sabato 30 luglio 2016

Collaborazione con vicenzaingreen.it

Cari amici lettori,
una brevissima comunicazione per mettervi al corrente che ho iniziato a collaborare alla pagina vicenzaingreen.it, un sito che punta a promuovere ecologia e sostenibilità nel territorio vicentino. I miei interventi dovrebbero avere cadenza mensile e riguardare argomenti storici, culturali, letterari e di riflessione. 
Al link che segue trovate il primo articolo, uscito qualche giorno fa: http://vicenzaingreen.it/veneto-terra-corre-pace-non-trova/.
Buona lettura e a presto!


domenica 10 luglio 2016

La vita di Mario Rigoni Stern: una biografia che si legge come un romanzo

Ho terminato ormai da qualche settimana la lettura di Mario Rigoni Stern. Vita, guerre, libri, biografia del "Vecio dell'altipiano" scritta da Giuseppe Mendicino. L'autore, studioso per passione e non per professione, grande conoscitore dello scrittore asiaghese, aveva già curato due raccolte di scritti di Rigoni Stern: Dentro la memoria. Scritti dall'Altipiano (Editoriale Domus, 2007, allegato alla rivista "Meridiani Montagne") e Il coraggio di dire non. Conversazioni e interviste 1963-2007 (Einaudi, 2013).

Avevo acquistato il volume il 12 giugno scorso ad Asiago, di ritorno dalla splendida passeggiata fra memoria e letteratura in compagnia di Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu (di cui ho scritto qui). Una settimana dopo ho avuto l'onore di incontrare di persona Mendicino, nel corso di una suggestiva presentazione organizzata dalla Libreria Liberalibro di Valdagno.

Mario Rigoni Sern nel celebre ritratto di Adriano Tomba
L'incontro e una veloce ma intensa chiacchierata con l'autore mi hanno acceso ancor più il desiderio di leggere il libro. Ho dovuto attendere però ancora qualche giorno, a causa delle incombenze legate agli esami di terza media. Conclusi gli esami, licenziati i miei ragazzi, non ho avuto più impedimenti e in pochi giorni ho percorso le 345 pagine sulla vita dello scrittore. Lo confesso: ero pieno di curiosità e carico di aspettative. Chi mi conosce sa quanto ami i libri di Rigoni Stern e quanto l'abbia seguito nei suoi ultimi anni. A lui devo molto, come scrittore ma anche come uomo.

La copertina del libro
Il lavoro di Mendicino non ha deluso le aspettative. Da ottimo conoscitore dei testi e da amico ed estimatore di Rigoni, che frequentò fino a pochi mesi prima della scomparsa, nel giugno 2008, Mendicino, che ha lavorato per sette anni all'opera, ha compiuto un lavoro meticoloso e preciso; accanto a ciò spiccano l'umanità con cui l'autore si è dedicato alla scrittura e il profondo affetto per lo scrittore. Quest'ultimo aspetto dà, a mio avviso, un sapore particolare al libro: non un arido saggio accademico ma un libro vivo, preciso nelle ricostruzioni, basato in buona parte sugli scritti dell'autore oltre che sulle informazioni reperite consultando la famiglia e i documenti, ma anche, ripeto, profondamente umano, profondamente vivo.

Altro aspetto che mi ha colpito è la tensione etica che traspare nelle pagine di Mendicino, una tensione frutto di quello stesso afflato che sosteneva la vita e la scrittura di Rigoni Stern. Di lui si legge a tal proposito nell'Introduzione: <<Lo indignavano le ingiustizie e le prepotenze verso i deboli e verso la natura, aveva un codice di valori solido e coerente, che lo guidava nella vita di tutti i giorni come nella scrittura. 
Anche quando le sue storie rievocano vite e luoghi portati via dal tempo, la tensione etica che le attraversa le rende attuali, perché guerre, distruzione dell'ambiente e ingiustizie non sono regredite rispetto al secolo passato. La nitidezza della sua scrittura e la narrazione dei fatti come davvero avvenuti sono un piccolo viatico di civiltà contro retorica e superficialità, oltre a essere una piacevole compagnia>>. Non serve aggiungere altro; qui c'è tutto Mario Rigoni Stern.

Rigoni Stern con Giuseppe Mendicino
Fra i capitoli per me più appassionanti del libro figurano il secondo, dedicato alla scuola militare di alpinismo di Aosta (1938-39), il terzo, che narra delle campagne di Francia e Grecia (1940-41) il quarto e il quinto, relativi alla campagna di Russia (1941-43) e alla tristemente nota ritirata. Altrettanto interessante il capitolo nono, dedicato alle grandi amicizie di Rigoni Stern: con Elio Vittorini, coi compagni di guerra e di prigionia, con Nuto Revelli e, soprattutto, con Primo Levi.

Il libro si distingue per una scrittura piana e scorrevole, caratteristiche che ricordano lo stile stesso di Rigoni Stern, e per un ricco apparato fotografico. Insomma, una lettura che non può mancare per gli estimatori del "Vecio". A ormai otto anni dalla scomparsa di Rigoni, il libro di Mendicino restituisce con sapienza una figura unica della nostra terra, grande scrittore e grande uomo, in una biografia che si legge col gusto di un romanzo.




domenica 12 giugno 2016

Sull'altipiano di Lussu fra silenzio, parole e memoria

<<Tra i libri sulla Prima Guerra Mondiale Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu è, per me, il più bello>>. Così scriveva nel febbraio 2000 Mario Rigoni Stern introducendo l'edizione tascabile di quello che è un classico della letteratura italiana del Novecento. E davvero sono pochi quelli che non abbiano letto il libro di Lussu, che un tempo si proponeva alla scuola media (qualcuno lo fa ancora) o almeno visto Uomini contro, il film che, pur molto diverso dal libro, da esso trasse Francesco Rosi nel 1970. 

Un anno sull'altipiano è, secondo quanto ci dice lo stesso Lussu, un libro di memoria. Senza tesi, si pone come nuda testimonianza sulla guerra, la Grande Guerra. Non serve aggiungere altro: come tutte le testimonianze, anche questa andrebbe solo ascoltata e meditata. Con questo spirito domenica scorsa, assieme ad una trentina di amici dell'Associazione culturale Luigi Meneghello di Malo (Vi), sono salito sui luoghi in cui è ambientato il libro di Lussu: monte Castelgomberto, monte Spill e, soprattutto, monte Fior, il tristemente noto monte Fior. Il programma della giornata era semplice ma denso di significato: un'escursione sui luoghi del libro con alcune tappe, sette in tutto, di lettura. 

Scendendo dal monte Castelgomberto...
La partenza è avvenuta in tarda mattinata da malga Slapeur, a m. 1600 s.l.m. Abbiamo affrontato il percorso, che si snoda ad anello, in senso orario: dalla malga, salita alla sella che separa monte Fior dal monte Castelgomberto, quindi salita a monte Fior, monte Spill e  discesa attraverso la cosiddetta "città di roccia". Una pioggia fitta e sottile ha accompagnato la salita fino alla sella fra i due monti; poi il tempo è andato migliorando, la pioggia è cessata e le nubi ci hanno concesso a tratti qualche timido raggio di sole. 

Procedendo il gruppo conversava, osservava, qualcuno dava informazioni storiche o paesaggistiche; poi, nei momenti e nei luoghi prestabiliti, ci si raccoglieva attorno ai lettori per ascoltare le parole di Lussu. Sette tappe, dicevo: sette momenti di incredibile intensità. I luoghi, si sa, sono parte delle storie che in essi sono ambientate, specie se si tratta, come in questo caso, di avvenimenti realmente accaduti. Ascoltare un'opera già di per sé forte come quella di Lussu nei luoghi ove avvennero i fatti narrati è stata un'esperienza che anche ora, a una settimana di distanza, torna a scuotermi e ad emozionarmi. 

Dopo la prima tappa di lettura, avvenuta fra i due monti, siamo saliti sul Castelgomberto e da lì siamo scesi attraverso la trincea di prima linea, restaurata negli ultimi anni. La roccia bagnata mandava un odore caratteristico, il bosco sotto di noi verdeggiava silenzioso. 
Tappa di lettura a monte Fior
Sulla vetta di monte Fior nuova lettura e nuove emozioni grazie anche alla preparazione dei lettori. Altri gruppi, di passaggio, si fermavano incuriositi, le "ciacole" si zittivano. Ora è Lussu a parlare. E davvero ci pareva di essere con lui nel 1916. <<Chi ha assistito agli avvenimenti di quel giorno, credo che li rivedrà in punto di morte>>: queste le parole con cui si apre il capitolo VI, quello che narra dell conquista di monte Fior da parte degli austriaci.
Eccoci sulla vetta di monte Fior cent'anni dopo gli eventi descritti: il cielo si apre, tutt'intorno è silenzio. Qui cent'anni fa ragazzi di vent'anni ubriachi di cognac si sono uccisi a migliaia.

Sulla via del ritorno...
L'escursione è proseguita con la visita a monte Spill, baluardo a sud del Fior, la discesa fino alla Casera Montagna Nuova e il ritorno attraverso la "città di roccia". Lì, fra marmotte che ci scrutavano curiose, abbiamo letto uno degli ultimi capitoli del libro, il XXIX, che narra della visita di Lussu al collega Avellini ormai morente. Non ricordavo quanto fosse struggente quel capitolo: si parla di sogni, di amore, di speranze...

Poco prima di raggiungere le auto, ecco l'ultima tappa di lettura, quindi i ringraziamenti e i saluti. È seguito il pranzo al sacco: un panino con la sopressa, un bicchiere di vino, parole e battute come sempre tra persone amiche in montagna. Cosa posso aggiungere di più? Un ringraziamento all'Associazione culturale Luigi Meneghello e in particolare al suo presidente, Valter Voltolini, per un'esperienza davvero unica e che consiglierò il più possibile agli amici e ai miei studenti. 

Concludo tornando a quell'introduzione al libro firmata da Rigoni Stern, in cui il "vecio" scriveva quanto segue: <<Ora, i giovani di oggi, per i quali la Grande Guerra è più lontana della luna, in questo libro trovano quello che i testi scolastici non dicono, quello che i professori non insegnano, quello che la televisione non propone>>. Faccio mio l'augurio di leggere (o rileggere) Un anno sull'altipiano, aggiungendovi quello di recarsi, libro alla mano, sui luoghi. Le emozioni e le riflessioni non mancheranno. Negli anni del centenario sarà inoltre un gesto piccolo ma di valore mentre tanto si celebra e forse poco si medita. Un modo umile per accostarsi alla storia e per fare memoria di quei ragazzi di vent'anni rimasti, per citare Paolo Monelli, con le scarpe al sole.





lunedì 6 giugno 2016

Dopo tanto silenzio... una novità: in arrivo "La pietra del sole"!

Cari amici lettori,
rompo finalmente il silenzio di questi ultimi mesi. Purtroppo gli impegni sono stati davvero numerosi e frenetico il ritmo per sostenerli: per questo mi sono trovato costretto a sospendere questo dialogo con voi. 

La copertina de La pietra del sole
Riprendo dunque ora a scrivere per darvi una lieta notizia: a giorni uscirà un mio nuovo libro per ragazzi. Dopo L'eco delle battaglie, pubblicato da Raffaello Editrice all'inizio del 2014 e avente come argomento di fondo la Grande Guerra (ne avevo scritto qui qui), la scorsa estate, dopo le peripezie legate al Tirocinio Formativo Attivo, sono tornato a cimentarmi con la storia antica, in particolare con le civiltà dell'Italia preromana. 

È nato così La pietra del sole, racconto che, attraverso le vicende di un amuleto d'ambra dai poteri eccezionali, descrive la vita di alcuni dei molti popoli che nel primo millennio a.C. erano stanziati nella penisola. 

Alcune di origine autoctona, altre stanziatesi a seguito di migrazioni, le popolazioni italiche diedero vita a civiltà fiorenti e variegate, in continuo contatto l’una con l’altra. Da nord a sud popoli come i Celti, i Liguri, i Veneti, gli Etruschi, i Latini, gli Umbri, i Piceni, i Sanniti e molti altri si incontravano, commerciavano, si influenzavano e combattevano.

La pietra del sole è un'avventura rivolta ai ragazzi degli ultimi anni della scuola primaria e fa parte delle nuove uscite della collana "Un tuffo nella Storia". Per qualsiasi informazione potete scrivermi utilizzando il modulo a fianco. A presto!


domenica 24 gennaio 2016

Giorno della Memoria: la necessità di comprendere per continuare a vigilare

Mercoledì sarà il Giorno della Memoria, ricorrenza sancita in Italia dalla legge n. 211 del 20 luglio 2000, <<al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati>>. 
Come sanno i miei lettori, si tratta di una ricorrenza sulla quale ho sempre speso qualche parola. Senza pretese, con il semplice desiderio di condividere alcune riflessioni su un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Negli ultimi anni nel nostro paese sono fiorite le iniziative legate al ricordo della Shoah: pubblicazioni di libri per adulti e ragazzi, proiezioni di film e documentari, approfondimenti di vario genere da parte delle emittenti televisive e degli altri mezzi di comunicazione. Col tempo, insomma, la data del 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa, è diventata istituzione riconosciuta e condivisa. Non voglio perciò affrontare questioni che saranno ampiamente trattate nei prossimi giorni, solo ribadire un paio di punti su cui sento la necessità di soffermarmi. 

Scrivevo l'anno scorso su questo blog (potete risalire all'articolo cliccando qui) che intravedo infatti alcuni rischi nel rendere la Memoria, dovere imprescindibile di tutti, un qualcosa di ufficiale: innanzitutto il rischio di perdere il senso profondo del ricordare, rendendo alla lunga il gesto qualcosa di ripetitivo e stanco, fatto più per dovere che per reale e radicata convinzione; in secondo luogo il fatto di lasciarsi eccessivamente suggestionare dalle emozioni, dalle immagini, dalle cifre, lasciando la mente lontana e limitandosi agli aspetti più sentimentali, quando non addirittura macabri o raccapriccianti, che inevitabilmente sono legati alla Shoah
Sia chiaro, non sto demonizzando le emozioni né dicendo che istituzionalizzare una ricorrenza come quella in questione sia sbagliato, occorre però mantenere vigile la mente, comprendere per giudicare e rendere vivo il ricordo affinché sia monito per il presente. Questo mi ha insegnato la frequentazione assidua degli scritti di Primo Levi e la conoscenza diretta di sopravvissuti ai campi di concentramento e alle vicissitudini della Seconda guerra mondiale. 

Nei prossimi giorni ci sarà un gran parlare di quanto accaduto poco più di settant'anni fa. Facciamo allora in modo che la Memoria non rimanga relegata ad un giorno o ad un'ora prefissati o ad un angolo della nostra interiorità; cerchiamo di approfondire, accogliamo qualche provocazione, usiamo la testa. Per quanto mi riguarda, cercherò di farlo coi miei studenti, ai quali proporrò alcune riflessioni dell'autore di Se questo è un uomo. Proprio ora tengo aperta accanto alla tastiera l'edizione scolastica del libro. Butto quindi l'occhio sulla Prefazione del 1972, redatta da Levi in occasione della prima edizione rivolta alle scuole. Le provocazioni sono numerose e spingono tutte sulla necessità di comprendere la <<meticolosità scientifica>> con cui venne condotta l'uccisione di milioni di persone, a vario titolo considerate diverse. 
Riflettiamo, ad esempio, sugli interessi che spinsero chi sapeva a restare in silenzio o, addirittura, ad assecondare, l'azione dei carnefici. I tempi sono maturi per farlo. Ancora, poniamo attenzione sui rapporti fra fascismo, cui il nazional-socialismo si ispirava, e Shoah. Scrive a tal proposito Levi: <<I campi non erano [...] un fenomeno marginale e accessorio [...]; erano una istituzione fondamentale dell'Europa fascistizzata>>.  
Di qui la necessità pressante di vigilare, oggi più che mai, perché, scrive ancora Levi, <<non è morto il fascismo: consolidato in alcuni paesi, in cauta attesa di rivincita in altri, non ha cessato di promettere al mondo un Ordine Nuovo. Non ha mai rinnegato i Lager nazisti, anche se spesso osa metterne in dubbio la realtà. [...] Come Brecht ha scritto, "la matrice che ha partorito questo mostro è ancora feconda">>. 
Meditiamo dunque quanto è stato e rimaniamo vigili. Perché come ebbe a dire ancora Levi nell'intervista che propongo di seguito, <<al fascismo di oggi manca soltanto il potere per ridiventare quello che era>>.  










domenica 17 gennaio 2016

Per una scuola che sia giardino di parole: recensione a 'Parole di scuola' di Mariapia Veladiano


Amici lettori,
dopo un periodo di silenzio dovuto - ahimè - ai molti impegni, torno a voi per condividere una recensione del libro di Mariapia Veladiano Parole di scuola (Erikson, Trento 2014). Si tratta di uno scritto redatto durante i mesi di TFA e che è stato poi pubblicato sulla rivista "Rassegna CNOS", 2, 2015 (potete accedervi cliccando qui).
Auguro a tutti una serena continuazione dell'anno da poco iniziato.


 
La metafora del coltivare ricorre spesso quando si parla di scuola, forse perché essa è luogo per eccellenza di formazione, forse perché è legata profondamente alla trasmissione del sapere e di quella che si chiama cultura, parola di stirpe latina che affonda le radici nel colere, verbo deputato a designare l’attività di curare i campi perché portino frutto. Quella dei fiori, del giardino da coltivare è metafora non meno ricorrente, e non meno suggestiva. Un grande scrittore italiano la pose a titolo di un libro sull’educazione uscito nel lontano 1976 ma che molto avrebbe da dire anche ai cittadini del nostro tempo. Il grande scrittore è Luigi Meneghello e il libro sull’educazione s’intitola Fiori italiani. Scrive Meneghello:

«Alla fine si alzò tra l’uditorio un ragazzetto dai capelli rossi, malinconico e cortese, che si mise a rimproverare il panel per aver trascurato l’aspetto più importante dell’educazione, quello floreale. “Noi siamo vasi di fiori” disse. “Voi dovreste coltivarci delicatamente, farci fiorire”» (Luigi Meneghello, Fiori italiani, Rizzoli, Milano 1976, p. 10).

Non ho scelto a caso la citazione. Oltre trent’anni dopo il libro di Meneghello, saggio e “romanzo” che analizza la cattiva educazione ricevuta da una sorta di alter ego dell’autore sotto il regime fascista, un libro esile di pagine ma denso di contenuti torna a porre accanto alla scuola l’immagine del giardino, un giardino che in questo caso coinvolge soprattutto le parole.

Uscito nel febbraio 2014 per la trentina Erickson, casa editrice legata all’omonimo Centro studi, Parole di scuola di Mariapia Veladiano è un libro sulla scuola e sulle sue parole, un saggio che analizza alcune delle voci più frequenti del lessico scolastico ma che ci consegna al contempo le parole personali di un’autrice che, prima di diventare dirigente e, in seguito, apprezzata scrittrice, nella scuola ha insegnato per trent’anni. Il nucleo del libro è nato, come segnalato in esergo, da un intervento dal titolo “La qualità dell’integrazione scolastica e sociale” pronunciato nel 2013 in occasione di un convegno organizzato dal Centro studi Erickson.

Integrazione, appunto. È questa una delle parole chiave per Mariapia Veladiano, la prima ad essere analizzata dopo un divertente incipit in cui viene descritto Albus Silente, celebre insegnante della saga di Harry Potter, un docente alquanto atipico rispetto agli schemi comuni. Lo spunto ironico cede però abbastanza presto il passo ad una riflessione più seria e preoccupata sulla situazione della scuola italiana di oggi, una scuola che sta divenendo sempre più luogo dell’esclusione, a livello di discenti quanto di docenti. Scrive l’autrice: 

«Come accade che si stia dissipando un tesoro di fiducia di cui la scuola, secondo tutte le indagini, in Italia godeva? […] Dopo le esperienze di partecipazione e inclusione degli anni Settanta, si sta mettendo in discussione tutto» (pp. 10-11).

Dopo aver citato alcuni passi biblici in cui il Paradiso viene definito «Giardino di parole» (Veladiano è laureata in filosofia e teologia), l’autrice presenta l’idea di una scelta di parole ed espressioni importanti per la scuola, luogo che per proprio statuto è casa di parole. Lo fa da amante e studiosa della parola, sia essa quella sacra o quella più prettamente umana, e lo fa non col tono di un predicatore ex cathedra bensì con linguaggio pacato, sommesso, che si apre tuttavia a punte poetiche o più accorate.

Dopo integrazione, parola che l’autrice pone come essenziale nella scuola pubblica per resistere alle spinte disgregatrici, disintegratici della società, viene analizzata la parola paura, troppo spesso divenuta sentimento primo dell’insegnante, costretto in perenne difesa da un sistema pronto a prendersela con lui, e tuttavia chiamato per suo stesso statuto professionale ad andare «oltre tutto, assolutamente tutto quel che è suo stretto dovere professionale». Nonostante ciò, prosegue l’autrice, «la paura può essere alleata della scuola, chiamata a coltivare l’inquietudine verso quell’ottimismo frivolo e senza responsabilità che ci viene somministrato».

Fra le altre parole poste in esame, ciascuna in brevi quanto intensi capitoli, figurano identità, declinata dall’autrice al plurale in quanto molte sono le identità che possiede una stessa persona, timidezza, in cui troviamo la difesa di quei timidi che, fuori moda nella società, dall’insegnante meritano attenzione e «accanito rispetto», e poi libri, che devono essere accessibili davvero, equità, fondamentale in una società che sempre più crea disuguaglianze che la scuola non può permettersi di riprodurre a sua volta, empatia, elogiata perché alla base di un rapporto vero fra docente e discente e che tuttavia non deve scivolare nell’insidia della seduzione. Queste e altre parole (penso, fra gli altri, al bel capitolo sul verbo riparare tanto fuori moda oggi) sono presentate da Mariapia Veladiano allo scopo di uscire dalla triste logica di una scuola «pensata più per studenti che per persone» per arrivare invece ad una scuola che, nell’integrazione delle diversità diventi orto in cui coltivare la società di oggi e, ancor più, quella di domani. Ed ecco che il cerchio si chiude. Ribadendo la necessità di una scuola pubblica si torna all’altra voce, a quell’integrazione di cui, appunto, la scuola pubblica è «formidabile laboratorio».

Chi cerca facili risposte o tesi rivoluzionarie resterà deluso dalla lettura di Parole di scuola: non è qui che risiede la forza del libro. Le riflessioni personali non mancano e neppure mancano le proposte, anzi, ogni voce analizzata si presenta sorretta da profonde convinzioni, che a volte giungono alla sententia. Eppure Veladiano riesce a sostenere le proprie idee senza sposare quel tono volutamente polemico o, addirittura, aggressivo che non di rado caratterizza le discussioni intorno alla scuola e alla sua tanto invocata ma troppo spesso elusa riforma. Il tono del testo resta quello di una persona che ama le parole e la scuola, che coltiva entrambe e che sulla scuola si interroga con l’interesse sincero di chi l’ha vissuta e la vive dall’interno. Senza alzare la voce, con convinzione ma pacatamente, lasciando la forza alle parole, all’autorevolezza fondata sull’esperienza e guardando al contempo con speranza ai piccoli segni di bene che di tanto in tanto appaiono (si veda il capitolo conclusivo, una lettera “speciale” d’inizio anno scritta da un preside agli studenti). Lontano dal rumore e da tanti cicalecci, il lettore forse non troverà confortanti analisi o rassicuranti verità ma potrà porsi importanti domande. Non è questa una competenza che la scuola (quella buona) dovrebbe permettere di imparare?

sabato 12 dicembre 2015

Veneto, terra che corre e pace non trova…

Vivo nell’Ovest vicentino e mi piace osservare. Abitare in alto, sulle colline, mi ha reso sensibile ai paesaggi, che preferisco osservare in silenzio e da lontano, contemplando con lo sguardo porzioni ampie o particolari in apparenza insignificanti per poi trarne disegni e interpretazioni. Come vedo dunque oggi il Veneto? Per rispondere esco in terrazzo e volgo lo sguardo a Sud. Duecento metri più in basso...
Un mio contributo per ScuolaTwain. Potete leggere il testo completo cliccando qui.