiaramente la Costituzione repubblicana, dalla cui entrata in vigore ricorre quest’anno il settantesimo anniversario, negli articoli a tutela della libertà in tutte le sue forme, dell’uguaglianza, dei diritti fondamentali, della dignità, del diritto di asilo e di tutela dello straniero, tutto ciò che il fascismo aveva negato. Questo antifascismo della Costituzione, che dovrebbe permeare le istituzioni anche oggi, fu ribadito in sede di Assemblea Costituente da un giovane deputato, Aldo Moro, di cui abbiamo ricordato poche settimane fa il quarantesimo anniversario dalla tragica scomparsa. Disse Moro: «Non possiamo […] fare una costituzione afascista, cioè non possiamo prescindere da quello che è stato nel nostro paese un movimento storico di importanza grandissima il quale nella sua negatività ha travolto per anni la coscienza e le istituzioni. Non possiamo dimenticare quello che è stato, perché questa Costituzione oggi emerge da quella Resistenza, da quella lotta, da quella negazione, per le quali ci siamo trovati insieme sul fronte della resistenza e della guerra rivoluzionaria ed ora ci troviamo insieme per questo impegno di affermazione dei valori supremi della dignità umana e della vita sociale».

Cari cittadine e cittadini, i riferimenti storici e culturali non ci mancano. Consapevoli di quello che è stato, commemoriamo i nostri sette martiri e con essi tutti coloro che hanno lottato per darci oggi un’Italia libera, repubblicana, democratica, antifascista. Sentiamo in noi il compito di onorare la loro memoria con il nostro impegno oggi, sempre.
Viva la Resistenza, viva la Costituzione!

domenica 17 giugno 2018

Cari amici lettori,
rompo un lunghissimo silenzio per segnalarvi un mio racconto sulla distruzione dell'antica fontana di Valbona pubblicato sul sito https://casacibernetica.wordpress.com. Spero che il mio scritto aiuti a riflettere e a rompere l'indifferenza verso lo scempio del nostro territorio.