domenica 13 ottobre 2019

Fontane perdute, fontane ritrovate


Pubblico di seguito un breve articolo uscito sul fascicolo della Sagra di S. Eurosia di S. Urbano.


«Il primo che venne ad abitare quassù pare sia stato un certo Biasio Massignan, il quale proveniente da Marsiglia, dapprima si fermò a Novale di Valdagno, pascolando le pecore, dipoi passò a S. Urbano, dove, trovata l’acqua necessaria per il bestiame, pose sede». Così Agostino Agosti descriveva, all’inizio del Novecento, le origini dell’abitato di S. Urbano nel suo Memorie storiche di Montecchio Maggiore (Arzignano, Tip. Dal Molin 1909). Se oggi gli studi storici e le scoperte archeologiche hanno posto ben più indietro nel tempo i primi insediamenti di quello che sarebbe in seguito divenuto S. Urbano, su un dato l’Agosti aveva ragione: quell’acqua che il pastore Biasio trovò per le sue pecore è da sempre una ricchezza che ha consentito la vita sui nostri colli, favorendo la pratica dell’agricoltura e lo sviluppo delle contrade.

Oggi che le memorie vanno svanendo, soffocate dalla fretta, dalla distrazione e dagli interessi economici per essere spesso sostituite da storie che poco hanno a che vedere con la civiltà contadina, a testimoniare il rapporto antico fra uomo e acqua restano le nostre fontane, ben tre quelle dell’abitato principale – la fontana del prete, del prà de Bepo, del Lavello – e quelle sparse per le contrade del colle e della pianura. Così l’escursionista domenicale che, partendo dal centro del paese, voglia raggiungere i Bernuffi costeggiando l’antico confine fra Montecchio e Sovizzo sul monte Sarolo percorre appunto il sentiero “delle fontane”; e qualora volesse proseguire altre ne troverebbe, tanto proseguendo verso i Bernuffi quanto scendendo verso la Valbona lungo l’antica Strada degli asini, ripulita, come altri sentieri, dal “Gruppo trodi M. Pellizzari”.

E qui giova riflettere un istante sui toponimi. Valbona, la valle buona, la valle dai campi fertili, è nome che rivela ancora una volta l’importanza dell’acqua per la vita nel nostro territorio, nome attestato, per quanto sappiamo, sin dal 1206. Da un documento conservato presso l’archivio diocesano si apprende infatti che l'allora titolare della Chiesa di Vicenza, il vescovo Uberto, al fine estinguere un cospicuo debito in cui versava l’episcopato, ottenne dal patriarca di Aquileia, suo superiore, di vendere ai canonici della cattedrale alcune proprietà vescovili, tra cui un feudo che, comprendendo i territori di Montemezzo, Monteviale e Gambugliano, proseguiva attraverso la valle e i colli «sino alla Valle Bona […] e dalla stessa Valle Bona risalendo per il Turrino sino a Bocca delle Mole» (A. Morsoletto, Signori e popolo nelle prime valli del Retrone nell’Età di Mezzo, in Sovizzo e le sue genti. Storia di un villaggio rurale alle sorgenti del Retrone, a cura di A. Dani, Edizione del Comune di Sovizzo 1994). Altro nome per la contrada, tramandato dalle memorie orali, è Valbruna, probabilmente dall’antico germanico *Brunno, cioè “sorgente” (Luciano Chilese, Toponomastica di Montecchio Maggiore, Francisci Editore, 1988). La valle buona, la valle della sorgente. Ecco cos’era la Valbona, prima che l’acqua si accompagnasse negli ultimi anni al pensiero dell’inquinamento, delle falde compromesse, dei PFAS…

La fontana perduta...
Giunto infine in Valbona, il nostro escursionista potrebbe oggi godere di una piacevole scoperta e, al contempo, soffrire la scomparsa di un altro capitolo della nostra storia. Due erano infatti le fontane di Valbona conosciute: due almeno fino allo scorso anno. Di una, più in alto, si erano in realtà da tempo perse le tracce, dal momento che un canneto, cresciuto fin troppo rigoglioso, aveva soffocato l’antico sito; l’altra era invece visibile dalla strada che conduceva alla contrada, seppur negli ultimi tempi coperta dall’erba alta e da qualche russa spuntata attorno. A pochi passi da quest’ultimo manufatto sorgeva la lapide, oggi spostata sull’altro lato della carreggiata, che ricorda Marziano Salvato e Sereno Patalfi, caduti il 26 aprile 1945 combattendo per la libertà contro il nazifascismo. La fontana era lì. Era, appunto, fino al 26 aprile 2018. Triste ironia della sorte, settantatré anni dopo lo scontro che portò alla morte i due giovani la fontana è stata distrutta dal sopravanzante cantiere della Superstrada (a pagamento) Pedemontana Veneta. Quasi nessuno se n’è accorto, a parte gli abitanti della contrada, che su quella fontana avevano costruito la loro storia, e qualche altro, appassionato o non del tutto distratto dal rumore di un mondo troppo preso da altro che dalle tracce di un passato ormai lontano. E pensare a quante fatiche, quanto lavoro, quante storie di vita si sono accumulate fra quei sassi, fra quel lento silenzioso scorrere di acque…

... e la fontana ritrovata
E tuttavia non vogliamo lasciarci con il pensiero di ciò che non è più, perché, come dicevamo, in quelle stesse settimane è stata riportata alla luce da alcuni volontari la fontana più alta della contrada. La struttura è quella tipica delle fonti del nostro territorio: un piano superiore per raccogliere l’acqua e un lavatoio inferiore, realizzato nel Novecento, a sfruttarne il corso per consentire il lavaggio dei panni. Attualmente l’acqua non scorre, ma un piccolo intervento alla conduttura – ha commentato un paesano del posto – la potrebbe senza troppa fatica far rivivere. Ci affidiamo a questa speranza, perché anche l’acqua, come le memorie della nostra terra, torni a scorrere. E magari, scorrendo, possa far riflettere l’escursionista domenicale, e noi con lui, su un mondo che non è più ma che avrebbe, forse, ancora qualcosa da insegnare.






venerdì 4 ottobre 2019

Articolo "Fuga da Lipari"

Lipari, sabato 27 luglio 1929. La sera sta calando sull’isoletta siciliana divenuta la principale colonia di confino del regime fascista. All’imboccatura del porto alcuni carabinieri di guardia notano un motoscafo. Non danno tuttavia l’allarme: si tratta di certo di uno dei mezzi del servizio di sorveglianza, magari preso in prestito da qualche papavero dell’isola per un giretto serale in dolce compagnia.

Il motoscafo ha il motore spento. A bordo, però, nessun gerarca, niente militi o carabinieri. Tre antifascisti: il capitano Italo Oxilia, già responsabile della fuga di Filippo Turati in Francia nel 1926 al timone, ai motori Paul Vonin e a prua, a scrutare l’orizzonte, Gioacchino Dolci, ex confinato proprio a Lipari. I minuti passano. Interminabili...


Cari amici lettori,
sul sito www.laletteraturaenoi.it da oggi trovate un mio articolo (di cui sopra ho proposto l'incipit) in merito all'incredibile fuga di Emilio Lussu, Fausto Nitti e Carlo Rosselli dal carcere a cielo aperto di Lipari avvenuta sabato 27 luglio 1929. 

Una versione più ampia dell'articolo si può invece trovare sull'ultimo numero della rivista Quaderni Vicentini, reperibile nelle migliori edicole e librerie della provincia di Vicenza. 


lunedì 1 luglio 2019

"L'isola del labirinto" in uscita a settembre 2019


Care lettrici e cari lettori,
annuncio con gioia che da settembre sarà disponibile, per i tipi di Raffaello Editrice, la mia ultima fatica: L'isola del labirinto. La storia è ambientata a Creta nel corso della seconda fase della civiltà minoica (1500 ca a. C.) e ha come protagonista Maia, una bambina che, seguendo il nonno pittore, si reca a Cnosso per decorare il celebre palazzo. Proprio in concomitanza con l'arrivo dei due, però, ha inizio una serie di furti che metterà a dura prova gli abitanti di Cnosso. Fra coloro che indagano ci sarà anche Maia: avrà inizio così una serie di incontri e scoperte, fino ad un incontro un po'... particolare!
Estote paratae/i!





domenica 9 giugno 2019

Commemorazione dei Sette martiri di Grancona - 9 giugno 2019

Cari amici,
condivido di seguito il testo del mio intervento questa mattina a Grancona.



Commemorazione dei sette martiri di Grancona
9 giugno 2019


Un saluto cordiale ai rappresentanti delle Istituzioni, al sindaco di Val Liona e agli amici di Prato e di Pessano con Bornago in particolare, alle rappresentanze delle associazioni partigiane e combattentistiche, alle cittadine e ai cittadini presenti. Con emozione e con senso di responsabilità prendo la parola per commemorare con voi i sette martiri di Grancona.
Commemorare – letteralmente fare memoria assieme – è parola e pratica antica, profondamente umana, eppure, al contempo, è un’azione che proietta l’uomo oltre la finitezza della sua natura di singolo, in una dimensione di comunità e di continuità fra le generazioni, oltre il luogo e il tempo.
Oggi, dunque, siamo a fare memoria, di un evento tragico, ma soprattutto, di sette giovani, i “sette martiri” di Grancona, morti per la violenza nazifascista la sera dell’8 giugno 1944. Anche ‘martire’, che in origine, nell’antica Grecia, significava ‘testimone’, è parola antica. Entrata nella nostra lingua con il cristianesimo, ad identificare il fedele che, consapevole di perdere la vita, non accetta tuttavia di rinnegare la propria fede divenendo perciò testimone per gli altri di ciò in cui crede, la parola ha abbracciato l’ambito politico e civile, definendo la condizione di chi lotta fino alla vita per un ideale. E nella nostra provincia vicentina quanti sono i martiri della libertà nella lotta al nazifascismo!
Ripetiamo allora ancora una volta i nomi dei “sette martiri” di Grancona: Raffaele Bertesina, classe 1917, sposato e padre di una bambina; Silvio Bertoldo, classe 1920; Attilio Mattiello, classe 1920; Guerrino Rossi, classe 1919; Ermenegildo Sartori, classe 1918; Mario Spoladore, classe 1922; Ernesto Zanellato, classe 1917.
Figli di queste valli, operai, artigiani o contadini, andarono ignari incontro alla morte in questo luogo di preghiera e di devozione immerso nella natura, che tutto ci sembra rivelare fuorché inganno, violenza, orrore e morte.
Come ha raccontato il compianto Giuseppe Sartori, fratello di Ermenegildo, scampato quasi per caso all’eccidio, e come appurato dalle ricerche, i sette caddero per mano di un gruppo di sedicenti partigiani, in realtà militi della Repubblica Sociale Italiana, nel tentativo, operato dai fascisti, di sgominare i primi nuclei di Resistenza operanti nei colli Berici a partire dalla primavera del 1944.
Il movimento partigiano è in questo periodo in fase di strutturazione. I fascisti, subdolamente, tendono la loro trappola; stabiliscono la riunione coi giovani del luogo – una trentina in tutto – per la sera dell'8 giugno, festa del Corpus Domini: hanno promesso armi, equipaggiamenti e il trasferimento dei giovani dei Berici sulle montagne vicentine, dove già operano le formazioni partigiane.
Poche ore prima dell’agguato, però, si diffonde la voce che si tratti di una trappola. Un civile, Alberto Peruffo “Usche”, ascolta per caso in treno la conversazione di un gruppo di fascisti che si vantano per quello che stanno per compiere; sceso, corre in paese ad avvertire che si tratta di un tranello, ma ci riesce solo in parte. Saranno in sette a presentarsi: i nostri sette martiri. Caduti nella trappola, dapprima sono costretti a giurare la loro fede partigiana, poi, all’interno dell’oratorio, vengono torturati per oltre un’ora. Infine, alle 23 circa, sono trascinati oltre la strada, dove vengono finiti a raffiche di mitra. Fra essi resta vivo Silvio Bertoldo, che, trasportato all’ospedale di Montecchio Maggiore, morirà il giorno seguente.
La notizia dell’accaduto si sparge in un baleno: accorrono i famigliari, i parenti, gli amici. Il dolore è indicibile e ad esso si aggiunge la paura di nuove rappresaglie. Questo accadeva settantacinque anni fa.

Ma oggi che cosa ci dicono queste sette vite troncate? Qual è il significato del nostro fare memoria? Torniamo per un momento a riflettere su chi erano i sette martiri. A differenza dei loro aguzzini fascisti, inquadrati in compagnie e battaglioni della morte, che sfoggiavano orgogliosamente teschi, pugnali e altri simboli di violenza, i sette erano giovani con la vita nel cuore, desiderosi di vivere in pace, senza più guerre o dittature. Questo li aveva portati, dopo l’8 settembre, prima a nascondersi ai bandi di arruolamento della Repubblica Sociale e poi ad organizzarsi per dare il loro contributo alla causa della libertà. Insieme avevano eletto il più esperto fra loro di questioni militari, Raffaele Bertesina, ex combattente nei Balcani, quale comandante della nascente formazione. Nessuno di loro aveva compiuto studi di alto livello, nessuno di loro aveva mai vissuto una vita in democrazia, erano cresciuti tutti sotto il pensiero unico fascista, quel “credere, obbedire e combattere” che aveva imposto per vent’anni il culto del capo, della volontà ferrea, del nazionalismo esasperato, del militarismo, della violenza.
Per questo, ogni volta che rifletto sulla scelta di chi, dopo l’8 settembre 1943, scelse di stare dalla parte giusta, quella della libertà, non riesco a non stupirmi. C’era stata la guerra, è vero, ad aprire gli occhi agli italiani sulla vera natura del fascismo, una guerra che, come ebbe a dire Mario Rigoni Stern, era sempre «di aggressione» e di «offesa agli altri» e prima, durante la dittatura, c’erano stati tanti piccoli gesti di resistenza; c’era nel vicentino l’opera di un vescovo., Mons. Rodolfi, che in più occasioni aveva apertamente osteggiato il regime. E tuttavia ciò non è sufficiente a spiegare la scelta del tutto controcorrente di questi giovani.
Questo dovrebbe dirci molto oggi, in cui sentiamo sempre più spesso riaffiorare urla e slogan che pretendono di collocare alcuni “prima di altri”: “prima gli Stati Uniti” si urla oltre oceano, “prima i polacchi” urlava un gruppo di nazionalisti davanti ai cancelli di Auschwitz lo scorso 27 gennaio, dimenticando che furono decine e decine di migliaia i polacchi che persero la vita all’interno del campo. Anche in Italia questo slogan risuona sempre più spesso: ma cosa significa esso alla fine, se non “prima io”? Prima i miei diritti, i miei interessi, dopo gli altri!
Cosa direbbero i sette martiri a sentirci ripetere queste parole oggi? Loro che decisero di rischiare la vita per salvare, assieme alla propria, quella degli altri, cosa risponderebbero?
Dicevo all’inizio che il commemorare proietta l’uomo oltre la finitezza della sua natura di singolo, in una dimensione di comunità e di continuità fra le generazioni, oltre il luogo e il tempo. È questo allora il senso profondo del nostro ritrovarci oggi. Perché, consapevoli di cosa è stato, della scelta dei sette martiri, all’oggi deve essere rivolto il nostro sguardo.
Il nazifascismo è stato sconfitto militarmente nel 1945, lo sappiamo; ma i semi dell’odio, dell’intolleranza, del nazionalismo, del razzismo, di chi pretende di creare e fomentare le disuguaglianze fra i cittadini sono purtroppo sempre presenti e oggi, complici l’insicurezza e la paura, reali o percepite, la crisi economica, la globalizzazione, trovano terreno in cui attecchire. Scriveva Primo Levi nel 1986:

«La violenza […] è sotto i nostri occhi: serpeggia, in episodi saltuari e privati, o come illegalità di stato […]. Attende solo il nuovo istrione (non mancano i candidati) che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo. Pochi paesi possono essere garantiti immuni da una futura marea di violenza, generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali. Occorre quindi affinare i nostri sensi, diffidare dai profeti, dagli incantatori, da quelli che dicono e scrivono “belle parole” non sostenute da buone ragioni».

Possiamo chiederci come fare ad «affinare i nostri sensi», per onorare davvero i combattenti della libertà. Non ci sono risposte univoche ma, credo, un modo è proprio quello di ritrovarci insieme per fare memoria, visitando i luoghi della Resistenza, portando, come fa l’ANPI di Grancona, i ragazzi e i giovani in questo e in altri luoghi che conservano la nostra storia, il cammino segnato di sofferenze e lutti che ci ha condotto alla libertà e alla pace, alla Repubblica e alla Costituzione.
Un secondo modo è quello di tornare, anche attraverso i luoghi, a studiare la storia, a non fermarci al sentito dire, ad approfondire le questioni. Più si allontana da noi il tempo dei fatti, più si assottigliano i testimoni diretti e più abbiamo la necessità, come cittadini e come uomini, di tornare a comprendere, attraverso lo studio, quanto avvenuto nel secolo da poco concluso.  Sono rimasto colpito da un episodio accadutomi pochi mesi fa, al termine di una lezione sulla Shoah ad un gruppo di adulti. Un signore anziano mi ha atteso al termine dell’incontro chiedendomi informazioni sul fascismo, dicendo: “Sa, io ho vissuto la dittatura, ero balilla, ma a parte le sfilate e la paura dei bombardamenti mi ricordo poco. Ora mi dicono alla televisione che il fascismo ha fatto anche tante cose buone”.
A questo siamo giunti! Non solo si tenta di parificare chi combatteva per perpetuare la dittatura con chi rischiava la vita per la libertà, ma, complice l’ignoranza di politici e pubblici intrattenitori, si diffondono errori, inesattezze, confusione quando non, addirittura, falsità e discredito. Studiare, dunque, senza timore, anche riportando alla luce errori che possono essere stati commessi da singoli partigiani o in singoli fatti. Perché nessun singolo episodio potrà mai confondere una verità inequivocabile: che da una parte si combatteva per un ideale umano, di libertà, di giustizia, di democrazia, di solidarietà e di pace; dall’altra si voleva perpetuare un mondo fondato sulla disuguaglianza, sulla violenza, sull’odio e sull’eliminazione dell’avversario o, semplicemente, del diverso, di chi, come ha ribadito più volte la senatrice a vita Liliana Segre, aveva come unica colpa quella di essere nato.
Il fascismo, ispiratore del nazismo, non fu affatto un regime bonario, fu una dittatura e, prima ancora, un movimento politico basato sulla violenza come arma per imporsi sugli avversari. 
Scriveva nel 1954 il padre costituente Piero Calamandrei:

«Ciò che soprattutto va messo in evidenza del fascismo è […] il significato morale: l’insulto sistematico, adoprato come metodo di governo, alla dignità morale dell’uomo, l’umiliazione brutale, ostentata come una gesta da tramandare ai posteri, dell’uomo degradato a cosa. […] Nel macabro cerimoniale in cui gli incamiciati di nero, preceduti dai loro osceni gagliardetti, andavano solennemente a spezzare i denti ai sovversivi o a verniciargli la barba o a somministrargli, tra sconce risa, la purga ammonitrice, c’era già, ostentata come un programma di dominio, la negazione della persona umana. […] Il ventennio fascista – conclude Calamandrei – non fu, come oggi qualche sciagurato immemore figura di credere, un ventennio di ordine e di grandezza nazionale: fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana, di sorda e sotterranea disgregazione civile».

Dobbiamo pertanto ripartire da qui, tornando a studiare la storia del fascismo e, soprattutto, di chi, come i sette martiri, vi si oppose. E solo nel vicentino quanti esempi! Le loro storie devono diventare le nostre storie, quelle dei ragazzi e dei giovani, i quali, come disse il grande presidente Sandro Pertini, «non hanno bisogno di sermoni, […] hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo».
Dalla Resistenza al nazifascismo sono nel dopoguerra nati frutti preziosi, che ci hanno dato settantaquattro anni di pace: la Repubblica, la Costituzione, che, frutto di tutti i partiti che avevano lottato contro il nazifascismo, è profondamente antifascista; ma anche, a livello europeo, l’idea di un continente unito, in pace. Oggi più che mai studiare, approfondire è dunque necessario se vogliamo tornare all’idea che sta alla base dell’Italia e dell’Europa.
Mi sembra di scorgere, infine, un ultimo modo di onorare con la nostra vita quotidiana il gesto di quanti, come i sette martiri, diedero la vita per la nostra libertà: tornando, cioè, al senso della misura, soppesando i gesti quotidiani e soprattutto le parole. Spesso dimentichiamo che i totalitarismi del Novecento si imposero anche, se non soprattutto, attraverso la parola: agivano sulle parole, censurando quelle proibite e sovente violentando il significato di quelle concesse. Tutti ricorderemo che l’eliminazione degli ebrei non veniva chiamata col suo nome dai nazifascisti, ma indicata sotto la generica, vaga espressione di «Soluzione finale». E così per parole come ‘onore’, patria’, ‘fede’, ‘libertà’, infangate e snaturate dal nazifascismo.
Oggi vediamo riaffiorare nazionalismi, intolleranza, odio anche attraverso parole che incitano allo scontro continuo, attraverso un’ironia che non fa ridere ma vuole offendere e denigrare, attraverso gesti ed espressioni che ci ricordano tempi bui che non vogliamo far ritornare.

«Va ricordato che, in ogni ambito, libertà e democrazia non sono compatibili con chi alimenta i conflitti, con chi punta a creare opposizioni dissennate fra le identità, con chi fomenta scontri, con la continua ricerca di un nemico da individuare, con chi limita il pluralismo»

ha ribadito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo scorso 2 giugno. Alle sue parole, monito per l’oggi, vorrei associare le parole di una celebre canzone scritta da Italo Calvino, partigiano in Piemonte. Essa ci rivela tutta la speranza che animava i nostri partigiani, uomini e donne:

Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevamo l’altra riva, la vita
tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
a vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore. […]
La speranza era nostra compagna
ad assaltar caposaldi nemici
conquistandoci l'armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici.

Raffaele, Silvio, Attilio, Guerrino, Ermenegildo, Mario, Ernesto e con loro tutti i partigiani e le partigiane, i patrioti e le patriote volevano una vita in pace, un mondo bello, felice, inclusivo e accogliente, e combattevano perché nessuno dovesse più riprendere in mano le armi, per donare la libertà a se stessi e a noi. Ricordiamocene e onoriamoli oggi e ogni giorno, con la nostra vita, i nostri gesti, le nostre scelte.
Viva l’Italia libera, Viva la Costituzione, Viva La Resistenza!

Michele Santuliana



domenica 26 maggio 2019

Incontro a Novale - 20 maggio 2019

Cari amici lettori,
riprendo la parola dopo un lungo silenzio per ringraziare di cuore i bambini e i ragazzi della scuola primaria di Novale (Vi) assieme alle loro bravissime insegnanti. Sono stato loro ospite lunedì scorso, in occasione dell'iniziativa "Valdagno che legge", per presentare L'eco delle battaglie e sono rimasto davvero colpito dall'attenzione e dalla partecipazione delle mie lettrici e dei miei lettori. 
Di seguito condivido alcune foto dell'incontro e del bellissimo lavoro sul libro realizzato dalla 4a A. Grazie di cuore!












domenica 6 gennaio 2019

Giovani e dialetto: un articolo per la rivista "Figure"

Cari amici lettori,
condivido l'incipit di un mio articolo pubblicato per la rivista "Figure". Al link che segue troverete l'articolo completo.

Anno scolastico 2017-2018. Una mattina come tante in un istituto professionale del vicentino. Mentre mi dirigo verso la sala insegnanti, incrocio uno studente di quinta dell’indirizzo meccanico. È un ragazzotto alto, atletico; tatuaggio sul collo, orecchino che penzola all’orecchio sinistro e addosso un maglione aderente che lascia intravedere i muscoli. Lo saluto guardandolo negli occhi e lui risponde prontamente.
- Be’? - gli chiedo poi - come mai non siamo in classe?
Abbozza un sorriso di sfida.
- Son ’ndà in bagno, desso vo in classe.
Io pure rispondo con un sorriso. Poi gli domando:
- Perché mi hai risposto in dialetto?
Lui sostiene il mio sguardo, è sveglio e capisce al volo l’intenzione del prof che ha davanti. E subito mi risponde per le rime.
- Come parché? Parché la zè la me lengua.

Parché la zè la me lengua. Ecco, vorrei partire da qui. Perché è vero: nella mia regione il dialetto è ancora la lingua ufficiale delle comunicazioni quotidiane. I dati dell’ultimo rapporto ISTAT (dicembre 2017) confermano che il Veneto rimane, tra le regioni del nord, quella in cui il dialetto è più utilizzato in famiglia (62%). Ma non solo: il dialetto è fondamentale nelle situazioni più comuni, dal dialogo con il negoziante di quartiere a quello con il benzinaio fino ad arrivare alle ciàcole tra colleghi in sala insegnanti, non solo con i veneti, anche con i foresti.
Qui vorrei però riflettere non sull’uso quotidiano di una categoria indistinta di parlanti, bensì su quello che ne fanno i giovani e sulla loro percezione del dialetto, in particolare i giovani che l’anno scorso, nel mio anno di prova, ho avuto modo di osservare e ascoltare in un istituto professionale dell’ovest vicentino. La risposta del nostro studente dà infatti, a mio avviso, significativi indizi su un fenomeno che coinvolge una parte dei giovani della mia regione.

mercoledì 11 luglio 2018

Riflessioni su fascismo e antifascismo nella scuola

Cari lettori,
scrivo una breve nota per informarvi che ho iniziato a collaborare con il sito laletteraturaenoi.it. Pochi giorni fa è uscita una mia riflessione su fascismo e antifascismo nella scuola. La potete leggere al seguente link: https://www.laletteraturaenoi.it/index.php/scuola_e_noi/814-riflessioni-su-fascismo-e-antifascismo-nella-scuola.html