domenica 12 giugno 2016

Sull'altipiano di Lussu fra silenzio, parole e memoria

<<Tra i libri sulla Prima Guerra Mondiale Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu è, per me, il più bello>>. Così scriveva nel febbraio 2000 Mario Rigoni Stern introducendo l'edizione tascabile di quello che è un classico della letteratura italiana del Novecento. E davvero sono pochi quelli che non abbiano letto il libro di Lussu, che un tempo si proponeva alla scuola media (qualcuno lo fa ancora) o almeno visto Uomini contro, il film che, pur molto diverso dal libro, da esso trasse Francesco Rosi nel 1970. 

Un anno sull'altipiano è, secondo quanto ci dice lo stesso Lussu, un libro di memoria. Senza tesi, si pone come nuda testimonianza sulla guerra, la Grande Guerra. Non serve aggiungere altro: come tutte le testimonianze, anche questa andrebbe solo ascoltata e meditata. Con questo spirito domenica scorsa, assieme ad una trentina di amici dell'Associazione culturale Luigi Meneghello di Malo (Vi), sono salito sui luoghi in cui è ambientato il libro di Lussu: monte Castelgomberto, monte Spill e, soprattutto, monte Fior, il tristemente noto monte Fior. Il programma della giornata era semplice ma denso di significato: un'escursione sui luoghi del libro con alcune tappe, sette in tutto, di lettura. 

Scendendo dal monte Castelgomberto...
La partenza è avvenuta in tarda mattinata da malga Slapeur, a m. 1600 s.l.m. Abbiamo affrontato il percorso, che si snoda ad anello, in senso orario: dalla malga, salita alla sella che separa monte Fior dal monte Castelgomberto, quindi salita a monte Fior, monte Spill e  discesa attraverso la cosiddetta "città di roccia". Una pioggia fitta e sottile ha accompagnato la salita fino alla sella fra i due monti; poi il tempo è andato migliorando, la pioggia è cessata e le nubi ci hanno concesso a tratti qualche timido raggio di sole. 

Procedendo il gruppo conversava, osservava, qualcuno dava informazioni storiche o paesaggistiche; poi, nei momenti e nei luoghi prestabiliti, ci si raccoglieva attorno ai lettori per ascoltare le parole di Lussu. Sette tappe, dicevo: sette momenti di incredibile intensità. I luoghi, si sa, sono parte delle storie che in essi sono ambientate, specie se si tratta, come in questo caso, di avvenimenti realmente accaduti. Ascoltare un'opera già di per sé forte come quella di Lussu nei luoghi ove avvennero i fatti narrati è stata un'esperienza che anche ora, a una settimana di distanza, torna a scuotermi e ad emozionarmi. 

Dopo la prima tappa di lettura, avvenuta fra i due monti, siamo saliti sul Castelgomberto e da lì siamo scesi attraverso la trincea di prima linea, restaurata negli ultimi anni. La roccia bagnata mandava un odore caratteristico, il bosco sotto di noi verdeggiava silenzioso. 
Tappa di lettura a monte Fior
Sulla vetta di monte Fior nuova lettura e nuove emozioni grazie anche alla preparazione dei lettori. Altri gruppi, di passaggio, si fermavano incuriositi, le "ciacole" si zittivano. Ora è Lussu a parlare. E davvero ci pareva di essere con lui nel 1916. <<Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte>>: queste le parole con cui si apre il capitolo VI, quello che narra dell conquista di monte Fior da parte degli austriaci.
Eccoci sulla vetta di monte Fior cent'anni dopo gli eventi descritti: il cielo si apre, tutt'intorno è silenzio. Qui cent'anni fa ragazzi di vent'anni ubriachi di cognac si sono uccisi a migliaia.

Sulla via del ritorno...
L'escursione è proseguita con la visita a monte Spill, baluardo a sud del Fior, la discesa fino alla Casera Montagna Nuova e il ritorno attraverso la "città di roccia". Lì, fra marmotte che ci scrutavano curiose, abbiamo letto uno degli ultimi capitoli del libro, il XXIX, che narra della visita di Lussu al collega Avellini ormai morente. Non ricordavo quanto fosse struggente quel capitolo: si parla di sogni, di amore, di speranze...

Poco prima di raggiungere le auto, ecco l'ultima tappa di lettura, quindi i ringraziamenti e i saluti. È seguito il pranzo al sacco: un panino con la sopressa, un bicchiere di vino, parole e battute come sempre tra persone amiche in montagna. Cosa posso aggiungere di più? Un ringraziamento all'Associazione culturale Luigi Meneghello e in particolare al suo presidente, Valter Voltolini, per un'esperienza davvero unica e che consiglierò il più possibile agli amici e ai miei studenti. 

Concludo tornando a quell'introduzione al libro firmata da Rigoni Stern, in cui il "vecio" scriveva quanto segue: <<Ora, i giovani di oggi, per i quali la Grande Guerra è più lontana della luna, in questo libro trovano quello che i testi scolastici non dicono, quello che i professori non insegnano, quello che la televisione non propone>>. Faccio mio l'augurio di leggere (o rileggere) Un anno sull'altipiano, aggiungendovi quello di recarsi, libro alla mano, sui luoghi. Le emozioni e le riflessioni non mancheranno. Negli anni del centenario sarà inoltre un gesto piccolo ma di valore mentre tanto si celebra e forse poco si medita. Un modo umile per accostarsi alla storia e per fare memoria di quei ragazzi di vent'anni rimasti, per citare Paolo Monelli, con le scarpe al sole.





lunedì 6 giugno 2016

Dopo tanto silenzio... una novità: in arrivo "La pietra del sole"!

Cari amici lettori,
rompo finalmente il silenzio di questi ultimi mesi. Purtroppo gli impegni sono stati davvero numerosi e frenetico il ritmo per sostenerli: per questo mi sono trovato costretto a sospendere questo dialogo con voi. 

La copertina de La pietra del sole
Riprendo dunque ora a scrivere per darvi una lieta notizia: a giorni uscirà un mio nuovo libro per ragazzi. Dopo L'eco delle battaglie, pubblicato da Raffaello Editrice all'inizio del 2014 e avente come argomento di fondo la Grande Guerra (ne avevo scritto qui qui), la scorsa estate, dopo le peripezie legate al Tirocinio Formativo Attivo, sono tornato a cimentarmi con la storia antica, in particolare con le civiltà dell'Italia preromana. 

È nato così La pietra del sole, racconto che, attraverso le vicende di un amuleto d'ambra dai poteri eccezionali, descrive la vita di alcuni dei molti popoli che nel primo millennio a.C. erano stanziati nella penisola. 

Alcune di origine autoctona, altre stanziatesi a seguito di migrazioni, le popolazioni italiche diedero vita a civiltà fiorenti e variegate, in continuo contatto l’una con l’altra. Da nord a sud popoli come i Celti, i Liguri, i Veneti, gli Etruschi, i Latini, gli Umbri, i Piceni, i Sanniti e molti altri si incontravano, commerciavano, si influenzavano e combattevano.

La pietra del sole è un'avventura rivolta ai ragazzi degli ultimi anni della scuola primaria e fa parte delle nuove uscite della collana "Un tuffo nella Storia". Per qualsiasi informazione potete scrivermi utilizzando il modulo a fianco. A presto!


domenica 24 gennaio 2016

Giorno della Memoria: la necessità di comprendere per continuare a vigilare

Mercoledì sarà il Giorno della Memoria, ricorrenza sancita in Italia dalla legge n. 211 del 20 luglio 2000, <<al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. 
Come sanno i miei lettori, si tratta di una ricorrenza sulla quale ho sempre speso qualche parola. Senza pretese, con il semplice desiderio di condividere alcune riflessioni su un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Negli ultimi anni nel nostro paese sono fiorite le iniziative legate al ricordo della Shoah: pubblicazioni di libri per adulti e ragazzi, proiezioni di film e documentari, approfondimenti di vario genere da parte delle emittenti televisive e degli altri mezzi di comunicazione. Col tempo, insomma, la data del 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa, è diventata istituzione riconosciuta e condivisa. Non voglio perciò affrontare questioni che saranno ampiamente trattate nei prossimi giorni, solo ribadire un paio di punti su cui sento la necessità di soffermarmi. 

Scrivevo l'anno scorso su questo blog (potete risalire all'articolo cliccando qui) che intravedo infatti alcuni rischi nel rendere la Memoria, dovere imprescindibile di tutti, un qualcosa di ufficiale: innanzitutto il rischio di perdere il senso profondo del ricordare, rendendo alla lunga il gesto qualcosa di ripetitivo e stanco, fatto più per dovere che per reale e radicata convinzione; in secondo luogo il fatto di lasciarsi eccessivamente suggestionare dalle emozioni, dalle immagini, dalle cifre, lasciando la mente lontana e limitandosi agli aspetti più sentimentali, quando non addirittura macabri o raccapriccianti, che inevitabilmente sono legati alla Shoah
Sia chiaro, non sto demonizzando le emozioni né dicendo che istituzionalizzare una ricorrenza come quella in questione sia sbagliato, occorre però mantenere vigile la mente, comprendere per giudicare e rendere vivo il ricordo affinché sia monito per il presente. Questo mi ha insegnato la frequentazione assidua degli scritti di Primo Levi e la conoscenza diretta di sopravvissuti ai campi di concentramento e alle vicissitudini della Seconda guerra mondiale. 

Nei prossimi giorni ci sarà un gran parlare di quanto accaduto poco più di settant'anni fa. Facciamo allora in modo che la Memoria non rimanga relegata ad un giorno o ad un'ora prefissati o ad un angolo della nostra interiorità; cerchiamo di approfondire, accogliamo qualche provocazione, usiamo la testa. Per quanto mi riguarda, cercherò di farlo coi miei studenti, ai quali proporrò alcune riflessioni dell'autore di Se questo è un uomo. Proprio ora tengo aperta accanto alla tastiera l'edizione scolastica del libro. Butto quindi l'occhio sulla Prefazione del 1972, redatta da Levi in occasione della prima edizione rivolta alle scuole. Le provocazioni sono numerose e spingono tutte sulla necessità di comprendere la <<meticolosità scientifica>> con cui venne condotta l'uccisione di milioni di persone, a vario titolo considerate diverse. 
Riflettiamo, ad esempio, sugli interessi che spinsero chi sapeva a restare in silenzio o, addirittura, ad assecondare, l'azione dei carnefici. I tempi sono maturi per farlo. Ancora, poniamo attenzione sui rapporti fra fascismo, cui il nazional-socialismo si ispirava, e Shoah. Scrive a tal proposito Levi: <<I campi non erano [...] un fenomeno marginale e accessorio [...]; erano una istituzione fondamentale dell'Europa fascistizzata>>.  
Di qui la necessità pressante di vigilare, oggi più che mai, perché, scrive ancora Levi, <<non è morto il fascismo: consolidato in alcuni paesi, in cauta attesa di rivincita in altri, non ha cessato di promettere al mondo un Ordine Nuovo. Non ha mai rinnegato i Lager nazisti, anche se spesso osa metterne in dubbio la realtà. [...] Come Brecht ha scritto, "la matrice che ha partorito questo mostro è ancora feconda">>. 
Meditiamo dunque quanto è stato e rimaniamo vigili. Perché come ebbe a dire ancora Levi nell'intervista che propongo di seguito, <<al fascismo di oggi manca soltanto il potere per ridiventare quello che era>>.  










domenica 17 gennaio 2016

Per una scuola che sia giardino di parole: recensione a 'Parole di scuola' di Mariapia Veladiano


Amici lettori,
dopo un periodo di silenzio dovuto - ahimè - ai molti impegni, torno a voi per condividere una recensione del libro di Mariapia Veladiano Parole di scuola (Erikson, Trento 2014). Si tratta di uno scritto redatto durante i mesi di TFA e che è stato poi pubblicato sulla rivista "Rassegna CNOS", 2, 2015 (potete accedervi cliccando qui).
Auguro a tutti una serena continuazione dell'anno da poco iniziato.


 
La metafora del coltivare ricorre spesso quando si parla di scuola, forse perché essa è luogo per eccellenza di formazione, forse perché è legata profondamente alla trasmissione del sapere e di quella che si chiama cultura, parola di stirpe latina che affonda le radici nel colere, verbo deputato a designare l’attività di curare i campi perché portino frutto. Quella dei fiori, del giardino da coltivare è metafora non meno ricorrente, e non meno suggestiva. Un grande scrittore italiano la pose a titolo di un libro sull’educazione uscito nel lontano 1976 ma che molto avrebbe da dire anche ai cittadini del nostro tempo. Il grande scrittore è Luigi Meneghello e il libro sull’educazione s’intitola Fiori italiani. Scrive Meneghello:

«Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzetto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. “Noi siamo vasi di fiori” disse. “Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire”» (Luigi Meneghello, Fiori italiani, Rizzoli, Milano 1976, p. 10).

Non ho scelto a caso la citazione. Oltre trent’anni dopo il libro di Meneghello, saggio e “romanzo” che analizza la cattiva educazione ricevuta da una sorta di alter ego dell’autore sotto il regime fascista, un libro esile di pagine ma denso di contenuti torna a porre accanto alla scuola l’immagine del giardino, un giardino che in questo caso coinvolge soprattutto le parole.

Uscito nel febbraio 2014 per la trentina Erickson, casa editrice legata all’omonimo Centro studi, Parole di scuola di Mariapia Veladiano è un libro sulla scuola e sulle sue parole, un saggio che analizza alcune delle voci più frequenti del lessico scolastico ma che ci consegna al contempo le parole personali di un’autrice che, prima di diventare dirigente e, in seguito, apprezzata scrittrice, nella scuola ha insegnato per trent’anni. Il nucleo del libro è nato, come segnalato in esergo, da un intervento dal titolo “La qualità dell’integrazione scolastica e sociale” pronunciato nel 2013 in occasione di un convegno organizzato dal Centro studi Erickson.

Integrazione, appunto. È questa una delle parole chiave per Mariapia Veladiano, la prima ad essere analizzata dopo un divertente incipit in cui viene descritto Albus Silente, celebre insegnante della saga di Harry Potter, un docente alquanto atipico rispetto agli schemi comuni. Lo spunto ironico cede però abbastanza presto il passo ad una riflessione più seria e preoccupata sulla situazione della scuola italiana di oggi, una scuola che sta divenendo sempre più luogo dell’esclusione, a livello di discenti quanto di docenti. Scrive l’autrice: 

«Come accade che si stia dissipando un tesoro di fiducia di cui la scuola, secondo tutte le indagini, in Italia godeva? […] Dopo le esperienze di partecipazione e inclusione degli anni Settanta, si sta mettendo in discussione tutto» (pp. 10-11).

Dopo aver citato alcuni passi biblici in cui il Paradiso viene definito «Giardino di parole» (Veladiano è laureata in filosofia e teologia), l’autrice presenta l’idea di una scelta di parole ed espressioni importanti per la scuola, luogo che per proprio statuto è casa di parole. Lo fa da amante e studiosa della parola, sia essa quella sacra o quella più prettamente umana, e lo fa non col tono di un predicatore ex cathedra bensì con linguaggio pacato, sommesso, che si apre tuttavia a punte poetiche o più accorate.

Dopo integrazione, parola che l’autrice pone come essenziale nella scuola pubblica per resistere alle spinte disgregatrici, disintegratici della società, viene analizzata la parola paura, troppo spesso divenuta sentimento primo dell’insegnante, costretto in perenne difesa da un sistema pronto a prendersela con lui, e tuttavia chiamato per suo stesso statuto professionale ad andare «oltre tutto, assolutamente tutto quel che è suo stretto dovere professionale». Nonostante ciò, prosegue l’autrice, «la paura può essere alleata della scuola, chiamata a coltivare l’inquietudine verso quell’ottimismo frivolo e senza responsabilità che ci viene somministrato».

Fra le altre parole poste in esame, ciascuna in brevi quanto intensi capitoli, figurano identità, declinata dall’autrice al plurale in quanto molte sono le identità che possiede una stessa persona, timidezza, in cui troviamo la difesa di quei timidi che, fuori moda nella società, dall’insegnante meritano attenzione e «accanito rispetto», e poi libri, che devono essere accessibili davvero, equità, fondamentale in una società che sempre più crea disuguaglianze che la scuola non può permettersi di riprodurre a sua volta, empatia, elogiata perché alla base di un rapporto vero fra docente e discente e che tuttavia non deve scivolare nell’insidia della seduzione. Queste e altre parole (penso, fra gli altri, al bel capitolo sul verbo riparare tanto fuori moda oggi) sono presentate da Mariapia Veladiano allo scopo di uscire dalla triste logica di una scuola «pensata più per studenti che per persone» per arrivare invece ad una scuola che, nell’integrazione delle diversità diventi orto in cui coltivare la società di oggi e, ancor più, quella di domani. Ed ecco che il cerchio si chiude. Ribadendo la necessità di una scuola pubblica si torna all’altra voce, a quell’integrazione di cui, appunto, la scuola pubblica è «formidabile laboratorio».

Chi cerca facili risposte o tesi rivoluzionarie resterà deluso dalla lettura di Parole di scuola: non è qui che risiede la forza del libro. Le riflessioni personali non mancano e neppure mancano le proposte, anzi, ogni voce analizzata si presenta sorretta da profonde convinzioni, che a volte giungono alla sententia. Eppure Veladiano riesce a sostenere le proprie idee senza sposare quel tono volutamente polemico o, addirittura, aggressivo che non di rado caratterizza le discussioni intorno alla scuola e alla sua tanto invocata ma troppo spesso elusa riforma. Il tono del testo resta quello di una persona che ama le parole e la scuola, che coltiva entrambe e che sulla scuola si interroga con l’interesse sincero di chi l’ha vissuta e la vive dall’interno. Senza alzare la voce, con convinzione ma pacatamente, lasciando la forza alle parole, all’autorevolezza fondata sull’esperienza e guardando al contempo con speranza ai piccoli segni di bene che di tanto in tanto appaiono (si veda il capitolo conclusivo, una lettera “speciale” d’inizio anno scritta da un preside agli studenti). Lontano dal rumore e da tanti cicalecci, il lettore forse non troverà confortanti analisi o rassicuranti verità ma potrà porsi importanti domande. Non è questa una competenza che la scuola (quella buona) dovrebbe permettere di imparare?

sabato 12 dicembre 2015

Veneto, terra che corre e pace non trova…

Vivo nell’Ovest vicentino e mi piace osservare. Abitare in alto, sulle colline, mi ha reso sensibile ai paesaggi, che preferisco osservare in silenzio e da lontano, contemplando con lo sguardo porzioni ampie o particolari in apparenza insignificanti per poi trarne disegni e interpretazioni. Come vedo dunque oggi il Veneto? Per rispondere esco in terrazzo e volgo lo sguardo a Sud. Duecento metri più in basso...
Un mio contributo per ScuolaTwain. Potete leggere il testo completo cliccando qui.

domenica 22 novembre 2015

Dalla scuola (e dalla letteratura) un antidoto al fanatismo

La settimana appena trascorsa è stata per me, giovane insegnante, una delle più intense finora vissute, non tanto per il carico di lavoro o per gli impegni legati alla professione quanto per le sfide che in aula, fra le mie classi, ho dovuto sostenere. I fatti di Parigi, uniti alla generale esplosione di violenza che ha colpito il cuore dell'Europa ma che da tempo sta imperversando per il mondo, hanno segnato profondamente i miei studenti, come chiunque altro.
Lavoro in un Istituto comprensivo in cui sono presenti entrambi i rami della scuola secondaria e già sabato mattina, in una quarta superiore, i volti dei miei studenti mi interrogavano. 
- Lei, professore, come la pensa? Cosa farebbe ora?
Ammetto che rispondere non è stato facile, come non è stato facile soppesare le parole per offrire il più possibile chiarezza e onestà intellettuale e di coscienza. Ho cercato di ricostruire quanto avvenuto, pur con le informazioni incomplete che allora si avevano, di far ragionare. I miei studenti mi guardavano in cerca di risposte, la maggior parte delle quali impossibili da dare. Mi sono riservato di riprendere il discorso qualche giorno dopo. 

Lo stesso, a inizio settimana, è avvenuto anche alle medie. In un seconda ho utilizzato un'ora per parlare di quanto accaduto. E credo che mai un'ora di lezione sia stata spesa meglio. I ragazzi mi hanno rivolto un profluvio di domande. Hanno dodici anni ma vogliono capire. E con la freschezza che a questa età ancora si ha, a volte ti sorprendono per la gravità o la maturità delle parole che usano. 
Bombardare sì, bombardare no. Ma perché? E se muoiono innocenti? Ci sono o no innocenti fra i terroristi? E i bambini? Perché un bambino può diventare terrorista? Cos'è il fanatismo? Come viene insegnato? E ancora: se un bambino cresce nel fanatismo di chi è la colpa? Sua o di chi lo ha educato? L'uomo nasce cattivo o buono?
Abbiamo cercato di capire, ho spiegato il significato di qualche parola difficile o che tutti usiamo magari senza conoscerne l'origine, come 'kamikaze'. Ma sono stati i ragazzi ad insegnare a me. Si sono confrontati fra loro e col professore, hanno sostenuto le loro ragioni argomentando, hanno chiesto, insieme abbiamo cercato di trovare risposte almeno a qualcuna delle tante domande che tutti avevamo dentro. 
Alla fine dell'ora ho ribadito che discutere come abbiamo fatto è combattere, e con mezzi tra i più forti a disposizione dell'essere umano: con la volontà di conoscere, di informarsi, con la discussione pacifica e rispettosa attraverso il grande dono della parola, col confronto, con l'arricchimento reciproco, con la ragione e col cuore: si possono avere idee diverse, ma l'altro non è mai nemico. Non è questo un antidoto al fanatismo di qualunque tipo? Questa è la prima considerazione che volevo condividere.

Una seconda considerazione, legata strettamente alla prima, mi è sorta dopo una lezione su Dante tenuta in quarta superiore mercoledì: nessuna rivelazione per i colleghi che insegnano, ma vorrei comunque condividere quanto provato. Riprendevo il canto XXVI dell'Inferno, il canto di Ulisse, uno dei più noti e appassionanti dell'intera Commedia. Mentre spiegavo mi sono reso conto di quanto la letteratura possa aiutarci a promuovere il confronto e l'acquisizione di un pensiero che sia il più possibile maturo e critico.
Mi sono dunque permesso una confessione ai miei studenti, magari uscendo dall'interpretazione strettamente filologica del canto ma cercando di attualizzarne il messaggio. Nell'umanità del personaggio dantesco - ho detto - mi sembra di scorgere un messaggio che, personalmente, mi aiuta a non perdere l'orientamento in questi giorni bui. Ulisse, seppur punito da Dante, celebra al contempo quella sete di virtù e conoscenza che è propria dell'essere umano. Attraverso la parola l'eroe convince i compagni a seguirlo. La parola, non la violenza o la sopraffazione.
Dunque - ho concluso - in questi giorni mi ripeto di continuo le parole che Ulisse rivolge ai compagni, parole in cui è inscritta tutta l’umanità, unione di mente e di cuore, che mi sembra necessaria per affrontare momenti tanto incerti come quelli attuali: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza»






domenica 1 novembre 2015

Passato, futuro e silenzio di bosco

Mi piace l'autunno. La danza dei colori, il mescolarsi degli odori, le prime nebbie, l'aria che cambia e si prepara ad affrontare l'inverno, il silenzio operoso del bosco stimolano l'osservazione e la riflessione. <<Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva; ma è nell'autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza>>. Così Mario Rigoni Stern in Stagioni, l'ultimo suo libro.

Questa mattina ho voluto celebrare a modo mio la festa di Ognissanti e uscire per una passeggiata lungo i fianchi del colle a nord ovest, in quella che qui chiamiamo Valbona. Da tempo desideravo osservare da vicino i progressi dello scempio che sta devastando la Valle dell'Agno, il cantiere della Superstrada (a pagamento) Pedemontana Veneta. Giusto un anno fa ne scrivevo (qui lo scritto) Oggi mi sono finalmente deciso.

Sono uscito a metà mattina. Con me solo la macchina fotografica; in testa i versi di Congedo, la poesia che Luigi Meneghello pone a sigillo del suo Pomo Pero e che già ebbi modo di condividere in queste pagine. Davvero strano come i versi imparati a memoria possano tornarci in mente e orientare il nostro sguardo sulla realtà...
 
Il piano inferiore del mondo
ha un orlo di monti celesti
ed è colmo di paesi.

Ecco il piano inferiore del mondo visto dalle colline di casa mia. Lo sguardo abbraccia l'orizzonte: ecco la valle dell'Agno, ecco laggiù la sagoma massiccia del Pasubio. Cento anni fa i paesani lo vedevano brillare di esplosioni: era la Grande Guerra...

Imbocco il sentiero che dal colle scende verso la Valbona. E subito mi imbatto nei segni del passato ormai preda del tempo. Tornano i versi di Congedo.

Smurata è la mura dell’orto
dilaniato il core...
 


Scendo attraverso gli antichi sentieri del colle. Intorno a me il bosco freme al tepore del sole. Ed è un gioco di luci e un rincorrersi di odori. <<Fuori dal tempo, fuori dal mondo, tutto [...] come mille anni fa e come forse tra mille anni ancora>>. Ancora Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve.
Infine, eccomi al piano. Qui è il mondo di cose nuove che si agita, freme, turbina, spazza via il vecchio.

Intorno si vede sorgere
un mondo di cose nuove,
questa roba si spazza via,
trionfa un rigoglio
banale e potente...

Ecco il progresso, il tristo (sic) <<progresso scorsoio>>, per citare le parole di un altro grande poeta di questa dimensione veneta, Andrea Zanzotto. Asfalto e cemento, come decenni fa. Così deve essere, così fa comodo a pochi e va bene a molti. Il resto tace.

Non è più una parodia.
È vero uso moderno,
i geometri se ne intendono
delle cose e dei loro nomi...

Proseguo. Il sentiero si fa stradina di campagna, poi strada comunale. E dietro una cortina di colori autunnali ecco di nuovo i tunnel che forano il colle a colpi di mina.

Arrivo fino al monumento ai partigiani. La colonnina è muta all'ombra del cipresso che la protegge. Le foto dei due ragazzi morti il 26 aprile 1945 voltano le spalle al mondo nuovo.


...mio piccolo popolo
forzato da un ramo villano
di storia italiana,
è una foto ricordo - sorridi.

Guardo quei volti, respiro piano. Quindi ritorno sui miei passi. Passato e futuro sono qui fianco a fianco. Entrambi orfani, entrambi soli.

Buona domenica, amici lettori.