rompo un lunghissimo silenzio per segnalarvi un mio racconto sulla distruzione dell'antica fontana di Valbona pubblicato sul sito https://casacibernetica.wordpress.com. Spero che il mio scritto aiuti a riflettere e a rompere l'indifferenza verso lo scempio del nostro territorio.
domenica 14 gennaio 2018
Commemorando Dino Carta, partigiano ventenne, ucciso dai fascisti il 12 gennaio 1945
Cari lettori,
riporto di seguito il testo dell'orazione che a nome dell'ANPI di Vicenza ho pronunciato ieri, nel corso della commemorazione del partigiano Dino Carta, ucciso dai fascisti il 12 gennaio 1945.
riporto di seguito il testo dell'orazione che a nome dell'ANPI di Vicenza ho pronunciato ieri, nel corso della commemorazione del partigiano Dino Carta, ucciso dai fascisti il 12 gennaio 1945.
Commemorazione del partigiano Dino Carta
Vicenza, sabato 13/01/2018
Signori rappresentanti delle
Istituzioni, delle associazioni combattentistiche, cittadine e cittadini,
colleghi insegnanti ma soprattutto parenti di Dino Carta e ragazze e ragazzi
delle scuole, dell’Istituto “Boscardin”, del “Farina”, del “Pigafetta” e del
“Rossi”: saluto tutti voi con affetto e porto i saluti dell’Associazione
Nazionale Partigiani d’Italia, che qui rappresento e che ringrazio per
l’opportunità offertami di parlare oggi a voi tutti.
Non è senza emozione che vi
parlo. Ho infatti ancora viva nella memoria la cerimonia dello scorso anno,
alla quale presenziai assieme agli allievi della mia terza media. Proprio
allora, alcuni di essi, avvicinatisi alla lapide che ricorda Dino, caduto in
questo luogo il 12 gennaio 1945, mi chiesero di spiegare loro cosa
significassero certe espressioni che si trovano scritte. Rileggiamo insieme la
lapide:
QUI
RABBIA DEI FRATELLI
ASSOLDATI DALL’INVASORE TEUTONICO
SPEZZÒ LA GIOVINEZZA DI
RABBIA DEI FRATELLI
ASSOLDATI DALL’INVASORE TEUTONICO
SPEZZÒ LA GIOVINEZZA DI
DINO CARTA
VENTENNE.
I COMPAGNI DI LOTTA
VOLLERO ETERNATO L’EROICO MARTIRIO
PER L’IDEALE SUBLIME DELLA LIBERTÀ
N. 7-11-1924 M. 12-1-1945
VENTENNE.
I COMPAGNI DI LOTTA
VOLLERO ETERNATO L’EROICO MARTIRIO
PER L’IDEALE SUBLIME DELLA LIBERTÀ
N. 7-11-1924 M. 12-1-1945
Colpiscono
alcune parole, che allora potei illustrare solo in parte ai miei ragazzi e che
ora vorrei riprendere: la «rabbia dei fratelli assoldati dall’invasore»,
l’aggettivo «teutonico», l’altro aggettivo, «ventenne», la parola «martirio»,
l’espressione «ideale sublime della libertà». Non le riprendo per fare una
lezione di etimologia, bensì per ricordare, a me e a voi, quanto i segni di ciò
che avvenne dal settembre 1943 al maggio 1945 siano ancora visibili nella
nostra terra, nelle nostre città, per le strade e in angoli talora purtroppo
dimenticati. Sono dei moniti che dovrebbero ricordarci di continuo il prezzo
pagato per conquistare la libertà, la democrazia, la pace, la giustizia. E
invece nelle nostre vite spesso distratte non ce ne accorgiamo, intenti come
siamo a fissare lo sguardo sugli schermi dei nostri smartphone o ad inseguire
le incombenze quotidiane.
Oggi
dunque ricordiamo un ragazzo di vent’anni, cresciuto a Vicenza sotto la
dittatura fascista e morto per mano degli sgherri di quella dittatura, un
regime che, dopo aver preso il potere con la forza, nel 1922, aveva oppresso la
libertà per oltre vent’anni. Una dittatura che, servendosi dell’intimidazione e
della violenza, aveva messo a tacere gli oppositori, molti dei quali avevano
pagato con la vita. Penso a Giacomo Matteotti, a cui pure sono intitolate vie,
strade e, qui a Vicenza, una piazza; penso ad Antonio Gramsci, ai fratelli
Rosselli, a Piero Gobetti, a Giovanni Amendola e a molti altri uccisi fra gli
anni Venti e Trenta, noti e meno noti. Uccisi perché volevano essere liberi di
seguire i loro ideali.
Il
fascismo, invece, aveva messo a tacere l’opposizione, aveva vietato la
manifestazione libera delle idee, soppressi gli altri partiti e la libertà di
stampa e costruito il consenso degli italiani attraverso un’organizzazione
capillare. Ogni momento della vita degli italiani era controllato e organizzato
affinché non germogliasse la minima idea contraria a quella dominante, affinché
tutti seguissero ciecamente il “credere, obbedire, combattere” voluto dal duce,
lo stesso duce che nel 1935 portò l’Italia ad aggredire l’Etiopia, paese in cui
i nostri soldati si macchiarono di crimini di guerra atroci; lo stesso duce che,
con l’avvallo del re Vittorio Emanuele III, le cui spoglie sono rientrare da
poco in Italia, fece promulgare nel 1938 – quest’anno saranno ottant’anni – le
leggi razziali, una macchia indelebile nel nostro paese.
Ecco,
ogni volta che mi trovo a ricordare ragazzi come Dino Carta, penso al
“miracolo” che rappresentò la loro ribellione al fascismo. E non a caso uso la
parola “miracolo”. Dino, come del resto moltissimi altri, cresciuto sotto il
pensiero oppressivo, unico e dominante dell’ideologia fascista, senza avere la
possibilità, come noi oggi invece abbiamo, di connettersi a internet per avere in
un attimo qualsiasi tipo di informazione, fece tuttavia la propria scelta. Scelse
la strada della libertà, che allora voleva dire Resistenza.
Si
trattava di una scelta difficilissima, avvenuta quando l’Italia, dopo tre anni
di guerra disastrosa a fianco della Germania nazista, l’8 settembre 1943 si era
ritrovata divisa, abbandonata dal re e dalla classe politica, occupata a nord
dai tedeschi - l’«invasore teutonico» di cui parla la lapide - e al sud dagli anglo-americani che
faticosamente avanzavano per liberarla. Ma la divisione e la guerra erano anche
civili, interne all’Italia, tra «fratelli», come recita la lapide: da una parte
chi aveva deciso di combattere dalla parte giusta, come Dino Carta, e dall’altra
chi invece ancora voleva perpetuare l’odio, la violenza, la disuguaglianza
sociale ed etnica, il razzismo, la schiavitù dell’uomo sull’uomo, fino
all’eliminazione fisica di chiunque non fosse ritenuto degno di vivere nel
“mondo nuovo” dall’ideologia nazifascista.
Dino poteva sembrare un ragazzo
come tanti. Studente prima del Patronato “Leone XIII” e poi dell’Istituto “Rossi”,
viene descritto da chi lo conobbe come un ragazzo pieno di vita. Appassionato
calciatore, era uno dei portieri del Vicenza nel campionato regionale del ’43-’44.
Ma Dino non era solo questo. Arruolatosi nella polizia ausiliaria fascista,
dopo aver preso contatti con i partigiani della brigata “Argiuna”, aveva
iniziato la missione pericolosissima della collaborazione con la Resistenza,
passando informazioni preziose ai partigiani. Sospettato dai fascisti,
sorvegliato, venne scoperto e il 12 gennaio arrestato e portato a poche
centinaia di metri da qui, a Villa Girardi, in via Fratelli Albanese, la cosiddetta
“Villa Triste”, per essere interrogato e torturato, come da prassi nazifascista.
Da lì riuscì a scappare giungendo fino a via Calderari dove venne raggiunto e
ucciso.
Dino, dicevo poco fa, poteva
sembrare un ragazzo come tanti, ma quella sua scelta, pagata con la vita, lo
rese diverso: diverso da molti che combatterono, in buona o in cattiva fede,
dalla parte sbagliata come da coloro che scelsero di non combattere. Questa sua
scelta, pagata con la vita, lo rese uomo libero e «martire»,
parola che significa “testimone”, usata nell’antica Grecia in ambito
giuridico e passata poi al Cristianesimo per rappresentare il fedele che,
consapevole di perdere la vita, non accetta di rinnegare la propria fede. Quale
fosse la fede di Dino ce lo dice l’ultima espressione della lapide che ho
voluto segnalare, quell’«ideale sublime della
libertà» per cui Dino diede la vita. A vent’anni.
Noi oggi spesso dimentichiamo il
valore della libertà o, addirittura, ne travisiamo il significato, arrivando a
ritenere che essa equivalga a fare ciò che si vuole, pensando a noi stessi, al
nostro piacere o tornaconto, paghi di un vestito di marca, dell’ultimo modello
di smartphone, del lavoro, della carriera, di una bella macchina, e degli altri
“chi se ne frega!”. Attenzione, ragazze e ragazzi, perché sotto questa falsa
idea di libertà, deformata da un sistema economico perverso come quello in cui
ci troviamo oggi e che a noi mostra solo le sue luci allettanti, si annida di
nuovo il fascismo, a partire proprio da quell’espressione, “fregarsene”, che riecheggia
il motto delle squadracce fasciste “me ne frego”.
Al “me ne frego” fascista rispose
nel dopoguerra un grande educatore: don Lorenzo Milani. All’ingresso della
scuola di Barbiana ancora oggi è visibile il motto, “I care”, “m’importa, mi
sta a cuore”. Ecco, Dino ebbe a cuore la libertà, non solo per se stesso ma per
gli altri, rischiò la vita e con la vita pagò di persona per conquistare
qualcosa che lui, cresciuto sotto il fascismo, non aveva conosciuto. Dino
andava cercando la libertà, la quale, ci ricorda Dante all’inizio del
Purgatorio, «è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta». E oggi c’è ancora bisogno di ragazzi come Dino, ragazzi
come voi, di venti, diciannove, diciotto anni, l’età che avevano moltissimi
partigiani, ragazzi che abbiano a cuore «l’ideale sublime della libertà». Come
ha scritto Mario Rigoni Stern, oggi «non è il tempo di riprendere in mano
un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più
difficile da usare che non la violenza».
Anche oggi la libertà non è
scontata. Mi tornano in mente le parole di Piero Calamandrei, padre
costituente: «La libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando
comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della
mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di
non sentire mai».
Ma come si difende oggi la
libertà? Voi, ragazze e ragazzi, la difendete innanzitutto interessandovi agli
altri, alla società, alla vita politica. Non credete a chi vi dice che è tutto
marcio e corrotto, che non vale la pena battersi. Chi dice così ha già perso e
diventa complice di quanti vorrebbero scardinare le conquiste della Resistenza,
sancite dalla nostra Costituzione. Interessatevi, battetevi per una maggiore
giustizia sociale, per la pace, per una libertà vera e consapevole. La strada è
difficile ma, a differenza dei tempi in cui visse Dino Carta, è già tracciata,
e in modo luminoso, dalla nostra Costituzione, che proprio quest’anno festeggia
i settant’anni dall’entrata in vigore, il primo gennaio 1948. La Costituzione è
il frutto della collaborazione fra tutti i partiti antifascisti che avevano
preso parte alla Resistenza. È un documento importantissimo, un patrimonio
comune che tutti dovremmo conoscere, amare, difendere e cercare di applicare
ogni giorno, specie i suoi primi dodici fondamentali articoli.
La libertà si difende dunque,
prima di tutto, con l’impegno per gli altri. Ma occorrono anche la conoscenza,
la preparazione e lo studio, personale e a scuola, di tutte le discipline e in
particolare della storia. Sì, ragazze e ragazzi, cittadine e cittadini, occorre
conoscere, perché fare memoria è importante, è
fondamentale, ma se non si conosce non si può ricordare con consapevolezza. A
noi tutti spetta il compito di conoscere con onestà ciò che è stata la Resistenza,
senza mitizzarla, senza dimenticare anche gli errori che possono essere stati
commessi in singoli episodi o da singoli personaggi, ma riconoscendo l’impegno
ideale che la animava e la contrapponeva al nazifascismo. Impegno che Dino
assunse consapevolmente e con coraggio.
Attenzione,
ragazze e ragazzi, perché stiamo assistendo giorno dopo giorno ad una vera e
propria involuzione sociale, politica e culturale: la crisi economica, il
neoliberismo esasperato, i flussi di persone in fuga dalla miseria o dalle
guerre, guerre spesso finanziate o segretamente appoggiate dai paesi più
prosperi, ma anche la scarsa conoscenza del passato e l’indifferenza, tutti
questi fattori stanno mettendo in crisi la fiducia nella democrazia. Lo vediamo
in Europa, dove le estreme destre xenofobe e razziste sono in crescita; lo
vediamo in Italia, dove partiti che si ispirano al nazifascismo aumentano
sempre più i loro adepti; lo abbiamo visto anche a Vicenza, all’istituto
“Rossi”, dove, il 13 aprile scorso, giovani vicini a movimenti di estrema
destra, si sono permessi di affiggere uno striscione contro una presunta
insegnante trans, nascondendosi dietro la difesa di valori a loro avviso
tradizionali. Lo abbiamo visto, infine, nei giorni scorsi, dietro l’iniziativa
della “befana tricolore” portata avanti da un partito di estrema destra
richiamando la “befana fascista” che portava i doni ai bambini. Eppure in rete
molti si sono scandalizzati non contro i neofascisti, che aiutano i bisognosi,
purché naturalmente italiani e bianchi, ma contro l’ANPI, accusata di
intolleranza: una follia! È un mondo alla rovescia quello che sta venendo
avanti…
Vediamo
sempre di più persone dichiararsi pubblicamente fasciste senza che nessuno
obietti nulla, diffondere sui social foto e contenuti inneggianti al duce o
alla dittatura, sostenere che dopotutto “il fascismo ha fatto anche cose buone”,
che non era una dittatura rigida. E a seguire una lista di luoghi comuni,
errori, palesi falsità e inesattezze, che però si insinuano nella mente di chi
non ha la conoscenza di quanto è avvenuto. Ecco perché è importante leggere,
studiare, documentarsi. Ragazze e ragazzi, leggete Marcia su Roma e dintorni di Emilio Lussu per capire quali erano i
metodi del fascismo, leggete le Lettere
dei condannati a morte della Resistenza per capire gli ideali si oppose al fascismo
e al nazismo, leggete i libri di Primo Levi, di Elie Wiesel, di Boris Pahor, di
Mario Rigoni Stern, per citare solo alcuni nomi di sopravvissuti alla barbarie
nazifascista.
Interesse,
dunque, e conoscenza. Così potremo affermare senza paura che il fascismo non è
un’opinione, è un reato, non fu un governo che aveva a cura gli italiani ma un
regime violento e oppressivo, non fu e non è nemmeno politica, ma rappresenta la
negazione stessa della politica, la quale, ci insegna Aristotele, è dialogo e
confronto, attraverso la parola, di opinioni e pensieri diversi.
Dunque,
oggi che, per citare Primo Levi, viviamo sicuri nelle nostre tiepide
case, oggi che siamo circondati da visi amici e che viviamo in pace, dobbiamo
vigilare affinché istrioni e fomentatori d’odio non riemergano, palesi o
mascherati dietro parole più o meno innocenti. A
chi torna a proporre vecchi e ben noti slogan o utilizza, spesso deformandole,
parole o espressioni come “tradizioni”, “nazione”, “sangue”, “razza”, “prima
noi”, “prima gli italiani”, “invasione” riferita ai flussi migratori, “patria”
rispondiamo che non questa patria noi vogliamo, ma quella patria onesta, giusta,
in pace, libera e accogliente per la quale centinaia di migliaia di giovani
come Dino hanno combattuto, molti fino a dare la vita: una patria italiana ma
senza barriere, una patria all’interno di una più grande patria che sono
l’Europa e il mondo.
“Nostra
patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” cantavano i partigiani sulle
nostre montagne. Questo allora il compito nostro e vostro, ragazze e ragazzi,
in particolare, per onorare davvero, con la nostra vita, quanti, come Dino
Carta, hanno dato la loro per la nostra libertà.
Onore
al partigiano Dino Carta, evviva la Resistenza, evviva la Costituzione!
Michele
Santuliana
domenica 15 ottobre 2017
Ricordando i sette martiri di Pojana Maggiore - sabato 14 ottobre 2017
Cari amici lettori,
come alcuni di voi sanno, l'impegno per la memoria e per la trasmissione dei valori di libertà, giustizia e democrazia mi vede da anni impegnato nell'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Ieri mattina a Pojana Maggiore (Vi), ho avuto l'onore di rappresentare il Comitato provinciale dell'ANPI in occasione della commemorazione dei sette martiri fucilati dai nazifascisti il 15 ottobre 1944. Pubblico di seguito il testo dell'orazione che ho pronunciato, rivolta in particolare ai ragazzi delle scuole primaria e secondaria di primo grado presenti alla cerimonia.
Signor Sindaco e rappresentanti delle Istituzioni, cittadini, colleghi insegnanti ma soprattutto ragazze e ragazzi delle scuole, saluto tutti voi con affetto e porto i saluti dell’ANPI provinciale.
Un saluto speciale e un ringraziamento anche al maestro Efren Diani, memoria vivente dell’evento e delle persone che oggi siamo a commemorare.
È con emozione che vi parlo oggi, di fronte a questo monumento alla memoria dei vostri e nostri sette martiri. Qualche giorno fa riflettevo su questa parola – ‘martiri’ – e mi sono stupito a pensare quanto spesso essa risuoni nella nostra provincia, a ricordare le vittime della ferocia nazifascista. Cito solo alcuni esempi che mi sono venuti in mente. A Valdagno c’è un monumento “ai sette martiri”, a Vicenza “ai dieci martiri” e anche nella mia città, Montecchio Maggiore, ci sono quattro martiri, uccisi nel 1944, che ogni anno vengono ricordati e celebrati. Ma si potrebbe continuare… Riflettiamo un istante sulle parole perché molto ci possono dire sul motivo per cui oggi ci troviamo qui.
Martire è una parola antica: deriva dal greco e significa ‘testimone’. Usata nell’antica Grecia in ambito giuridico per designare i testimoni nei tribunali, col Cristianesimo il suo significato si trasformò in parte, venendo a significare il fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta di rinnegare la propria fede. Diviene perciò testimone della propria fede e del proprio ideale. Con questo significato la parola ‘martire’ è giunta fino a noi, abbracciando ancora l’ambito civile oltre che religioso: sì, perché non solo per un ideale religioso si può dare la vita, ma anche per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia e di pace. Per questo siamo qui oggi a fare memoria insieme, a commemorare, appunto, questi sette uomini: sei partigiani e un civile fucilati per rappresaglia dai nazifascisti la mattina del 15 ottobre 1944.
Ricordiamo sin d’ora i loro nomi: Renzo Bellon (partigiano di anni 30), Enrico Bressan (partigiano di anni 20), Ettore Dal Pra’ (partigiano di 22 anni non ancora compiuti), Alessandro Dovigo (partigiano di anni 19), Emilio Pivato (partigiano di anni 27), Piero Salamon (partigiano di anni 23) e Antonio Pastorelli (civile, di professione bovaro, di anni 64). I sei partigiani, tutti appartenenti alla brigata “Pierobon”, erano originari di questo territorio, figli e figlie di queste contrade e questi paesi. Giovani, alcuni di loro giovanissimi, erano entrati nelle formazioni partigiane a seguito dell’8 settembre, una data importante, di cui tornerò fra poco a parlare. Furono imprigionati dai nazifascisti dopo che un loro compagno della pattuglia detta “Visela”, catturato e torturato, aveva fatto i loro nomi. Antonio Pastorelli venne invece arrestato in quanto lavoratore nella cascina che ospitava la pattuglia “Visela”. Tutti indistintamente vennero trattenuti in carcere finché, a seguito di uno scontro a fuoco fra la pattuglia “Visela” e i nazifascisti, avvenuto nella notte di venerdì 13 ottobre, vennero fucilati perché si spargesse il terrore nella zona.
Questi erano i metodi dell’invasore tedesco e dei fascisti che lo spalleggiavano. Sul manifesto che seguì l’esecuzione questi uomini vennero definiti “banditi”, cioè fuori legge. Ma le persone di Pojana e di Noventa sapevano che non lo erano. Lo erano per le leggi imposte con la forza dai tedeschi ai paesi occupati. In realtà erano uomini che, seppur giovani, avevano scelto da che parte stare: la parte della libertà, della giustizia, della pace, del rispetto, ed erano pronti per questi ideali ad affrontare il rischio più alto, quello della vita. Avevano impugnato le armi per riportare la pace, per scacciare l’invasore e chi lo appoggiava, perché dopo di loro non ci fosse più nessun altro che avesse dovuto usare la violenza. Avevano scelto di combattere per una nuova patria, un’Italia libera e democratica, loro che nella libertà non avevano fino a quel momento vissuto. Per questo incontrarono la morte.
Ma come si era giunti ad avere in Italia un invasore e una situazione di violenza tanto grave?
Oggi noi conosciamo la guerra solo per le immagini viste in televisione o su internet: basta connettersi a youtube o ad un altro social network per vedere, comodamente seduti in poltrona, scene terribili; voi ragazzi, poi, “conoscete”, per così dire, la guerra dai videogiochi: si spara, ci si diverte e se si muore poi c’è un’altra partita da poter giocare. Ma settantatré anni fa in Italia, nel Vicentino, qui a Pojana, non era così: non c’erano smartphone né tablet né social network; c’era a stento il cibo, ma soprattutto non c’era la libertà. Di contro c’era una guerra vera, una guerra scatenata per le assurde mire di conquista di due ideologie folli: il nazismo tedesco e il fascismo italiano, che del primo movimento era stato ispirazione e modello. Erano ideologie che predicavano la disparità di diritti fra le persone, la violenza come strumento di affermazione politica e di dominio, la sopraffazione come pratica di potere; predicavano infine l’esistenza di razze e l’illogica pretesa che fra esse alcune fossero superiori e altre inferiori. Chi era superiore poteva dominare, distruggere, uccidere, rubare, occupare. Su questo principio assurdo e fuori da ogni logica umana, fascismo e nazismo scatenarono guerre di aggressione e sterminarono milioni di persone inermi, ritenute indegne di vivere.
Con la Seconda guerra mondiale, scatenata dalla Germania di Hitler, anche il nostro paese si trovò coinvolto nel peggiore conflitto mai combattuto. Dal 1940 al 1943 Mussolini, dittatore e duce del fascismo, inviò giovani a morire contro la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia, la Russia. Paesi che non avevano dichiarato guerra all’Italia, paesi che l’Italia aggredì. La guerra, disastrosa per il nostro paese, portò alla caduta del regime fascista, che per vent’anni aveva oppresso la libertà in Italia: il 25 luglio 1943 il regime crollò e il governo italiano si affettò a chiedere un armistizio agli alleati ango-americani. La richiesta venne accolta. Si giunse così all’8 settembre, la data storica in cui molti pensavano che la guerra sarebbe finita. Si sbagliavano: il conflitto durò ancora un anno e mezzo e divenne lotta di Liberazione contro i tedeschi, che per rappresaglia avevano invaso l’Italia, e guerra civile, che vide contrapposti italiani contro italiani: da una parte i partigiani, che avevano scelto la strada della libertà, dall’altra i fascisti, che avevano scelto ancora la via dell’odio, della violenza gratuita e della sopraffazione a fianco dei nazisti. Si combatté in Italia e anche fuori, come testimoniano gli oltre 600.000 militari italiani internati in Germania dei quali la grande maggioranza preferì restare in lager piuttosto che arruolarsi con i fascisti e i nazisti. È la scelta che fece il vostro compaesano Giuseppe Zanotto, catturato dai tedeschi e resistente anche lui dietro i fili spinati di un campo di concentramento per prigionieri italiani. Lo avete commemorato pochi giorni fa, riportandone le spoglie in patria. Come ha detto Mario Rigoni Stern, anche quella fu Resistenza, quella di chi disse “No” al fascismo, a costo rimanere dietro i fili spinati e, come fu per Giuseppe, di pagare con la vita.
La lotta fu terribile anche in Italia e investì la nostra provincia: portò lutti, dolore, distruzione e miseria. Solo nella primavera del 1945, con l’avanzata degli Alleati nella pianura padana e la riscossa dei partigiani, che liberarono le città del nord, arrivò finalmente il giorno della Liberazione. Quel giorno le persone festeggiarono per strada, nelle piazze, si abbracciarono felici per la fine di un incubo. Da quel giorno iniziò un percorso nuovo per l’Italia, un cammino che l’avrebbe portata, il 2 giugno 1946, a scegliere la Repubblica come forma di governo e a darsi una Costituzione. Entrata in vigore il 1 gennaio 1948 (fra pochi mesi saranno settant’anni), la Costituzione è il frutto della collaborazione fra tutti i partiti antifascisti che avevano preso parte alla Resistenza. È un documento importantissimo, che tutti dovremmo conoscere, amare e difendere, specie i suoi primi dodici articoli. È grazie allo Costituzione se oggi noi possiamo esprimere liberamente il nostro pensiero, se, dunque, possiamo essere qui.
Tuttavia, oggi che, per citare Primo Levi, viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, oggi che abbiamo un pasto caldo, oggi che siamo circondati da visi amici e che viviamo in pace, non possiamo dimenticare chi ha dato la vita per dare a noi tutto ciò. La libertà e la democrazia non sono conquiste perenni, ragazzi. Guardiamoci intorno: viviamo in tempi in cui riemergono sempre più forti idee e comportamenti di odio, di intolleranza, di rifiuto dell’altro perché straniero o perché diverso, per molti motivi. Pensiamo alle nostre vite quotidiane: l’arroganza al lavoro, il bullismo a scuola, la furbizia di chi imbroglia gli altri o lo Stato, la voce di chi grida “prima noi” o cose simili, il razzismo e l’odio contro chi è costretto a lasciare il proprio paese perché vittima della guerra o della miseria sono come un tarlo che divora a poco a poco la democrazia. E noi non possiamo permetterlo, come non possiamo permettere che vi sia chi ancora propone di riabilitare una dittatura feroce e liberticida com’è stato il fascismo. Spetta a ciascuno di noi vivere e attuare i principi di libertà, giustizia, uguaglianza, pace e rispetto sanciti dalla Costituzione nata dalla Resistenza. Solo così la nostra Italia sarà una nazione matura, responsabile e accogliente verso tutti.
Come ha scritto Mario Rigoni Stern, oggi «non è il tempo di riprendere in mano un’arma ma di non disarmare il cervello sì, e l’arma della ragione è più difficile da usare che non la violenza». Tocca a noi adulti e, ancor più, a voi ragazzi vigilare: innanzitutto conoscendo la storia, meditando che questo è veramente stato; in secondo luogo vivendo nel quotidiano i valori della Resistenza sanciti nella Costituzione; in terzo luogo analizzando le parole, proprie ed altrui, non fidandoci di chi ancora propone falsi valori permeati di razzismo, di divisione, di odio. Ne va del nostro futuro, e lo dobbiamo a loro: a Renzo, Enrico, Ettore, Alessandro, Emilio, Piero, Antonio e a tutti i partigiani e le partigiane che settantaquattro anni fa scelsero. E scelsero la parte giusta.
Viva la Resistenza, viva l’Italia libera, viva la Costituzione!
venerdì 7 luglio 2017
Collaborazione con "Quaderni Vicentini"
Cari amici lettori,
un brevissimo post per segnalare che ho iniziato a collaborare con la rivista bimestrale "Quaderni Vicentini", rivista che, come si legge nel sito http://quadernivicentini.it/, ha come obiettivo «l'analisi della realtà contemporanea e storica: cronaca, politica, cultura».
un brevissimo post per segnalare che ho iniziato a collaborare con la rivista bimestrale "Quaderni Vicentini", rivista che, come si legge nel sito http://quadernivicentini.it/, ha come obiettivo «l'analisi della realtà contemporanea e storica: cronaca, politica, cultura».
Nel numero 2/2017 potrete trovare un racconto scritto qualche tempo fa, ma a cui tengo molto, Il concerto, di cui riporto l'incipit in calce a queste righe.
"Quaderni Vicentini" si può trovare nelle edicole e librerie di Vicenza città e provincia e anche on-line nei siti dei distributori maggiori. Qui potete reperire informazioni: http://quadernivicentini.it/rivenditori/.
In alternativa contattatemi attraverso il modulo di contatto a fianco.
Il concerto
Non era un buon periodo, questo era
poco ma sicuro. Ogni sera, tornando dal lavoro, questa piccola e insieme irritante
verità si affacciava nella mente di Giacinto Masiero. Piccola e irritante come
una scheggia di legno, una sgrezénda
avrebbe detto lui, che era veneto, anzi vicentino, e sapeva che con le sgrezénde c’è poco da scherzare:
subdole, ti si infilano sotto la pelle in un attimo, le senti appena o non le
senti proprio, e poi, quando te ne accorgi, è già troppo tardi. Allora arriva
una sensazione che non è nemmeno dolore, che ha in sé dello sberleffo bello e
buono. Solo un ago sottile, opportunamente sterilizzato sulla fiamma del fornello,
potrà avere ragione, ma non è detto, della sgrezénda.
Forse però quel pensiero non era
neppure simile ad una sgrezénda,
pensava Giacinto Masiero ogni sera, infilando la macchina nel garage di casa
sua. Perché una sgrezénda si può
cavar via in qualche maniera. Quel pensiero invece non si poteva cavare, era
fisso come un chiodo da muro o, peggio ancora, come un fischer da muro. Per estrarlo
si sarebbe dovuto scavare, magari addirittura buttar giù tutto e poi dare di
nuovo le malte. Invece, le uniche cose che Giacinto Masiero faceva erano
scrollare la testa e sbuffare in silenzio. E bestemmiare, anche, ma piano, tra
i denti: bestemmie sussurrate che sua moglie fingeva di scambiare per preghiere.
Insomma, buttava male per lui.
Pazienza per il lavoro, il suo lavoro di tornitore che per tanti anni era stato
soltanto cartellino-otto ore, cartellino-casa e ora invece andava e veniva
tagliato dalla cassa integrazione a rotazione; pazienza anche per la sua vita
coniugale, non del tutto piatta ma, anche nei brevi attimi di una notte rubata,
controllata e prevedibile. Del resto, e la schiena, e la prostata che
cominciava a farsi sentire, e la menopausa di sua moglie che le metteva spesso
e volentieri la voglia solo per toglierla in quattro e quattr’otto… tutto contribuiva,
ma pazienza.
Pazienza, infine, che suo figlio si
facesse poco vedere e sentire ma studiare a Milano, dove pure riusciva a
mantenersi quasi da sé, era una gran cosa per lui. Anzi, non solo per lui, per
tutta la famiglia. Sarebbe stato il primo dottore ad arrivare in casa! E per
Giacinto Masiero questa era una soddisfazione bella e buona, sufficiente a
fargli superare tanti momenti di scoramento. Pazienza dunque, sempre pazienza.
Ma che adesso anche i vicini di casa si fossero messi a piantar rogne riguardo
ai confini del terreno dietro casa, questo era troppo anche per il carattere
remissivo di Giacinto Masiero. Il fatto poi che “i vicini” fossero in realtà
suo fratello, con cui condivideva, oltre al cognome , anche uno dei muri
portanti della casa, non semplificava le cose. Anzi, le rendeva più intricate e
fastidiose da risolvere.
Dopotutto non era stato lui a segnare
i confini, quella volta! L’avevano fatto assieme e allora tutto era andato
bene. Perché adesso suo fratello tirava fuori quelle storie? Era in pensione:
non poteva godersi il riposo senza rompere le balle a chi invece, ringraziando
il governo ladro, avrebbe dovuto lavorare fino a perdere i denti e il resto?
Forse era per quest’ultima spina, forse tutto l’insieme, chissà. Giacinto
Masiero scrollava ogni sera la testa mentre apriva la porta di casa. No, non
era per niente un bel periodo. Di ciò poteva star sicuro, pensava dondolando un
poco la testa...
sabato 24 giugno 2017
Ricordando Luigi Meneghello
Partigiano, intellettuale, scrittore, acuto osservatore della vita italiana della seconda metà del Novecento, Meneghello era un nome pressoché sconosciuto una decina d'anni fa. Ricordo le conversazioni con amici e compagni di Università a Padova (si era intorno al 2010) su questa grande figura della nostra letteratura.
- Meneghello chi?
Era questa la risposta più frequente quando citavo qualche opera di quel da Malo. Ricordo che consigliavo soprattutto la lettura di Fiori italiani allora, romanzo-saggio (come sempre in Meneghello i generi sfumano e non sono buoni per spiegare i suoi testi) sull'educazione in cui una sezione non trascurabile era dedicata alla descrizione di uomini e ambienti della facoltà di Lettere patavina dei primi anni Quaranta. Nessuno conosceva il libro.
Altre volte, parlando con vicentini di media cultura, la risposta alla domanda "Hai presente Meneghello, lo scrittore?" era ancora più disarmante:
- Ah, queo che scrive in dialèto!
A dieci anni dalla scomparsa, la situazione è fortunatamente cambiata. Molte in questo decennio sono state le occasioni per riscoprire Luigi Meneghello e le sue opere, e non solo in ambito accademico: saggi, convegni, incontri di lettura, spettacoli teatrali e altre iniziative hanno lavorato e tuttora lavorano per diffondere il pensiero e le opere di un autore che va ben oltre i confini angusti del regionalismo veneto. Fra le varie istituzioni impegnate a riscoprire Meneghello, come non ricordare l'Associazione culturale Luigi Meneghello di Malo? Il gruppo, guidato dal suo infaticabile presidente, organizza serate di lettura, incontri, convegni e molto altro ancora: non c'è anniversario o data legati all'autore che non vengano ricordati con appuntamenti e iniziative sempre di valore.
Per informazioni basta dare un'occhiata al sito http://www.luigimeneghello.org/.
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| Luigi Meneghello con la moglie Katia Bleier |
Altro gruppo che vorrei ricordare è l'Associazione Formalit, che riunisce studenti e giovani studiosi dell'ambiente universitario padovano e che organizza incontri con le scuole per far conoscere la figura e le opere di Meneghello.
Ecco il loro sito: https://formalit.it/.
La scuola, appunto. Anche la scuola sembra aver recepito l'importanza di Meneghello, inserito nel canone degli autori suggeriti dalle Indicazioni nazionali per i licei del 2010. Che poi sia possibile realmente affrontare lo studio del Nostro, come di molti altri nomi suggeriti, con quattro ore partendo da Leopardi è altra questione. Intanto c'è, ed è importante che ci sia.
A quanti mi hanno chiesto e ancora mi chiedono con quale libro iniziare a conoscere l'opera di Luigi Meneghello, di solito rispondo citando I piccoli maestri, testo sull'esperienza resistenziale. È un libro (evito di chiamarlo romanzo) che ha già tutte le costanti delle opere maggiori, come ha ben evidenziato Maria Corti: la presenza di un 'io' e di un narratore che si rivede a distanza; la contrapposizione fra culture, quella intellettuale e quella popolare, e l'ironia sprigionata dal contatto fra le due che smorza ogni minimo sussulto di retorica; il mondo della memoria da cui Meneghello attinge sempre, con arguzia e ironia; il senso di coralità dell'opera, il suo rappresentare un gruppo ristretto in relazione ad un più vasto gruppo sociale; infine, la funzione basilare del linguaggio e, più precisamente, del plurilinguismo. Il tutto in un'opera che rilegge l'esperienza della resistenza in chiave antitrionfalistica e antiretorica.
Poi, presa familiarità con la scrittura raffinatissima del Nostro, suggerisco di passare alla materia di Malo e ai libri che la racchiudono, Libera nos a malo e Pomo Pero. Non sarà un salto indifferente: Meneghello è un autore difficile, che non viene incontro al lettore. Occorreranno pazienza e dedizione, specie per chi non è vicentino, o veneto, e non ha qualche rudimento di cultura classica e cattolica, ma è un'esperienza che vale la pena di fare. Si scoprirà un universo meraviglioso e magico, il cuore pulsante di tutto ciò che dalla penna (sarebbe più corretto scrivere "dai pennini", giaccché con quelli scriveva Meneghello) dell'autore è uscito per finire sulla carta.
Infine, le opere sul dopoguerra, sulla militanza di Meneghello nel Partito d'Azione, sul «prisma del dopoguerra» e sul «dispatrio» in Inghilterra: Bau sète e Il dispatrio. Importante è pure il già citato Fiori italiani, in cui il lettore dei Piccoli maestri ritroverà, nell'ultimo capitolo, la straordinaria figura di Toni Giuriolo, il grande vero maestro del giovane Luigi. Per gli appassionati poi potranno esserci i saggi (Jura, La materia di Reading, il gustosissimo Maredè maredè sul dialetto vicentino) e i volumi delle Carte.
Ecco, dunque, qualche consiglio di lettura per l'estate. Poi, in una giornata magari meno calda delle altre, il lettore potrà fare una capatina a Malo, passeggiare lungo il Liston e salire sul colle di santa Libera. Da sotto il monumento ai caduti, quello dell'episodio dei brombóli, guarderà verso i monti celesti, l'orlo alto e lungo dell'Altipiano. Chissà, magari proverà anche lui la «gioia somma e perfetta, astratta dal tempo [...] come fuori della portata della morte»...
domenica 21 maggio 2017
Parole parole parole
Parole parole parole...
Tutti almeno una volta abbiamo ascoltato, anche solo di sfuggita o per caso, la celebre canzone di Mina Parole parole. Il ritornello di questa canzone mi è tornato in mente in questi giorni, lavorando alle ultime prove di un piccolo reading teatrale portato in scena nella scuola in cui insegno. Il titolo del lavoro - "Come fiocchi di neve d'inverno" - riprendeva alcuni versi dell'Iliade, un passo nel quale si fronteggiano a parole Menelao e Odisseo.
Gli Achei sono in assemblea e quando Menelao prende la parola parla con scioltezza, dicendo poche cose ma in modo sonoro poiché <<non era prolisso>>; quando è Odisseo a reggere lo scettro e ad avere quindi il turno di parola, se ne sta in piedi a lungo, guardando a terra, e a prima vista nessuno si farebbe avanti per ammirarlo.
Ma quando emetteva dal petto la sua voce robusta
e le parole, simili ai fiocchi di neve d'inverno,
allora nessun altro mortale avrebbe sfidato Odisseo...
(Iliade, III, vv. 221-224)
In Omero Odisseo è l'emblema della parola, una parola ammaliante, pronunciata con abilità, capace di trascinare gli altri e, quindi, di modificare la realtà. In tal senso essa può essere ambigua: se usata con malizia, la parola può ingannare, può distogliere dal vero, dal giusto, dall'onesto. Essa è dunque un'arma pericolosa. Lo sostiene anche il sofista Gorgia, vissuto fra il V e il IV sec. a.C., nel suo Encomio di Elena, un testo in cui egli si propone di difendere la moglie di Menelao, accusata dal mito di essere stata la causa della sanguinosa guerra di Troia, scagionandola da ogni imputazione. Uno dei punti salienti del discorso è proprio quello in cui l'autore sostiene che se Elena fu persuasa da Paride a seguirlo, e lo fu per mezzo delle parole, <<non fu colpevole ma sventurata>>. Le parole infatti, scrive ancora Gorgia, altro non sono se non un pharmakon, cioè 'medicina' ma anche 'veleno', capaci tanto di purificare quanto di stregare l'anima di chi le ascolta.
Cose del passato? Cose "da scuola"? Cose inutili nel nostro piccolo mondo finalmente in ripresa economica? Forse, per qualcuno. Ma proviamo a gettare uno sguardo alla cronaca: accendiamo il televisore o il cellulare o l'i-pad, sfogliamo le pagine di un giornale e riflettiamo. Quante parole vengono gettate ogni giorno nel mondo reale e nel tritacarne della rete? Fra queste, quante parole oneste, quante malevole? Il dibattito sui vaccini, le polemiche che ogni giorno la politica ci porta, i commenti ad ogni più diversa notizia circolante sui social sono condotti attraverso parole. Come riconoscere quelle oneste? Come soppesarne i contenuti? Come capire l'autorevolezza o la malafede di chi le pronuncia? Questa la sfida odierna. Scriveva Gian Luigi Beccaria all'inizio di un suo saggio uscito quasi trent'anni fa:
<<Dalla nascita alla morte, ogni giorno viviamo in un oceano di parole. Poche spesso sono nostre, veramente nostre. Ma una valanga le altre. Viviamo comunque o sbalestrati, o invece padroni, come pesci nell'acqua di questo mare. Ci muoviamo rapidi o impacciati. Inconsapevoli, respiriamo la lingua come l’aria, la produciamo come un atto fisiologico naturale. Raramente ci pensiamo su. Eppure la parola è uno dei più potenti mezzi che abbiamo a disposizione per capire, per convincere; per avvicinarci di più a chi ci sta vicino, per parlare con un amico, i propri cari, per capire ciò che gli altri ci dicono, che sentiamo o che leggiamo sui giornali e sui libri, per convincere, infine, chi ci sta a sentire che quanto diciamo è forse giusto, buono, utile>>.
(Gian Luigi Beccaria, Italiano. Antico e Nuovo, garzanti, Milano 1988, p. 7)
Naturalmente per poter scegliere, distinguere, soppesare le parole altrui è necessario innanzitutto ascoltare. e per ascoltare dobbiamo fare silenzio in noi, tacitando lo strepito; dobbiamo "disconnetterci", per usare un termine ormai entrato nel linguaggio comune. Dal silenzio nasceranno le domande e, forse, anche le parole. Quelle buone.
domenica 19 febbraio 2017
Riscoprendo Marziale
In questi giorni sto ristudiando Marziale, poeta latino del I secolo d.C. Una decina di giorni fa il ministero ha divulgato le cifre delle preiscrizioni alle superiori: i licei tengono e sono anzi in crescita, anche se il perché sarebbe da indagare a fondo, possibilmente senza preconcetti e ideologie varie. Ma non è questo il mio pensiero oggi; oggi, come dicevo, la mente corre a Marziale.
Nato a Bilbilis, in Spagna, intorno al 40 d.C., nel 64 si sposta a Roma, sotto Nerone imperatore. L'Urbe, caput mundi, è il luogo più adatto per tentare la sorte e raggiungere la sospirata fama, tanto più che in quel periodo alcuni fra i massimi intellettuali sono di origine spagnola, in primis Seneca filosofo e suo nipote, il poeta Lucano.
Stringe amicizie in alto loco, ma il suo entusiasmo svanirà in breve tempo: nel 65 l'imperatore scopre una congiura e la reprime nel sangue; uno dopo l'altro muoiono amici e protettori del poeta giunto dalla Spagna per fare fortuna. Marziale si adatta così alla vita del cliens, istituzione del mondo romano che legava un uomo libero ad un patronus: il cliens era a servizio del protettore, lo omaggiava quotidianamente, lo accompagnava nella vita pubblica e sbrigava per suo conto azioni di vario tipo, ricevendo in cambio una sportula, elargizione di cibo col tempo divenuta una piccola somma di denaro.
Marziale fa questa vita fino al 98, anno in cui decide di tornare nella città natale, dove muore intorno al 104 d.C. Una vita agra quella di Marziale, raccontata in parte da lui stesso nei suoi epigrammi.
Ed è di questi epigrammi che vorrei scrivere, anzi, di uno in particolare. Spesso si ricorda Marziale per i suoi lazzi più o meno osceni, per le sue scurrilità, talora per qualche sua sagace sententia. Complice il genere letterario che coltivò tutta la vita, l'epigramma appunto, Marziale fece della brevità, dell'arguzia, dell'ironia pungente dei marchi di fabbrica e le rese formidabili strumenti conoscitivi verso un mondo popolato da individui di ogni tipo, dai loro vizi (spesso) e dalle loro virtù (talvolta). Hominem pagina nostra sapit, la nostra pagina sa di uomo/umanità (X, 4) rivendica in un suo componimento il poeta, che altrove rincara la dose contro coloro che disprezzano la sua poesia e citano la lascivia dei suoi carmi per screditarlo: lasciva est nobis pagina, vita proba, scabrosa è la nostra pagina, la vita però è retta (I, 4).
Sto proponendo Marziale ad una mia classe di liceo. Mi sembra piaccia: è bello vedere studenti diciannovenni col pensiero fisso all'Esame di Stato e alle loro vite ridere e sorridere di fronte a versi scritti due millenni fa, riflettere, fare paragoni. Il tutto, absit iniuria verbis, con roba che a detta di qualcuno non serve a niente! Oggi vorrei condividere l'emozione provata, amici lettori, a ritrovare dopo anni un epigramma del nostro poeta. Si tratta di un componimento funebre, argomento che nei quindici libri di epigrammi composti da Marziale è presente, seppur in parte non maggioritaria. La tematica si lega alle origini stesse del genere letterario che Marziale coltiva e tuttavia non c'è qui soltanto un topos letterario o la mera fedeltà ad un modello precostituito.
Il testo, numero 34 del V libro, è dedicato a Erotion, una piccola schiava morta in tenera età. Offro il testo latino e una mia ipotesi di traduzione.
[Epigrammi V 34]
Hanc tibi, Fronto pater, genetrix Flaccilla, puellam
oscula commendo deliciasque meas,
parvola ne nigras horrescat Erotion umbras
oraque Tartarei prodigiosa canis.
Inpletura fuit sextae modo frigora brumae,
vixisset totidem ni minus illa dies.
Inter tam veteres ludat lasciva patronos
et nomen blaeso garriat ore meum.
Mollia non rigidus caespes tegat ossa nec illi,
terra, gravis fueris: non fuit illa tibi.
A te padre Frontone, a te madre Flaccilla, affido questa bambina, bacini miei e mio amore, affinché la piccola Erotion non si spaventi per le nere ombre e per le bocche mostruose del cane infernale. Avrebbe compiuto il sesto inverno se fosse vissuta ancora per almeno sei giorni. Che possa giocare felice tra i vecchi protettori e con bocca balbettante chiami il mio nome. Un non rigido/irto cespuglio/tumulo copra le sue tenere ossa e tu, terra, non esserle pesante: non lo fu lei con te.
Non credo ci sia bisogno di commentare: milleottocento anni prima di Edgar Lee Masters, questa piccola iscrizione ci dona uno spaccato di vita e, insieme di poesia fra le più toccanti di sempre. A voi, cari lettori, ogni altra riflessione, su Marziale, sulla poesia, sulla vita. Per me la piccola speranza che se qualcuno, sua sponte e seguendo le proprie inclinazioni, continua ad iscriversi al liceo, testi come quello proposto saranno ancora letti, studiati, amati. Buona domenica.
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